Costretto a guardarli scopare
Mi chiamo Alex, ho 28 anni, e lavoro come sviluppatore backend in una piccola software house a Milano. Sono il tipo che passa le giornate davanti a un monitor, codici che scorrono, cuffie per isolarmi dal mondo. Non sono bravo con le persone: arrossisco quando devo parlare in riunione, evito gli occhi altrui, mi sento sempre un passo indietro. Gabriella è l’opposto: 26 anni, grafica in un’agenzia creativa, sempre sorridente, chiacchierona, con amici ovunque. Ci siamo conosciuti a un corso di fotografia tre anni fa – io ero lì per hobby, lei per passione – e da allora stiamo insieme. Lei dice che le piaccio perché sono “dolce e sensibile”, che non ho bisogno di fare il macho per essere uomo. Io so che è una bugia gentile: sono timido, remissivo, debole. Evito i conflitti perché mi terrorizzano, preferisco ingoiare e sorridere. Ma la amo, e pensavo che questo bastasse a tenermi al sicuro.
Enrico è entrato nella nostra vita come un’ombra che si allunga piano. Gabriella ne parlava spesso: “Enrico ha organizzato un’uscita in montagna”, “Enrico è fortissimo in arrampicata”, “Enrico ha una ragazza ma è sempre disponibile per gli amici”. Lavorano insieme, lui è copywriter senior, 30 anni, il tipo che tutti ammirano. Quando mi ha detto che Enrico l’aveva invitata per un trekking facile sulle Prealpi e che potevo venire anch’io, ho accettato subito. Dentro di me, una voce sussurrava: “Vai per controllarla, per non sembrare geloso”. Ma l’ho ignorata. Volevo dimostrarle – e a me stesso – che mi fidavo, che non ero quel tipo possessivo che rovina tutto. Psicologicamente, era un modo per calmare l’ansia che mi rodeva ogni volta che lei nominava lui: la paura di non essere abbastanza, di perderla per qualcuno più forte.
Arriviamo al parcheggio del sentiero alle 8 di mattina, un posto isolato con ghiaia e alberi che ombreggiano le auto. C’è solo la sua Jeep nera. Nessuna ragazza. Enrico scende con un sorriso da spot pubblicitario, zaino professionale, occhiali da sole appesi alla maglietta tecnica. Alto un metro e novanta, muscoli definiti da chi fa sport serio, pantaloni da trekking attillati che gli segnano ogni curva delle cosce e… Cristo, un pacco evidente, grosso, che si nota anche da dieci metri. Mi stringe la mano con forza, quasi a stritolarla, sguardo diretto che mi fa abbassare gli occhi.
«Ciao Alex, piacere. Scusa, la mia ragazza ha avuto un attacco di gastrite stanotte, non ce l’ha fatta. Siamo solo noi tre. Problemi?»
La sua voce è assertiva, sicura, come se sapesse già che non avrei obiettato. Io balbetto un «No, figurati», ma dentro sento una fitta: gelosia mista a inadeguatezza. Gabriella gli dà un bacio sulla guancia – troppo vicino alla bocca, troppo familiare – e ride: «Dai Enrico, raccontami di quella via che hai fatto la settimana scorsa!». Lui le mette una mano sulla spalla, protettivo, e iniziano a chiacchierare come se io non ci fossi.
Il sentiero sale ripido, sole che picchia già alle 9. Enrico davanti, passo atletico, zaino che non sembra pesargli. Parla con Gabriella di lavoro, di viaggi, di una “via di arrampicata che dovremmo rifare insieme”. Lei ride, lo tocca sul braccio, si volta solo ogni tanto per chiedermi «Tutto ok, amore?». Io dietro, zaino che mi schiaccia le spalle, fiato corto, sudore che cola negli occhi. Ogni passo mi fa sentire più piccolo: lui è l’opposto di me – sicuro, assertivo, sportivo – io un peso morto che rallenta il gruppo. Psicologicamente, è un tormento: vedo il feeling tra loro, quel modo in cui lei pende dalle sue labbra, e mi chiedo se sono sempre stato invisibile ai suoi occhi.
A metà salita, non ce la faccio più. La gelosia mi esplode in gola.
«Gabry, puoi stare un po’ lontana da lui? Sembri… non so, appiccicata come una scolaretta.»
Silenzio improvviso. Gabriella si ferma, si gira, occhi stretti.
«Alex, ma che cazzo dici? Stiamo camminando su un sentiero di merda, stretto come un budello. Sei serio?»
