Sculacciato e trasformato in pompinaro da mio cugino
Mi chiamo Giovanni, diciannove anni, e fino a quell’estate pensavo di essere uno tosto. Bocciato per la terza volta, sempre a bigiare, a fumare dietro i garage, a fare il fenomeno con i più piccoli. Mia madre non mi guardava più in faccia, mio padre diceva che ero “un peso morto”. Alla fine mi hanno caricato in macchina e scaricato dai parenti in campagna, da zio Antonio e zia Rosa. Loro hanno un podere grosso, ma il vero “correttivo” doveva essere Paolo, mio cugino di ventiquattro anni. Alto, spalle larghe, mani da chi spacca legna e sposta balle di fieno tutto il giorno. Parlava poco, ma quando parlava tutti stavano zitti. Mia zia mi ha detto testuale: “Paolo ti rimette in riga, fidati.”
Il primo giorno mi ha portato in fondo al campo di granturco, dove non passa anima viva. Dovevamo zappare le erbacce tra le file. Dopo un’ora che mi rompeva con “piegati meglio”, “non fare il signorino”, “muovi quel culo pigro”, io ho sbottato. Gli ho dato una spinta leggera e gli ho detto: “Fottiti, non sono il tuo schiavo.”
Non ha nemmeno risposto. Mi ha afferrato per la collottola della felpa, mi ha fatto fare mezzo giro e mi ha buttato a terra di faccia, ginocchia nel terriccio umido. In due secondi mi ha abbassato i jeans fino alle caviglie, mutande comprese. Il culo all’aria, le palle che dondolavano nel vento fresco. Ho provato a rialzarmi, ho bestemmiato, ho scalciato. Lui mi ha piantato un ginocchio sulla schiena, mi ha bloccato le braccia dietro con una mano sola e ha cominciato a sculacciarmi.
Non erano schiaffi leggeri. Ogni colpo era secco, pesante, la mano aperta che copriva mezza chiappa. Bruciava subito, poi il bruciore si allargava, diventava profondo. Dieci, quindici, venti… ho perso il conto. Urlavo insulti all’inizio, poi solo “basta”, poi solo gemiti strozzati. A un certo punto il cazzo, che all’inizio si era ritratto dalla paura, ha cominciato a gonfiarsi contro la coscia. Ogni colpo faceva rimbalzare le palle, e il cazzo sbatteva sulla pelle della gamba. Pulsava. Si induriva di più. Ero lì, culo in fiamme, faccia nel fango, e ce l’avevo duro come non mai.
Paolo ha visto. Ha rallentato gli ultimi colpi, li ha fatti più lenti, quasi accarezzando la pelle arrossata. Poi ha smesso. Mi ha lasciato le braccia, si è alzato. Io sono rimasto lì, ansimante, il culo che pulsava di dolore e di qualcos’altro. Lui ha guardato il mio cazzo dritto, gonfio, con una goccia trasparente che colava dalla cappella.
Non ha detto una parola. Mi ha solo tirato su i boxer e i jeans, piano, sfiorandomi apposta le chiappe infuocate. Poi ha mormorato: “Domani alle cinque e mezza. E vedi di non rompere più i coglioni.”
Quella notte non ho chiuso occhio. Mi giravo e rigiravo, il culo mi bruciava ancora da morire. Ogni volta che mi muovevo sentivo la pelle tirare e il ricordo degli schiaffi mi tornava in testa. E ogni volta il cazzo si induriva di nuovo. Mi sono segato tre volte pensando a come mi aveva tenuto giù, a come mi aveva fatto male, a come mi aveva guardato quando ha visto che mi piaceva. Mi odiavo. Ma venivo lo stesso.
Il giorno dopo non ha detto niente della sculacciata. Ha solo caricato due taniche d’acqua, il binocolo vecchio e ha detto: “Andiamo.” Abbiamo preso il sentiero sterrato fino a una spiaggetta nascosta sul fiume, un posto che conosceva solo lui. Erba alta, sassi lisci, l’acqua che scorreva lenta e trasparente. Da lì si vedeva un pezzo di riva opposta dove le ragazze del paese a volte venivano a prendere il sole senza reggiseno, convinte che nessuno le vedesse.
Infatti c’era una. Mora, tette medie, capezzoli grossi e scuri, sdraiata a pancia in su con le cuffie. Paolo ha tirato fuori il binocolo, ha guardato, ha sorriso storto.
“Tieni, guarda come si spalanca le cosce quando si crede sola.”
Abbiamo fatto a turno col binocolo. Ridevamo, facevamo battute sporche, tipo “guarda che fica rasata”, “secondo te si fa le foto da sola?”. Sembrava quasi normale, due cugini che si fanno due risate da maschi.
Poi Paolo si è slacciato i jeans, ha tirato fuori il cazzo già mezzo duro e ha cominciato a segarselo piano, senza smettere di guardare la ragazza.
