Costretto a guardarli scopare parte 2
Mi chiamo Alex, e da quel trekking non sono più lo stesso. Ogni minuto di quelle quarantotto ore successive è stato un tormento psicologico: rivivevo la scena nel prato isolato, legato come un animale, bocca tappata dal calzino sudato di Enrico, mentre lui scopava Gabriella davanti ai miei occhi. Il sapore acre mi era rimasto in gola per un giorno intero, nonostante mi fossi lavato i denti tre volte. La notte, sdraiato accanto a lei, la sentivo respirare tranquilla, mentre io sudavo freddo, il cazzo che si induriva al ricordo della mia umiliazione. Perché mi eccitava? Perché quel degrado, quel sentirmi inutile e sottomesso, mi faceva pulsare il sangue nelle vene come nient’altro? Ero un masochista represso? Un cornuto nato? Non lo sapevo, ma l’ossessione mi consumava. Durante il giorno al lavoro, fissavo il codice senza vederlo, immaginando Enrico che rideva di me, Gabriella che godeva per un uomo vero. Volevo parlarne con lei, urlarle che mi aveva ferito, ma la paura di perderla – e una parte malata che voleva riviverlo – mi teneva la bocca chiusa.
Gabriella, invece, era tornata alla normalità con una facilità disarmante. Mi preparava il caffè la mattina, mi baciava prima di uscire, mi mandava messaggi affettuosi durante il giorno: “Ti amo, stasera coccoline?”. Sembrava quasi che volesse cancellare l’accaduto, o forse compensare. Io annuivo, sorridevo, ma dentro ribollivo di gelosia e desiderio contorto. Pensavo che fosse finita, che quel trekking fosse stato un errore isolato, un momento di follia alimentato dal vino e dal caldo. Mi sbagliavo di grosso.
Il giovedì sera tornò dal lavoro con un sorriso strano, eccitato, gli occhi che brillavano di un segreto. Cucinò la carbonara – la mia preferita, con guanciale croccante e pecorino abbondante – mise una bottiglia di Chianti sul tavolo, accese le candele profumate alla vaniglia che usavamo solo per le occasioni speciali. Sembrava una serata romantica, un tentativo di riconciliazione. Io mi rilassai un po’, il cuore che rallentava per la prima volta da domenica. Pensai che volesse chiedermi scusa, o parlarmene finalmente, o chiudere quella parentesi oscura. Ci sedemmo a tavola, mangiammo chiacchierando di cazzate: il mio capo che mi stressava con un bug irrisolvibile, la sua collega che aveva sbagliato una campagna social. Lei rideva, mi toccava la mano, mi guardava con occhi dolci. Per un momento, mi sentii al sicuro.
Dopo cena si sedette sulle mie ginocchia sul divano, mi baciò piano il collo, le mani che scivolavano sotto la mia maglietta.
«Amore… ho invitato Enrico stasera. Arriva tra poco.»
Il mondo si fermò. Il cuore mi schizzò in gola, un nodo freddo allo stomaco. La guardai, bocca aperta, cercando parole che non uscivano.
«Cosa? Perché… Gabry, no…»
Lei mi accarezzò la guancia, voce dolce ma ferma.
«Voglio che ne parliamo. Tutti e tre. Tu meriti chiarezza. E voglio che tu stia bene. Non possiamo fingere che non sia successo. Enrico vuole scusarsi, spiegare. Fidati di me.»
Psicologicamente, era un pugno nello stomaco: voleva “parlarne”? Con lui in casa mia? Ma sotto la paura, un brivido di eccitazione traditore. Il ricordo degli schiaffi, del calzino in bocca, mi fece indurire leggermente. Annuii piano, voce tremante.
«Ok… ma se mi sento a disagio, se ne va.»
Lei sorrise, mi baciò profondo.
«Certo, amore. Ti amo.»
Enrico arrivò alle 22:30, bussò piano. Aprì Gabriella, lo abbracciò un secondo di troppo. Lui entrò con una bottiglia di whisky single malt in mano, jeans scuri aderenti che gli segnavano le cosce muscolose, maglietta nera che gli tirava sui pettorali, e quelle infradito nere che odiavo e desideravo allo stesso tempo. Mi strinse la mano con forza controllata, non aggressiva, sguardo diretto ma calmo.
«Alex… ciao. Grazie per avermi fatto venire. So che non è facile.»