La sua voce è irritata, delusa. Mi fa sentire ancora più piccolo, un bambino capriccioso. Enrico si gira piano, mi guarda dall’alto, un sorriso condiscendente.
«Tranquilla, Gabry. Il tuo ragazzo è solo stanco, il caldo gli dà alla testa. Vero, Alex? Rilassati, non sto rubando la tua donna.»
Il tono è paternalistico, come se fossi un cucciolo da calmare. Abbasso gli occhi, mormoro «Sì… scusa», ma dentro ribollo: umiliazione che brucia, gelosia che mi fa stringere i pugni. Continuiamo, ma ora l’aria è tesa, i loro discorsi più sommessi.
Arriviamo in cima: un prato isolato, erba alta, vista sul lago lontano, nessuno intorno. Stendiamo i teli, tiriamo fuori il picnic: panini con prosciutto e formaggio, olive, una bottiglia di bianco fresco dallo zaino di Enrico. Fa caldo, 30 gradi, sole a picco. Enrico si toglie la maglietta con un gesto fluido, restando in pantaloncini attillati. Corpo scolpito, addominali definiti, pacco ancora più evidente ora che suda. Gabriella lo guarda un secondo di troppo, arrossisce leggermente. Io bevo vino dal bicchiere di plastica, troppo veloce, per annegare la gelosia.
Dopo il secondo bicchiere, esplodo di nuovo. La vista di lei che ride a una sua battuta, la mano di lui che le sfiora il ginocchio “per caso”, mi fa scattare.
«Gabry, smettila di fissarlo come se fosse chissà chi. È imbarazzante per me, cazzo.»
Lei sbuffa, alza gli occhi al cielo.
«Alex, piantala. Sei ridicolo. Stiamo solo chiacchierando. Se non ti fidi di me, tornatene a casa.»
Le sue parole mi trafiggono: ridicolo. È come se mi vedesse per quello che sono, un debole che non merita fiducia. Enrico posa il bicchiere con calma, si alza in piedi, torreggia su di me seduto.
«Sai qual è il tuo problema, Alex? Parli troppo e pensi troppo poco.»
E mi schiaffeggia. Uno schiaffo secco, sulla guancia sinistra, con il palmo aperto. Il suono rimbomba nel prato vuoto, la guancia brucia come fuoco. Resto fermo, bocca aperta, occhi spalancati. Dolore acuto, umiliazione che mi invade come un’onda. Ma sotto, nel profondo, qualcosa di inaspettato: il cazzo mi si indurisce nei pantaloni. Immediatamente. Una scarica elettrica che parte dalla guancia e scende dritta all’inguine. Respiro corto, torace che si contrae. Perché? Psicologicamente, è un casino: da bambino mio padre mi picchiava per “rendermi uomo”, e io piangevo, ma dentro c’era quella strana eccitazione mista a sottomissione, quel desiderio di essere dominato per sentirmi vivo. Ora, qui, con lui che mi guarda dall’alto, è lo stesso: umiliazione che si trasforma in desiderio perverso.
Gabriella spalanca gli occhi, guarda la mia guancia rossa, poi abbassa lo sguardo sul mio pacco gonfio.
«Alex… ti è… venuto duro?»
La sua voce è incredula, un misto di shock e divertimento. Enrico nota il rigonfiamento, sorride lento, predatore.
«Cazzo… ti è piaciuto lo schiaffo.»
Alza la mano di nuovo, mi schiaffeggia sulla guancia destra, più forte. Il bruciore raddoppia, lacrime che mi velano gli occhi. Ma il cazzo pulsa più duro, preme contro il tessuto.
«Vero che ti eccita? Dimmi sì.»
Annuisco, voce tremante: «Sì…»
Gabriella ride piano, nervosa ma eccitata.
«Alex, sul serio? Ti eccita se ti picchia un uomo? Sei… un masochista o cosa?»
Enrico mi afferra per la maglietta, mi tira in piedi. La sua forza mi sovrasta, mi fa sentire ancora più piccolo, più debole.
«Rispondi alla tua ragazza. Ti eccita se ti picchio?»
Mi schiaffeggia di nuovo, alternando guance. Ogni colpo è un’esplosione di dolore e piacere distorto. Le lacrime scendono ora, ma annuisco: «Sì… mi eccita…»
Psicologicamente, è un vortice: umiliazione per essere esposto così, davanti a lei, ma anche sollievo per aver ammesso qualcosa che reprimevo da anni. Enrico ride, mi dà un altro schiaffo leggero, esplorativo.
«Dimmi perché. Parla.»
«Perché… mi fa sentire… sottomesso. Debole. E… mi piace.»
