Racconti Piccanti
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Mamma e figlio pagano in natura

Mamma e figlio pagano in natura

26 Marzo 2026·9 min di lettura

Sono le dieci di mattina di un giovedì qualunque, e sto studiando nella mia stanza quando sento il campanello suonare con insistenza. Mia madre, che lavora come commercialista da casa, apre la porta e la sua voce si tende subito, come se avesse intuito qualcosa di sbagliato. “Chi è? Cosa volete?” dice con quel tono che usa quando è sulla difensiva. Io scendo le scale, curioso, e vedo due uomini in borghese sulla soglia. Uno è alto, massiccio, con una mascella squadrata e una camicia troppo aderente sui bicipiti. L’altro è più basso ma altrettanto robusto, con un’aria da duro e un sorriso che non promette niente di buono. Hanno in mano dei distintivi. Finanzieri. Controllo fiscale. Il cuore mi si stringe.

“Signora, siamo qui per un accertamento. Abbiamo ricevuto una segnalazione su alcune irregolarità nei suoi conti,” dice il più alto, con una voce profonda che rimbomba nel corridoio. Mia madre, che di solito è un muro di ghiaccio in queste situazioni, impallidisce. “Irregolarità? Non capisco, è tutto in regola,” risponde, ma la sua voce trema appena. Io sto zitto, ma sento il sudore pizzicarmi la nuca. So che non tutto è limpido come dovrebbe essere. Lei fa qualche lavoretto sottobanco per arrotondare, e io l’ho aiutata a nascondere un paio di ricevute. Siamo fregati.

“Entriamo e parliamo, signora. Non vogliamo fare scenate davanti ai vicini,” dice il più basso, con quel sorrisetto che mi fa accapponare la pelle. Mia madre li fa passare, e ci spostiamo nel suo ufficio, una stanzetta al piano terra con una scrivania ingombra di carte e un divanetto sgangherato. I due si siedono come se fossero a casa loro, mentre io resto in piedi vicino alla porta, con le braccia incrociate, cercando di sembrare calmo. Non lo sono.

“Signora, possiamo fare un accordo,” inizia il più alto, incrociando le mani sul tavolo. “Sappiamo che non avete tutto in regola. Potremmo chiudere un occhio, ma ci vuole qualcosa in cambio.” Mia madre lo guarda, confusa. “Cosa intende? Posso pagarvi una multa, se è questo che volete.” Il più basso scoppia a ridere, una risata roca che mi fa stringere i pugni. “Non solo soldi, cara. Qualcosa di più… personale. Un pagamento in natura.” Mi si gela il sangue. Guardo mia madre, che sgrana gli occhi, ma non sembra sorpresa quanto me. “Che diavolo significa?” intervengo io, con la voce che mi esce più acuta di quanto vorrei.

“Signorino, significa che tu e la tua mammina potete farci un favore, e noi dimentichiamo tutto,” dice il più alto, fissandomi dritto negli occhi. “Non siamo qui solo per i contanti. Ci prendiamo anche un po’ di divertimento. Sul tavolo, subito. Tutti e due.” Sento un nodo in gola, ma mia madre, con mia sorpresa, non si scompone. “Se è questo che serve per sistemare tutto, facciamo come dite,” dice con un tono freddo, quasi calcolatore. Io la guardo, incredulo. “Mamma, ma che stai dicendo?” “Luca, sta’ zitto. Non abbiamo scelta,” mi taglia corto lei, con un’occhiata che non ammette repliche.

I due finanzieri si scambiano un sogghigno. “Brava, signora. Hai capito come funziona,” dice il più basso, alzandosi e iniziando a slacciarsi la cintura. “Tu, ragazzo, spogliati anche tu. Non facciamo favoritismi.” Io esito, il cuore mi batte all’impazzata, ma vedo mia madre che si toglie la camicetta con una calma che mi spiazza. “Muoviti, Luca,” mi ordina, e io, con le mani che tremano, inizio a togliermi la maglietta. La tensione nella stanza è palpabile, un misto di paura e qualcosa che non voglio ammettere, un calore che mi sale dallo stomaco.