Si sedette sul divano, Gabriella accanto a lui – troppo vicina, le ginocchia che si sfioravano. Io sulla poltrona di fronte, come un imputato al processo. Aprì il whisky, versò tre bicchieri, me ne porse uno.
Iniziò a parlare con calma, voce bassa, quasi empatica. Seduto composto, mani sulle ginocchia, occhi nei miei.
«Alex, prima di tutto… scusami per domenica. Sono stato un bastardo assoluto. Ti ho schiaffeggiato, ti ho umiliato davanti a Gabriella, ti ho legato come un animale e ti ho tappato la bocca con il mio calzino sudato. Non avrei dovuto. Non così, senza parlartene prima, senza consenso vero. Ero ubriaco, eccitato dall’atmosfera, e ho perso il controllo. Mi dispiace sul serio. Non voglio rovinare la tua relazione, non voglio farti male in quel modo. Voglio che tu sappia che rispetto te e Gabry.»
Le sue parole suonavano sincere, il tono contrito, gli occhi che non sfuggivano i miei. Io mi rilassai un po’, il nodo allo stomaco si sciolse leggermente. Bevvi un sorso di whisky, bruciante ma calmante.
«Io… grazie. È stato… umiliante. Mi ha fatto sentire una merda. Ma…»
Esitai, arrossendo. Lui annuì, incoraggiante, sporgendosi in avanti.
«Ma ti è piaciuto. Lo so. L’ho visto nei tuoi occhi, nel modo in cui il tuo corpo reagiva. Il cazzo duro dopo ogni schiaffo, le lacrime miste a eccitazione, il fatto che non hai protestato davvero. Non sei arrabbiato con me, vero? Sei confuso. E forse… curioso.»
Gabriella mi prese la mano dalla poltrona, stringendola.
«Amore, non ti giudichiamo. Anzi. Mi ha eccitato tantissimo vederti così vulnerabile, sottomesso. Eri… sexy in quel modo. E anche a Enrico è piaciuto. Ma vogliamo che tu stia bene. Che sia una cosa nostra, consensuale. Non un incidente.»
Enrico si avvicinò di più, sedendosi sul bracciolo della mia poltrona, la sua coscia che sfiorava la mia spalla. Voce bassa, quasi ipnotica.
«Alex… ti va di parlarne? Di dirmi come ti sei sentito davvero? O preferisci che me ne vada e non ne parliamo più? Decidi tu.»
La sua vicinanza mi avvolgeva: odore di colonia maschile, calore del corpo. Io sentivo il cazzo indurirsi piano nei pantaloni, tradendomi. La sua gentilezza mi disarmava, mi faceva sentire al sicuro, pronto a confessare.
«Voglio… provare di nuovo. Ma con calma.»
Enrico sorrise, ma il sorriso cambiò in un istante. Da gentile a predatore, occhi che si indurivano.
«Bravo ragazzo. Sapevo che lo volevi.»
E mi schiaffeggiò. Uno schiaffo secco, improvviso, sulla guancia sinistra. Il bruciore esplose, lacrime immediate. Il cazzo pulsò forte, indurendosi del tutto.
Gabriella rise piano, eccitata, occhi che brillavano.
«Vedi? Gli è venuto duro all’istante. Alex… sei proprio un masochista.»
Enrico mi diede un altro schiaffo, sulla destra, più forte, facendomi girare la testa.
«Dimmi che ti piace. Dillo.»
«Mi piace… mi eccita…»
Lui rise basso, mi prese per la maglietta, mi tirò in piedi.
«Spogliati, Alex. Tutto. Fammi vedere quanto sei eccitato da questi schiaffi.»
Obbedii, mani che tremavano per l’umiliazione e l’eccitazione. Camicia sbottonata piano, pantaloni giù, boxer che rivelavano il cazzo duro, venoso, gocciolante pre-sborra. Nudo davanti a loro, in salotto, luci basse che proiettavano ombre sul mio corpo magro, non muscoloso come quello di Enrico. Loro vestiti, io esposto, vulnerabile. Umiliazione che mi faceva pulsare il cazzo ancora di più.
Enrico mi schiaffeggiò di nuovo, alternando guance, colpi secchi che rimbombavano nella stanza.
«Guarda Gabry, il tuo ragazzo è duro come marmo per i miei schiaffi. Dimmi, Alex, ti eccita essere picchiato da un uomo vero mentre la tua ragazza guarda?»