Io sono rimasto impalato.
“Che cazzo fai?” ho chiesto, voce incrinata.
“Quello che fai tu di nascosto tutte le sere, immagino. Dai, fattela anche tu.”
“No… non qui…”
Ha smesso un attimo, mi ha guardato dritto.
“Ieri ti ho sculacciato e ce l’avevi duro come un mattone. Lo so io e lo sai tu. Quindi smettila di fare il fighetto. O ti cali i pantaloni da solo, o te li strappo e ti sculaccio di nuovo finché non piangi. E stavolta lo faccio davanti al fiume, così magari qualcuno sente.”
Mi tremava tutto. Mi sono guardato intorno, il cuore che martellava. Poi ho slacciato la cintura, ho abbassato i jeans e le mutande fino alle ginocchia. Il cazzo è schizzato fuori, dritto, duro, la cappella lucida di pre-sborra.
Paolo ha riso, basso, cattivo.
“Lo sapevo. Guarda che cazzetto contento. Il bulletto di città si bagna solo quando gli sculacciano il culo. Hai finito di fare il duro, Giovanni. Da oggi fai il bravo bambino obbediente. Chiaro?”
Ho abbassato lo sguardo. Non riuscivo a guardarlo negli occhi.
“Adesso vieni qui e me lo prendi in mano.”
Mi sono inginocchiato sulla sabbia calda. Ho allungato la mano, ho chiuso le dita intorno al suo cazzo. Era più grosso del mio, caldo, pesante, le vene gonfie sotto la pelle. Ho iniziato a muovere la mano su e giù, piano. Lui ha fatto un respiro profondo.
“Più forte. E guardami mentre lo fai.”
Ho alzato gli occhi. Lui mi fissava, serio, dominante. Ho accelerato. Sentivo il suo odore forte di sudore e di maschio, il rumore bagnato della pelle che scorreva. A un certo punto ha messo la mano dietro la mia nuca.
“Adesso lo prendi in bocca.”
“Paolo… per favore…”
“Zitto. Apri.”
Mi ha spinto giù la testa. Ho aperto la bocca. La cappella è entrata, grossa, salata. Ha spinto piano, poi più deciso. Io ho iniziato a succhiare, goffo, con troppa saliva. Lui gemeva basso.
“Così… succhia bene… usa la lingua sotto… bravo…”
Mi scopava la bocca lentamente, tenendomi i capelli. Io sentivo la gola che si contraeva, la saliva che mi colava sul mento, il rumore bagnato, i suoi gemiti che diventavano più rochi. Ogni tanto usciva, mi faceva leccare le palle, poi rientrava. Mi sentivo umiliato da morire. E più mi sentivo umiliato, più il mio cazzo pulsava senza che nessuno lo toccasse.
Alla fine ha accelerato, mi ha tenuto la testa ferma e ha pompato dentro la gola per una decina di colpi. Poi è uscito, si è segato forte due volte e mi è venuto in bocca. Caldo, denso, tanto. Ho ingoiato quasi tutto, il resto mi è colato sul mento. Lui ha sospirato lungo, mi ha accarezzato la guancia con il pollice sporco di saliva.
“Bravo. Da oggi sei il mio pompinaro personale. Ogni volta che ti dico ‘in ginocchio’, tu ti metti in ginocchio. Ogni volta che ti dico ‘bocca’, tu apri. E lo fai volentieri, perché ti piace. Vero?”
Ho annuito piano, ancora con il sapore amaro in bocca, il culo che mi ricordava gli schiaffi di ieri, il cazzo duro che gocciolava sulla sabbia.
Quell’estate è durata tre mesi. Ogni giorno era uguale. Mi svegliavo già col pensiero di cosa mi avrebbe ordinato. Mi sculacciava per un nonnulla – un attrezzo lasciato in giro, un ordine eseguito male – e ogni volta io mi eccitavo di più. Mi faceva segare mentre guardavamo le ragazze dal binocolo, poi mi ordinava di succhiarglielo lì, in piedi tra i rovi. A volte mi faceva leccare il culo dopo che aveva sudato tutto il giorno nei campi. A volte mi teneva la testa premuta contro il suo inguine mentre guidava il trattore, e io succhiavo piano per non farlo arrabbiare.
Ogni volta che finivo con la bocca piena o con la sua sborra sullo stomaco o sulle chiappe, sentivo una specie di pace strana. Non ero più il bulletto deluso di tutti. Ero solo il pompinaro di Paolo. E mi piaceva. Mi piaceva da morire essere trattato così: sculacciato fino a piangere, umiliato, usato. Quando tornavo a casa la sera, con il culo ancora rosso e il sapore di lui in bocca, mi sdraiavo sul letto e mi segavo pensando a quanto ero diventato ubbidiente. E venivo forte, sempre.
Non ho mai smesso di farmelo piacere. E non ho mai smesso di volerne ancora.