In pochi minuti siamo nudi, io e lei, davanti a quei due che ci guardano come lupi affamati. Il più alto si avvicina a mia madre, le mette una mano sul fianco e la spinge verso il tavolo. “Pieghiamoci qui, bello mio,” dice, e la sua voce è un ringhio basso. Mia madre si china sulla scrivania, il legno freddo contro la pelle, e io, con un misto di vergogna e adrenalina, mi metto accanto a lei, nella stessa posizione. Sento il bordo del tavolo premere contro il mio stomaco, e il respiro mi si fa corto. I due si posizionano dietro di noi, e sento il rumore delle loro cinture che cadono a terra, poi delle zip che si abbassano. Il più basso tira fuori una mazzetta di soldi dal nostro cassetto segreto – quei contanti che mia madre teneva nascosti – e inizia a contarli proprio sopra la schiena di lei, come se fosse un bancone. “Vediamo se i numeri tornano, eh,” dice con una risata sporca.

Sento una mano ruvida afferrarmi i fianchi, e il più alto si china su di me, il suo fiato caldo sul mio collo. “Rilassati, ragazzino, che ti faccio vedere come si fa,” mi sussurra, e io stringo i denti, sentendo il suo membro premere contro di me. È grosso, duro, e la pressione mi fa trattenere il fiato. Accanto a me, mia madre emette un gemito soffocato mentre l’altro la penetra senza troppi complimenti, il tavolo che scricchiola sotto il nostro peso. “Cazzo, sei stretta per essere una che fa i conti,” le dice il più basso, con una voce carica di lussuria, mentre continua a contare i soldi sulla sua schiena, le banconote che frusciano a ogni spinta. “Muoviti un po’, dai, fammi sentire che ci stai,” aggiunge, e lei risponde con un ansimo, “Fai in fretta, stronzo, che ho da lavorare dopo.”

Il ritmo diventa subito frenetico. Il più alto mi spinge dentro con forza, ogni colpo che mi scuote tutto, il tavolo che sbatte contro il muro. Sento l’odore del suo sudore, un misto acre e maschile, e il suono dei nostri corpi che si scontrano, un rumore umido e incessante. La sua mano mi stringe il fianco così forte che sono sicuro mi lascerà i segni, e con l’altra mi tira i capelli, costringendomi a inarcarmi. “Ti piace, eh, piccolo? Dimmi che ti piace,” mi ringhia all’orecchio. Io non rispondo, stringo i denti, ma il calore che mi brucia dentro è innegabile. “Rispondi, cazzo,” insiste, dandomi uno schiaffo sul sedere che mi fa sobbalzare. “Sì, va bene, mi piace,” sputo fuori, con la voce spezzata, e lui ride, soddisfatto.

Accanto a me, mia madre respira a fatica, i suoi gemiti mescolati a imprecazioni. “Conti quei soldi o me lo metti dentro per bene?” lo provoca, con un tono che non le avevo mai sentito. Il più basso ride, lascia cadere le banconote sulla sua schiena e le afferra i fianchi con entrambe le mani, aumentando il ritmo. “Oh, ora ci sto, cara. Senti come ci sto,” le dice, e il suono della sua pelle che sbatte contro la sua è quasi assordante. Sento l’odore del suo profumo mischiato al sudore, un misto dolce e salato, e vedo con la coda dell’occhio il suo corpo che si muove, i muscoli tesi, mentre lei si aggrappa al bordo del tavolo, le nocche bianche.