«Sì… mi eccita…»
Gabriella si avvicinò, mi toccò il cazzo, lo strinse piano.
«Povero Alex… così duro per l’umiliazione. Ti piace essere il nostro cuck, eh?»
Enrico mi spinse in ginocchio, ai suoi piedi.
«Ora lecca. I miei piedi. Lentamente. Mentre io scopo la tua ragazza.»
Si sedette sul divano, si tolse le infradito con un calcio. Piedi nudi, grandi, sudati dopo la giornata in ufficio, odore forte che mi arrivava alle narici. Gabriella si tolse il vestito con un movimento fluido, mutandine rosa bagnate, reggiseno via. Si mise a cavalcioni su Enrico, lo baciò profondo, lingua che entrava nella sua bocca mentre lui le palpava le tette.
«Guardalo, Gabry. Il tuo ragazzo in ginocchio, pronto a leccarmi i piedi mentre ti riempio.»
Gabriella gemette, si impalò sul suo cazzo con un movimento lento, prendendolo tutto dentro. Iniziò a cavalcare, su e giù, gemiti alti che riempivano la stanza.
Io, in ginocchio per terra, iniziai a leccare. Lingua sulla pianta del piede destro di Enrico, lenta, umida, dal tallone calloso alle dita lunghe. Sapore salato, acre, di sudore accumulato, polvere della giornata. Umiliazione totale: nudo, in ginocchio, bocca piena del sapore dei suoi piedi mentre lui scopava la mia fidanzata sopra di me. Il mio cazzo sfregava contro l’aria, duro da far male, pre-sborra che colava sul pavimento.
Enrico pompava dentro di lei dal basso, mani sui suoi fianchi che la guidavano, e ogni tanto mi dava un calcio leggero sulla guancia con il piede libero.
«Lecca meglio, cuck. Succhia le dita come se fosse il mio cazzo. Guarda la tua ragazza: senti come urla per me? Il tuo cazzetto non le fa quest’effetto.»
Gabriella rideva tra i gemiti, guardandomi dall’alto.
«Alex… lecca forte… guarda quanto è grosso Enrico dentro di me. Tu non arrivi neanche alla metà. Sei patetico, nudo lì sotto a leccare piedi mentre io godo.»
Leccavo, succhiavo l’alluce, lingua che girava intorno, mordicchiavo il tallone, saliva che colava sul mento. Loro scopavano ritmicamente: schiocchi bagnati della fica di lei, grugniti di lui, gemiti alti di Gabriella che echeggiavano. Io mugugnavo, umiliato fino al midollo, sentendomi un verme, un cornuto eccitato dal suo stesso degrado. Il cazzo mi faceva male da quanto era duro, sfregava contro il pavimento freddo ogni volta che mi chinavo di più.
Gabriella venne per prima, urlando forte, contraendosi intorno al cazzo di lui, cosce che tremavano. Lui continuò a pompare, poi si tirò fuori da lei, mi prese per i capelli, mi tirò la testa indietro.
«Apri la bocca, cuck.»
Tolsi la lingua dal suo piede. Lui mi infilò il cazzo in bocca, ancora bagnato degli umori di Gabriella, e venne subito: sperma caldo, denso, che mi riempì la gola fino a farmi tossire. Ingoiai, lacrime che scorrevano sulle guance, sapore amaro misto a sudore di piedi.
Poi mi lasciò lì, in ginocchio, bocca piena del suo sapore, cazzo ancora duro e inutilizzato.
Gabriella si avvicinò, mi accarezzò la testa con finta pietà.
«Bravo, amore. Sei stato perfetto. Il nostro leccapiedi personale.»
Enrico si rivestì, mi diede una pacca sulla guancia arrossata.
«Ci vediamo presto, cuck. La prossima volta ti lego mentre ti guardo.»
Uscì, lasciando la porta aperta.
Gabriella mi aiutò ad alzarmi, mi baciò piano sulle labbra, assaggiando il sapore di Enrico.
«Ti amo, Alex. Anche così. Soprattutto così.»
Io annuii, lacrime agli occhi, cazzo ancora duro, umiliazione che mi consumava l’anima.
Sapevo che non sarebbe finita.
E una parte di me – la parte più debole, più oscura – pregava che continuasse.
