Racconti Piccanti
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La mia scrivania non è più mia

La mia scrivania non è più mia

23 Marzo 2026·7 min di lettura

Sono passati anni da quando ho trasformato la mia passione per il disegno in un lavoro da grafico freelance. A 44 anni, ho trovato una routine che mi piaceva: casa, il mio ufficio casalingo, una scrivania enorme in salotto che avevo scelto con cura, in legno massiccio, perfetta per i miei monitor e i miei bozzetti. Era il mio spazio, il mio rifugio. Lavoro da casa da sempre, e questo mi ha permesso di gestire la mia vita con mia moglie, Chiara, 40 anni, in modo tranquillo. O almeno, così era fino a qualche mese fa.

Chiara ha iniziato un corso di ceramica lo scorso autunno. Le piaceva l’idea di creare qualcosa con le mani, diceva che le serviva una distrazione dallo stress del suo lavoro in ufficio. Io l’ho sempre sostenuta, felice che trovasse qualcosa di suo. Poi ha conosciuto Luca, un artista di 37 anni che frequenta lo stesso corso. Me lo ha descritto come un tipo creativo, pieno di idee, con un modo di fare che “ispira”. Non ci ho pensato troppo all’inizio, ma quando ha iniziato a portarlo a casa per “lavorare insieme” su alcuni progetti, ho notato che le loro sessioni si prolungavano sempre di più. Ridevano, parlavano a voce alta, e io, dalla cucina o dal salotto, sentivo una tensione che non riuscivo a spiegarmi.

Un giorno, mentre ero immerso in un progetto con una scadenza stretta, Chiara è entrata nel salotto con Luca al seguito. “Senti, amore,” mi ha detto con un tono che non ammetteva repliche, “pensavamo di spostare la tua scrivania qui in salotto per usarla come tavolo da lavoro per la ceramica. È grande, perfetta per stendere i materiali. Tu puoi lavorare in cucina, no? Tanto hai solo il portatile.” Ero basito. La mia scrivania, il mio spazio, il cuore del mio lavoro. Ho provato a obiettare, ma Luca ha fatto un sorrisetto e ha detto: “Dai, non è un problema, no? È solo un tavolo.” E io, non so perché, ho ceduto. Ho trascinato quella scrivania enorme con loro che mi guardavano, e l’ho sistemata al centro del salotto. Io, invece, mi sono ritrovato su un tavolino pieghevole in cucina, scomodo, con la schiena che mi fa male dopo poche ore.

Da quel giorno, la situazione è peggiorata. Quando arrivano a casa, spesso nel tardo pomeriggio, mi fanno spostare sotto la scrivania. Sì, proprio sotto, accovacciato come un idiota, mentre loro due si siedono sopra, o meglio, fanno tutt’altro. La prima volta che è successo, ho provato a protestare. “Ma che cazzo fate? Non potete andare da un’altra parte?” ho detto, con la voce che mi tremava per la rabbia. Chiara mi ha guardato con un sorriso strano, quasi di sfida. “Rilassati, non ti stiamo mica facendo niente. Stai lì e fai finta di niente.” Luca ha riso, un suono secco, e ha aggiunto: “Tanto lo spazio è nostro, no? Tu stai bene dove sei.” E io, non so perché, sono rimasto lì, sotto il tavolo, con le ginocchia che mi facevano male e il cuore che batteva forte, ma non solo per la rabbia.

Ogni volta che arrivano, ormai, è lo stesso rituale. Sento i loro passi, le loro voci che si mischiano, i loro vestiti che frusciano mentre si avvicinano alla scrivania. Io mi abbasso, scivolo sotto il legno, e loro iniziano. All’inizio è solo un parlare fitto, qualche risata, ma poi i toni cambiano. Sento Chiara che sospira, Luca che le dice qualcosa a bassa voce. Il tavolo trema leggermente, e io capisco che si stanno toccando. Non ci vuole molto prima che i movimenti si facciano più decisi. Ogni spinta, ogni gemito mi arriva dritto nelle orecchie, amplificato dal legno che vibra sopra di me. Non posso fare niente, solo stare lì, con il respiro corto, la testa che gira. A volte Chiara allunga una gamba, mi sfiora la testa con il piede, come se fossi un animale da coccolare. “Bravo, stai fermo,” mi dice, e io sento un misto di vergogna e qualcosa che non voglio ammettere, qualcosa che mi scalda il sangue.