Il più alto mi cambia posizione, mi tira su per le spalle e mi fa girare la testa verso di lui, il suo viso a pochi centimetri dal mio. “Guardami mentre ti scopo, ragazzino,” mi ordina, e io lo faccio, i suoi occhi scuri che mi fissano con un’intensità che mi fa rabbrividire. Mi spinge di nuovo giù, ma questa volta mi tiene le braccia bloccate dietro la schiena, il suo membro che entra e esce con una precisione brutale. Ogni spinta mi fa sentire la sua lunghezza, ogni centimetro che mi riempie, e il bruciore si mescola a un piacere che non riesco a ignorare. Il tavolo sotto di me è caldo ormai, appiccicoso di sudore, e il rumore dei nostri corpi è un coro osceno che riempie la stanza.

“Scambiamoci, dai, che voglio provarla,” dice il più basso al suo collega, e in un attimo si spostano. Ora il più basso è dietro di me, e il suo approccio è diverso, più rude, più veloce. Mi penetra senza preavviso, e io emetto un gemito che non riesco a trattenere. “Oh, sì, ragazzo, fai rumore, mi piace sentirti,” dice con una risata, e le sue mani mi afferrano il sedere, allargandolo mentre spinge dentro di me. Sento ogni dettaglio, la sua circonferenza che mi tende, il calore del suo corpo contro il mio, e l’odore del suo respiro affannoso. “Cazzo, sei caldo qua sotto, lo sapevi?” mi dice, e io non rispondo, troppo concentrato a non crollare sotto i suoi colpi.

Dall’altra parte, il più alto è con mia madre, e la sua voce è un ringhio continuo. “Girati un attimo, voglio vederti in faccia mentre ti prendo,” le ordina, e lei obbedisce, sdraiandosi sulla schiena sul tavolo, le gambe aperte. Lui la penetra di nuovo, il suo corpo massiccio che la sovrasta, e io vedo ogni movimento, ogni spinta che la fa sobbalzare, il suo petto che si alza e si abbassa rapidamente. “Dimmi che ti sto spaccando, dai,” le dice lui, e lei, con un mezzo sorriso, risponde, “Mi stai spaccando, sì, ora finisci il lavoro.” La sua voce è rauca, carica di un misto di sfida e abbandono.

Il ritmo diventa insostenibile. Il più basso dietro di me accelera, le sue mani che mi stringono i fianchi con una forza che mi fa male, ma che in qualche modo mi spinge oltre. Sento il suo membro pulsare, il suo respiro che si fa irregolare, e capisco che è vicino. “Sto per venire, ragazzo, preparati,” mi avvisa, e io annuisco, incapace di parlare, il piacere e il dolore che si mescolano in un groviglio che mi fa perdere la testa. Accanto a me, mia madre geme più forte, il più alto che le tiene le gambe alzate mentre spinge con una furia che fa tremare il tavolo. “Prendilo tutto, cazzo,” le dice, e lei risponde con un “Sì, dammi tutto,” che mi scuote dentro.

Il climax arriva come un’onda. Il più basso si svuota dentro di me, un calore liquido che mi riempie, e io stesso esplodo, un orgasmo che mi travolge senza che riesca a controllarlo, il mio corpo che trema contro il tavolo. Accanto a me, mia madre inarca la schiena, un grido soffocato che le esce dalla gola mentre il più alto finisce con un ultimo colpo profondo, il suo viso contratto in una smorfia di piacere. Per un momento, la stanza è silenziosa, a parte i nostri respiri affannosi e il fruscio delle banconote sparse sul tavolo.

I due finanzieri si tirano indietro, si sistemano i vestiti con una calma che mi fa quasi rabbia. “Bene, direi che siamo a posto,” dice il più alto, raccogliendo i soldi e infilandoli in tasca. “Il controllo è andato bene. Non vi disturberemo più.” Il più basso mi dà una pacca sul sedere, un gesto che mi fa irrigidire. “Bravi, avete pagato il vostro debito,” aggiunge con un sorriso. Io e mia madre restiamo lì, nudi e sfiniti, mentre loro escono dall’ufficio senza guardarsi indietro. Sento il loro odore ancora nell’aria, un misto di sudore e tensione, e il tavolo sotto di me è freddo ora, un ricordo di quello che è appena successo. Non parliamo, non ci guardiamo. Non c’è niente da dire.

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