Racconti Piccanti
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Sculacciato e umiliato dal mio ragazzo di fronte al suo amico

Sculacciato e umiliato dal mio ragazzo di fronte al suo amico

11 Marzo 2026·7 min di lettura

Giulio aveva ventun anni, un fisico esile e lineamenti delicati che spesso lo facevano sembrare più giovane della sua età. I suoi capelli castani, sempre un po’ spettinati, gli cadevano sulla fronte, e aveva un’aria timida che attirava le attenzioni senza che lui lo cercasse davvero. Da qualche mese stava con Giorgio, un ventisettenne dal corpo robusto, spalle larghe e un sorriso che poteva essere tanto caldo quanto tagliente. Quando erano da soli, Giorgio era dolce, premuroso, quasi protettivo: lo abbracciava sul divano, gli preparava la cena, gli sussurrava parole tenere. Ma bastava che arrivasse Alberto, il suo migliore amico, per trasformarlo. Con Alberto intorno, Giorgio diventava un’altra persona: freddo, distaccato, quasi come se Giulio fosse solo un passatempo, un gioco da esibire o ignorare a seconda dell’umore. E questo, a Giulio, faceva salire una rabbia che non riusciva a controllare, un fuoco che gli bruciava dentro, fatto di insicurezza e bisogno di essere visto, davvero visto, da chi diceva di amarlo.

Quella sera erano tutti e tre a casa di Giorgio, un appartamento piccolo ma ordinato, con un divano logoro al centro del salotto e una TV che trasmetteva una partita di calcio a volume basso. Alberto, un tipo sulla trentina, capelli rasati e una risata rumorosa, era stravaccato con una birra in mano, mentre Giorgio era seduto accanto a lui, concentrato sullo schermo. Giulio, invece, stava in cucina a preparare degli stuzzichini, sentendosi già di troppo. Ogni tanto lanciava occhiate verso il salotto, sperando che Giorgio gli rivolgesse almeno un sorriso. Niente. Solo battute tra lui e Alberto, risate che sembravano escluderlo di proposito. “Ehi, Giulietto, ci porti un’altra birra o no?” aveva urlato Alberto a un certo punto, e Giorgio aveva riso, senza nemmeno guardarlo. Quello era stato il colpo finale.

Giulio era entrato nel salotto con le mani sui fianchi, il volto rosso di rabbia. “Senti un po’, Giorgio, ma che cazzo ti prende? Mi tratti come se non esistessi quando c’è il tuo amichetto qua. Sono il tuo ragazzo o uno zerbino?” La voce gli tremava, ma era deciso a farsi sentire. Alberto aveva alzato un sopracciglio, trattenendo una risata, mentre Giorgio aveva finalmente girato la testa, con un’espressione tra l’incredulo e l’irritato. “Ma che dici, Giulio? Calmati, non fare la scenata da fidanzatina isterica davanti ad Alberto.” Quelle parole erano state come una pugnalata. Giulio aveva stretto i pugni, il cuore che gli batteva forte. “Ah, quindi sono solo una scenata? Be’, sai che c’è? Vaffanculo, Giorgio. Non mi umili così.”

L’atmosfera si era gelata per un istante. Alberto aveva fatto un fischio basso, come a dire “qua si mette male”, ma Giorgio non aveva esitato. Si era alzato di scatto dal divano, aveva afferrato Giulio per un braccio e l’aveva tirato verso di sé con una forza che l’aveva fatto quasi inciampare. “Vuoi fare il rompicoglioni? Bene, allora ti faccio vedere io come si sta al tuo posto.” La voce di Giorgio era bassa, minacciosa, ma c’era un lampo di eccitazione nei suoi occhi. Giulio aveva cercato di liberarsi, ma la presa era ferrea. “Lasciami, sei un idiota!” aveva protestato, ma dentro di sé sentiva un misto di paura e qualcosa che non voleva ammettere: una strana, calda agitazione.

Giorgio l’aveva spinto con forza verso il divano, facendolo piegare in avanti, con le mani appoggiate allo schienale. “Adesso vediamo chi comanda,” aveva ringhiato, e senza dargli il tempo di reagire, gli aveva abbassato i pantaloni della tuta fino alle cosce, lasciando esposte le sue natiche pallide e magre. Giulio aveva cercato di girarsi, ma Giorgio gli aveva messo una mano sulla schiena, tenendolo fermo. “Stai fermo, cazzo.” E poi era arrivata la prima sculacciata, un colpo secco che aveva fatto sobbalzare Giulio, un bruciore immediato che gli aveva strappato un gemito. “Ma che fai?!” aveva urlato, ma un altro colpo era arrivato, ancora più forte. Alberto, seduto a pochi passi, aveva iniziato a ridere, una risata grassa e beffarda. “Guarda questo, si lamenta ma gli piace, eh?”

Giulio aveva sentito il viso avvampare, non solo per il dolore, ma per l’umiliazione. Ogni sculacciata sembrava risuonare nella stanza, un suono secco seguito dai suoi rantoli involontari. Dopo il quinto o sesto colpo, le sue natiche erano rosse e brucianti, e lui si era ritrovato a supplicare, con la voce spezzata: “Basta, Giorgio, ti prego, basta…” Ma dentro di sé, maledizione, sentiva anche qualcos’altro: il cuore che accelerava, un’eccitazione che non riusciva a ignorare, e che Alberto, con quel ghigno, aveva chiaramente notato. “Guarda com’è duro, il nostro Giulietto. Ma chi l’avrebbe detto?” aveva detto, indicando con un cenno del mento. Giulio aveva chiuso gli occhi, mortificato, ma incapace di negare la verità.