Gabriella si avvicina, mi tocca il pacco gonfio attraverso i pantaloni.
«Cazzo Alex… è durissimo. Ti eccita essere umiliato?»
Annuisco, lacrime calde sulle guance.
Enrico mi spinge in ginocchio.
«Spogliati. Tutto. Fammi vedere quanto sei eccitato.»
Obbedisco, mani che tremano. Camicia, pantaloni, boxer. Nudo sull’erba, cazzo duro che punta in alto, palle contratte. Loro vestiti, io esposto al sole, al vento, alla loro pietà. Umiliazione che mi fa pulsare il cazzo ancora di più.
Enrico prende corde da arrampicata dallo zaino – fettucce resistenti, moschettoni. Mi fa mettere le mani dietro la schiena, le lega strette, polsi incrociati. Poi le caviglie, legate insieme. Mi fa sdraiare sull’erba, legato come un pacchetto.
«Apri la bocca.»
Toglie un calzino dalla scarpa – calzino sudato, odorante di piedi dopo la salita, puzza acre di cotone umido e pelle. Me lo infila in bocca, profondo, fino a farmi conati. Sapore salato, disgustoso. Poi prende un’altra fettuccia, me la lega intorno alla testa, tappandomi la bocca.
«Ora stai zitto, cuck. Guarda.»
Gabriella ride, eccitata ora, si inginocchia accanto a me, mi accarezza la guancia arrossata.
«Povero Alex… legato come un maialino, bocca piena del calzino puzzolente di Enrico. Ti eccita, vero? Il tuo cazzo dice di sì.»
Enrico si toglie i pantaloncini. Cazzo grosso, venoso, cappella viola. Gabriella lo prende in mano, lo sega piano, guardandomi negli occhi.
«Guarda quanto è più grosso del tuo, amore. Il tuo è carino, ma questo… questo è un cazzo vero.»
Iniziano a scopare lì, davanti a me. Gabriella si toglie i pantaloncini, mutandine rosa bagnate, si mette a pecora sull’erba. Enrico entra da dietro, lento all’inizio, poi forte. Schiocchi bagnati della fica, gemiti di lei alti, grugniti di lui. Io legato, bocca piena di puzza, cazzo duro che sfrega sull’erba, lacrime che scorrono. Umiliazione totale: vederla godere con un altro, sapere che sono troppo debole per fermarli, e eccitarmi per questo.
«Senti come mi riempie, Alex? Tu non ci arrivi neanche lontanamente.»
Enrico mi guarda mentre la scopa, ride.
«Guarda la tua ragazza, cuck. Guarda come urla per il mio cazzo. Tu puoi solo guardare.»
Cambiano posizione: lei sopra, cavalcandolo, tette che ballonzolano sotto la maglietta alzata. Lui le schiaffeggia il culo, la tira per i capelli. Io mugugno attraverso il calzino, implorando in silenzio, ma vengo senza toccarmi: schizzi sulla pancia, umiliazione che mi fa tremare tutto.
Enrico viene dentro di lei, profondo, grugnendo. Si tira fuori, cazzo gocciolante.
«Torniamo alle macchine.»
Mi slega le caviglie, ma non i polsi. Mi fa rivestire così, mani legate dietro. Il calzino puzzolente ancora in bocca, tappato.
«Tienilo dentro fino a casa. Non una parola. Cammina dietro, cuck.»
La discesa è un’umiliazione infinita. Io dietro, mani legate, bocca piena di odore acre che mi fa conati ogni passo. Gabriella e Enrico davanti, chiacchierano, ridono, si baciano ogni tanto. Lui le mette una mano sul culo, lei ride forte. Io cammino in silenzio, lacrime che scorrono, cazzo mezzo duro nei pantaloni nonostante tutto. Psicologicamente, è il fondo: sentirmi invisibile, tradito, ma eccitato dal mio stesso degrado. Ogni passo è un reminder della mia debolezza.
Arrivati al parcheggio, Enrico mi slega i polsi, mi toglie la fettuccia dalla bocca. Il calzino resta dentro.
«Tienilo fino a casa. E non dirlo a nessuno. O racconto a tutti quanto ti ecciti a essere picchiato.»
Gabriella mi bacia sulla guancia, odore di sesso su di lei.
«Ci vediamo stasera, amore. Non fare storie.»
Salgo in macchina, bocca piena del sapore di Enrico. Guido verso casa con le lacrime agli occhi, il calzino che mi soffoca, l’immagine di loro che scopano impressa nella mente. Umiliazione che mi consuma, ma una parte di me – la parte remissiva – sa che se succederà di nuovo, non dirò no.
