Come sono diventato lo schiavo di mia moglie e il suo amante (parte 4)
Cazzo… ancora mi tremano le dita mentre scrivo. Questa è la puntata in cui ho capito che non c’era più ritorno. Non ero più nemmeno un marito cornuto che guarda. Ero diventato una cosa loro. Un oggetto. Un giocattolo da umiliare per farli godere di più. E Sara… Sara godeva da morire a vedermi così. Ogni volta che arrossivo, che balbettavo, che obbedivo con la voce rotta, lei si bagnava come una fontana.
Era un sabato sera di fine novembre. Marco aveva scritto nel pomeriggio: «Stasera cena a casa vostra. Tu prepara qualcosa di buono, cornuto. E vestiti come si deve». Sara mi aveva fatto vedere il messaggio ridendo, poi mi aveva baciato sulla fronte come si fa con un bambino scemo.
«Hai sentito, amore? Stasera servi a tavola. Ma non come marito. Come la nostra puttanella di casa.»
Io ero già duro prima ancora di cenare. Passai il pomeriggio a cucinare – risotto ai funghi, carne al forno, vino rosso – con il cazzo che mi pulsava nei pantaloni e la mente che correva a cosa mi avrebbero fatto fare. Quando Marco arrivò, Sara lo accolse con un bacio lungo, la lingua in bocca, mentre io aspettavo in cucina con il grembiule addosso come un idiota.
«Spogliati tutto» mi ordinò lei appena entrarono in cucina. «E metti queste.»
Tirò fuori dal cassetto un paio di mutandine di pizzo nero sue, quelle più trasparenti, con il fiocchetto dietro. Le mutandine che metteva quando voleva sentirsi troia. Io rimasi lì, nudo in mezzo alla cucina, il cazzo dritto che puntava verso l’alto.
«Sara… per favore…» mormorai, la faccia in fiamme.
Marco rise forte e mi diede uno schiaffetto sul culo. «Indossale, schiavo. O ti scopo in bocca davanti a lei finché non piangi.»
Le infilai. Il pizzo mi stringeva il cazzo, che era già bagnato di liquido preseminale. Il fiocchetto mi sfiorava la fessura del culo. Mi sentivo ridicolo. Patetico. Eccitatissimo. Sara mi girò intorno, mi palpò il pacco attraverso il tessuto e rise.
«Guarda come ti sta bene… sembri una puttanella da quattro soldi. Il cazzo ti sporge tutto, non riesce nemmeno a stare dentro. Perfetto.»
Marco si sedette a capotavola, Sara accanto a lui. Io rimasi in piedi, con solo quelle mutandine addosso, il collare al collo e il grembiule che pendeva inutile.
«Servi, cornuto. Prima il vino.»
Cominciai a versare. Le mani mi tremavano. Mentre riempivo il bicchiere di Marco lui mi infilò una mano sotto il grembiule e mi strinse il cazzo attraverso il pizzo.
«Duro come il marmo. Ti piace vestirti da troia per noi, eh?»
Annuii, gli occhi bassi. «Sì… padrone.»
Sara gemette piano solo a sentirmi dirlo. «Bravissimo. Adesso porta la cena. E mentre noi mangiamo, tu stai in ginocchio accanto al tavolo.»
Servii i piatti. Risotto fumante, carne tagliata a fette. Loro mangiavano, ridevano, si baciavano. Io ero per terra, in ginocchio sul pavimento freddo, il cazzo che premeva contro il pizzo, una macchia umida che si allargava. Ogni tanto Sara mi infilava una forchettata in bocca, come a un cane.
«Mangia, puttanella. Devi tenerti in forze per pulire dopo.»
A un certo punto Marco spinse indietro la sedia, si aprì i pantaloni e tirò fuori il cazzo già duro.
«Vieni qui. Lecca mentre mangio.»
Mi avvicinai a quattro zampe. Presi quel cazzo grosso in bocca, sentendo il sapore di uomo, mentre lui continuava a mangiare il mio risotto con l’altra mano. Sara mi guardava, una mano tra le gambe, si toccava sotto il vestito.
«Cazzo… guardalo, Marco. Sta leccando il tuo cazzo come se fosse la cosa più buona del mondo. È nato per questo.»
Marco mi scopò la bocca per un po’, piano, tenendomi per i capelli, poi mi spinse via.
«Basta. Alzati. Togliti il grembiule e piegati sul tavolo.»
Obbedii. Mi ritrovai con il petto schiacciato sulla tovaglia, il culo per aria, le mutandine ancora addosso. Marco mi tirò giù il pizzo fino alle ginocchia, mi spalancò le natiche e ci sputò sopra. Poi si mise dietro Sara, che si era già chinata sul tavolo accanto a me, il vestito alzato, senza mutande.
«Guarda bene, cornuto» disse lei, girando la faccia verso di me. «Adesso ti scopo sul tuo tavolo, mentre tu stai lì con il culo nudo e il cazzo che cola nelle mie mutandine.»
Marco la penetrò con un colpo solo. Il tavolo tremò. Sara urlò di piacere. Lui cominciò a sbatterla forte, ogni spinta faceva sbattere i piatti, il vino oscillava nei bicchieri. Io ero lì, a dieci centimetri, costretto a guardare il suo cazzo grosso entrare e uscire dalla figa di mia moglie, lucido e gonfio.
«Lo vedi? Lo vedi come la apro? La tua cucina non sarà più la stessa.»
Sara allungò una mano, mi afferrò il cazzo attraverso il pizzo e cominciò a segarmi piano, a tempo con le spinte.
«Vieni solo quando te lo dico io. E non osare sporcare il pavimento.»
Vennero insieme, violentemente. Marco grugnì, spingendo fino in fondo, riempiendola di nuovo. Sara urlò il suo nome, il corpo che tremava contro il mio. Quando lui uscì, il seme colava lungo le sue cosce e sul tavolo.
«Pulizia» ordinò Marco, sedendosi di nuovo come se niente fosse.
Mi inginocchiai dietro Sara, leccai tutto: la figa, le cosce, il tavolo. Poi mi ordinò di leccare anche il suo cazzo, ancora sporco. Lo feci, con le mutandine calate alle caviglie, il mio stesso cazzo che pulsava disperato.
Alla fine Sara mi guardò, gli occhi brillanti di soddisfazione.
«Adesso vai a lavare i piatti, puttanella. Con le mutandine addosso. E non venire. Stanotte dormi per terra ai piedi del letto mentre Marco mi scopa un’altra volta.»
Io lavai i piatti con le lacrime di vergogna agli occhi e il cazzo che mi faceva male. E mentre l’acqua calda scorreva, sentivo già dalla camera i gemiti di Sara che ricominciava.
Quella sera capii che ero completamente loro.