Non so come ci sono arrivato, ma non riesco più a protestare come all’inizio. Quando ho provato a ribellarmi con più decisione, qualche settimana fa, Chiara mi ha guardato con un’espressione fredda. “Se non stai alle regole, sai cosa succede,” ha detto. E io lo sapevo. Mi hanno chiuso in castità, con un aggeggio che mi stringeva e mi umiliava per un’intera settimana. Sette giorni di frustrazione, di pensieri che non riuscivo a controllare, di desiderio che mi bruciava dentro senza possibilità di sfogo. Dopo quella volta, ho smesso di oppormi. È più facile cedere, lasciarmi andare a quello che vogliono.

Oggi è uno di quei pomeriggi. Sono in cucina, chino sul mio tavolino, quando sento la porta d’ingresso aprirsi. Le loro voci mi arrivano subito, allegre, complici. “Ciao, siamo qui!” dice Chiara, con un tono che sembra quasi una provocazione. Mi alzo, il cuore che già batte più veloce, e li vedo entrare nel salotto. Luca ha una maglietta nera aderente, i capelli un po’ spettinati, un sorriso che mi fa venire voglia di spaccargli la faccia ma anche di non guardarlo direttamente. Chiara è in jeans e una camicetta leggera, i capelli sciolti, gli occhi che brillano di una luce che conosco fin troppo bene. “Vieni qui,” mi dice, indicando con un cenno il pavimento sotto la scrivania. Io esito un attimo, ma poi obbedisco, scivolando sotto il legno lucido. Il profumo del detergente che uso per pulirla si mescola all’odore più acre del loro sudore, delle loro mani che hanno lavorato con l’argilla tutto il giorno.

Sopra di me, sento i loro movimenti. Luca si siede sul bordo del tavolo, Chiara gli si avvicina, gli mette una mano sulla spalla. “Allora, come vuoi fare oggi?” chiede lui, con una voce bassa, carica di sottintesi. Lei ride piano. “Come sempre, no? Facciamo vedere al nostro amico chi comanda.” Io stringo i denti, ma non dico nulla. Sento il rumore di una cintura che si slaccia, di una zip che si apre. Chiara si siede sul tavolo, le sue gambe penzolano a pochi centimetri da me. Vedo i suoi piedi, le scarpe che ha tolto, le unghie curate. “Tocca a te,” dice Luca, e io sento il fruscio dei jeans che scivolano giù.

Non so quanto tempo passa, ma i loro movimenti si fanno più lenti, più intenzionali. Chiara geme piano, un suono che mi trafigge. “Più forte,” gli dice, e lui risponde con una risata. “Cazzo, sei insaziabile.” Il tavolo inizia a tremare con più violenza, e io sento ogni spinta, ogni colpo che fa vibrare il legno. Il mio respiro si fa corto, il sangue mi pulsa nelle tempie. Non voglio guardarli, ma non posso fare a meno di immaginare tutto, ogni dettaglio. Il corpo di Chiara, snello ma con curve che conosco a memoria, i suoi fianchi che si muovono contro quelli di Luca, più muscolosi, più decisi. Sento l’odore del loro sudore, mescolato a qualcosa di più intimo, più crudo. Mi odio per come mi sento, per il calore che mi sale dentro senza che io possa farci niente.

“Dai, guardalo,” dice Luca a un certo punto, con la voce spezzata dal respiro. “Sta lì sotto come un cagnolino. Ti piace, eh?” Io non rispondo, ma Chiara ride, un suono che mi fa rabbrividire. “Lascialo stare, si sta comportando bene,” dice lei, e poi allunga di nuovo il piede, sfiorandomi i capelli. “Vero che sei bravo?” La sua voce è dolce, ma c’è una punta di scherno che mi fa stringere i pugni. Eppure non mi muovo, non dico niente. Il tavolo continua a tremare, i loro gemiti si fanno più forti, più urgenti. “Cazzo, sto per venire,” dice Luca, e Chiara gli risponde con un mugolio, “Anch’io, non fermarti.”

Quando finiscono, il silenzio è quasi assordante. Sento il loro respiro pesante, i loro corpi che si rilassano sopra di me. Poi Chiara si china leggermente, il suo viso appare per un attimo sotto il bordo del tavolo. “Esci pure, ora,” mi dice con un sorriso. Io striscio fuori, le ginocchia che mi fanno male, la testa che gira. Luca è seduto sul tavolo, i pantaloni ancora slacciati, un’espressione soddisfatta sul volto. “Bravissimo, continua così,” mi dice, dandomi una pacca sulla spalla mentre si alza. Io non rispondo, ma sento ancora l’odore di loro sul legno, sulla mia scrivania che non è più mia. E, mentre loro si rivestono ridendo tra loro, io so che non riuscirò mai più a lavorare qui senza sentire questo stesso calore, questa stessa vergogna che mi brucia dentro.

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