Racconti Piccanti
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Umiliato dal figlio del mio capo

Umiliato dal figlio del mio capo

24 Marzo 2026·6 min di lettura

Non avrei mai pensato che una serata aziendale potesse trasformarsi in qualcosa del genere. Ero lì, in un hotel di lusso nel cuore di Milano, con il mio completo grigio da quattro soldi che mi stringeva un po’ troppo sulle spalle, circondato da colleghi che fingevano di divertirsi e capi che si pavoneggiavano con i loro sorrisi plastificati. La sala era un tripudio di luci soffuse e bicchieri di prosecco, ma io sentivo solo il peso delle occhiaie e la stanchezza di un’altra settimana da schifo in ufficio. A quarantatré anni, sposato con una donna che a malapena mi guarda, e bloccato in un lavoro di marketing che mi succhia l’anima, non avevo grandi aspettative per la serata. Poi ho visto lui.

Christian. Il figlio del mio capo. Ventisei anni, alto, capelli scuri tagliati alla perfezione, un fisico da palestra che si intravedeva sotto la camicia bianca aderente. Era circondato da donne, ovviamente, tutte con tacchi vertiginosi e risate troppo acute, come se ogni sua parola fosse oro colato. Lo avevo già notato in ufficio qualche volta, sempre con quell’aria da stronzo arrogante che sa di potersi permettere tutto. Ma quella sera era diverso. Mi ha guardato. Non un’occhiata casuale, no. Mi ha fissato, con un sorrisetto che mi ha fatto accapponare la pelle. E poi si è avvicinato.

“Ehi, Tiziano, giusto?” La sua voce era bassa, quasi intima, ma carica di una sicurezza che mi ha fatto sentire subito piccolo. “Ti vedo sempre in ufficio con quella faccia da cane bastonato. Non ti diverti mai?”

Ho balbettato qualcosa, non ricordo nemmeno cosa, probabilmente un “sì, certo” o una battuta penosa. Lui ha riso, una risata secca, e si è avvicinato ancora, tanto che ho sentito il suo profumo, un misto di agrumi e qualcosa di più forte, forse cuoio. “Sai, mi piace mettere alla prova le persone. Vedere fino a che punto arrivano. Tu mi sembri uno che ha bisogno di una… spinta.” Non ho capito subito cosa volesse dire, ma il modo in cui mi guardava, con quegli occhi che sembravano trapassarmi, mi ha fatto sudare le mani.

La serata è andata avanti così, con lui che tornava da me ogni tanto, lanciandomi frecciatine davanti agli altri. “Tiziano, prendi un altro drink, sembri un pesce fuor d’acqua.” Oppure, con una delle sue donne al braccio: “Vedi, Tiziano, c’è chi comanda e chi obbedisce. Tu in che categoria ti metti?” I colleghi ridevano, io facevo finta di nulla, ma dentro di me c’era un misto di imbarazzo e… non lo so, una strana eccitazione. Non dovrei, ma lo voglio, pensavo, senza nemmeno capire perché.

Poi mi ha portato in un angolo della sala, lontano dagli occhi di tutti, dietro una tenda di velluto che separava una piccola zona riservata. Eravamo solo io e lui, e una delle sue ragazze, una bionda con un vestito rosso che le lasciava poco all’immaginazione, che ci guardava con un sorrisetto divertito. “Sai qual è il tuo posto, Tiziano?” ha detto Christian, sedendosi su una poltrona di pelle nera, accavallando le gambe con un gesto lento, calcolato. “Vieni qui. In ginocchio.”

Ho sentito il cuore battermi nelle orecchie. “Cosa… cosa vuoi dire?” ho mormorato, ma la mia voce tremava. Lui ha indicato il pavimento con un cenno del mento. “Non fare lo stupido. Lo sai. Inizia dalle scarpe. Leccamele.”

La bionda ha riso piano, un suono che mi ha trafitto. Avrei dovuto andarmene, dire di no, qualsiasi cosa. Ma c’era qualcosa nella sua voce, nel suo modo di guardarmi, che mi ha bloccato. E, dio aiutami, ho sentito un calore strano, un desiderio che non avevo mai provato prima. Mi sono inginocchiato. Lentamente, come se stessi sognando. Le sue scarpe erano di pelle nera, lucide, costose, con un leggero odore di cuoio e qualcosa di più acre, forse sudore. Ho esitato, ma lui ha ripetuto, più duro: “Lecca. Ora.”