Giorgio aveva smesso di sculacciare, ma non aveva mollato la presa. “Hai finito di fare il capriccioso?” aveva chiesto, con un tono che non ammetteva repliche. Giulio aveva annuito, ancora piegato in avanti, il respiro corto. Ma Giorgio non aveva finito con lui. “Bene. Ora fai una cosa per me. Scendi a terra e leccami i piedi. Subito.” Giulio aveva alzato lo sguardo, incredulo, ma l’espressione di Giorgio era di pietra. “Non scherzo, cazzo. Fai come ti dico.” Alberto, sempre con la birra in mano, aveva fatto un altro fischio. “Questa la voglio proprio vedere.”

Giulio, con le guance in fiamme e le natiche che ancora bruciavano, si era inginocchiato lentamente sul pavimento, davanti a Giorgio che si era seduto di nuovo sul divano, togliendosi le scarpe da ginnastica con un gesto lento. I suoi piedi, leggermente sudati, erano lì, davanti a lui, e l’odore acre gli aveva colpito il naso. “Vai, Giulietto, non fare storie,” aveva detto Giorgio, con un sorrisetto, mentre si voltava verso Alberto per continuare a parlare della partita, come se Giulio non esistesse più. Alberto, dal canto suo, ogni tanto gli lanciava un’occhiata divertita, ma per il resto lo ignorava completamente.

Con un misto di disgusto e una strana, perversa eccitazione, Giulio aveva avvicinato il viso ai piedi di Giorgio. La pelle era ruvida sotto la sua lingua, il sapore salato e pungente. Ogni tanto Giorgio muoveva le dita, quasi per gioco, mentre continuava a chiacchierare con Alberto come se nulla fosse. “Sì, quella squadra è una merda quest’anno,” diceva, mentre Giulio, in ginocchio, sentiva il cuore battergli all’impazzata, un mix di umiliazione e desiderio che lo confondeva. Non capiva perché, ma quella situazione lo stava eccitando da morire, anche se ogni parte razionale di lui urlava di smettere. Sentiva il pavimento duro sotto le ginocchia, il bruciore delle natiche che non accennava a diminuire, e il suono delle voci di Giorgio e Alberto che lo trattavano come un’ombra, un accessorio di cui ridere o da ignorare a piacimento.

I minuti passavano, e Giorgio sembrava non avere alcuna fretta di farlo smettere. Ogni tanto gli dava un colpetto sulla testa, come si fa con un cane, dicendo: “Bravo, continua così.” Alberto, ridendo, aveva aggiunto: “Scommetto che se gli dici di fare altro, lo fa senza fiatare.” Ma Giorgio aveva scrollato le spalle. “Per ora mi piace così. Lasciamolo lì.” Giulio, con la lingua stanca e il viso in fiamme, si sentiva come un oggetto, un giocattolo da usare e ignorare. Eppure, il suo corpo reagiva in modo opposto alla sua mente, tradendolo. Ogni parola sprezzante, ogni gesto di indifferenza, sembrava accendere qualcosa di oscuro dentro di lui, qualcosa che lo spaventava ma che, allo stesso tempo, lo teneva inchiodato lì, incapace di ribellarsi davvero.

Dopo un tempo che gli era sembrato infinito, Giorgio aveva finalmente spostato i piedi. “Basta così, alzati,” aveva detto, senza nemmeno guardarlo. Giulio si era rialzato, le ginocchia doloranti, i pantaloni ancora abbassati, il viso rosso e il respiro affannoso. Giorgio aveva scambiato un’occhiata con Alberto, un ghigno complice, e poi si era rivolto a lui. “Vedi che quando fai il bravo è meglio per tutti?” Giulio non aveva risposto, troppo confuso, troppo eccitato, troppo arrabbiato con se stesso per quella reazione che non riusciva a controllare. Si era tirato su i pantaloni con mani tremanti, sentendo ancora il bruciore sulla pelle e il peso di quegli sguardi che lo giudicavano, lo deridevano, ma che, in qualche modo, lo tenevano legato a quella stanza, a quel momento.

Non c’era stato altro. Giorgio era tornato a guardare la TV, Alberto aveva aperto un’altra birra, e Giulio era rimasto lì, in piedi, con le natiche che bruciavano ancora e un groviglio di emozioni che non sapeva come sciogliere. Ma una cosa era chiara: quella sera, nonostante tutto, una parte di lui aveva desiderato ogni singolo istante di quell’umiliazione. E non c’era bisogno di dirlo ad alta voce. Sentiva il bisogno di andarsene, di prendere aria, ma i piedi sembravano incollati al pavimento. Guardava Giorgio, il suo profilo duro illuminato dalla luce dello schermo, e si chiedeva se davvero lo conoscesse, o se tutto quello che aveva creduto di sapere fosse solo un’illusione. Eppure, anche in quel pensiero, c’era una strana, amara attrazione che lo tratteneva lì, incapace di muoversi.

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