Ho chiuso gli occhi e ho tirato fuori la lingua. Il primo contatto è stato freddo, la superficie liscia sotto la mia bocca, il sapore amaro della pelle mescolato a una nota salata che mi ha fatto rabbrividire. Ho sentito la bionda ridacchiare di nuovo, e Christian ha detto: “Bravo, così. Fai vedere quanto sei bravo a obbedire.” Ho continuato, con movimenti lenti, sentendo ogni dettaglio della scarpa, le cuciture ruvide, gli angoli duri, mentre il suo piede si muoveva appena, come per spingermi a fare di più. L’odore mi riempiva le narici, un misto di cuoio caldo e carne, e il suono del mio respiro affannoso era l’unica cosa che sentivo, oltre alla sua voce. “Non ti fermare, Tiziano. Sei proprio un bravo cagnolino.”

Non so quanto tempo sia passato, forse minuti, ma mi sembrava un’eternità. Poi ha tolto la scarpa, con un gesto rapido, e ha appoggiato il piede nudo sul pavimento davanti a me. “Adesso il piede. Su, non fare storie.” La sua pelle era calda, leggermente umida, con un odore più forte, pungente, che mi ha colpito come uno schiaffo. Le dita erano lunghe, curate, e il dorso del piede aveva una leggera peluria scura. Ho esitato di nuovo, ma lui ha spinto il piede verso la mia faccia. “Lecca. Tra le dita. Fai un lavoro come si deve.”

Ho obbedito. La mia lingua ha sfiorato la pelle tra le sue dita, sentendo il sapore salato, la consistenza ruvida dei calli, il calore che mi bruciava la bocca. Ogni movimento era un’umiliazione, ma allo stesso tempo mi sentivo vivo, come se fossi finalmente libero da qualcosa. Non dovrei, ma lo voglio, continuavo a ripetermi mentre lui parlava. “Guarda come ti piace, Tiziano. Sei nato per stare ai miei piedi. Dillo.” Ho mormorato qualcosa, con la bocca ancora sulla sua pelle, e lui ha riso. “Più forte. Dillo che ti piace.”

“Mi piace,” ho detto, con la voce roca, quasi un sussurro. La bionda ha scattato una foto col telefono, e Christian ha detto: “Brava, tieni il ricordo. Questo è solo l’inizio.” Poi mi ha preso per i capelli, con una presa ferma ma non violenta, e mi ha tirato su appena, abbastanza da guardarmi negli occhi. “Sai qual è il tuo posto, vero? E ora lo vedrai anche tu.”

Si è alzato, sovrastandomi, e mi ha fatto sdraiare a terra, con la schiena sul pavimento freddo. Il suo piede nudo si è posato sul mio petto, premendo appena, mentre lui si metteva in posa, un sorriso trionfante sul volto. La bionda ha scattato un’altra foto, e io ho sentito il peso del suo piede, la pressione che mi schiacciava, il suo odore ancora nelle narici. “Guarda lo schermo,” ha detto lui, mostrandomi il telefono. C’ero io, sdraiato come un verme, con il suo piede sul petto, e lui che rideva, perfetto, dominatore. “Questo sei tu, Tiziano. E ce ne saranno altri, di momenti così. Sempre più belli.”

Mi sono sentito nudo, esposto, ma c’era una parte di me che voleva di più. Che voleva vedere fino a che punto potevo arrivare. Lui lo sapeva. Lo vedeva nei miei occhi. “Ci vediamo presto,” ha detto, ritirando il piede e rimettendosi la scarpa con un movimento elegante. “E la prossima volta sarà peggio. O meglio, dipende da te.” Ha riso, e se n’è andato con la bionda, lasciandomi lì, a terra, con il sapore del suo piede ancora in bocca e il cuore che batteva all’impazzata.

Non so cosa mi stia succedendo. So solo che non dovrei, ma lo voglio. E so che tornerò da lui, anche se non so cosa mi aspetta.

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