L’odore dei piedi del mio coinquilino mi fa perdere il controllo
Sono Marco, ho 23 anni e vivo in un piccolo appartamento alla periferia della città, in una stanza affittata da Alberto, il mio coinquilino e padrone di casa. Lui ha 31 anni, un fisico scolpito da ore in palestra, spalle larghe, addominali definiti e un’aura di sicurezza che ti fa sentire sempre un passo indietro. È sempre gentile, ma c’è qualcosa nel suo modo di fare, nei suoi sguardi, che mi mette in soggezione. E poi c’è un’altra cosa, una cosa che non riesco a togliermi dalla testa: l’odore dei suoi piedi. Non so perché, ma è diventata un’ossessione. Quando torna a casa dopo la palestra o una corsa, lascia le scarpe e i calzini vicino alla porta, e quell’odore forte, pungente, di sudore mi attira come una calamita. È sbagliato, lo so, ma non riesco a farne a meno.
È un pomeriggio afoso di fine estate. Sono solo in casa, o almeno credo. Alberto è fuori, probabilmente al lavoro o con qualche amico, e io mi ritrovo nel soggiorno, con le tende tirate per non far entrare troppo sole. Ho tra le mani un paio dei suoi calzini di spugna, bianchi, ancora umidi di sudore, lasciati vicino al divano dopo il suo allenamento di stamattina. L’odore è intenso, acre, mi brucia il naso ma mi fa girare la testa. Sono nudo, seduto sul divano, con il cuore che batte forte mentre stringo il tessuto tra le dita e lo porto al viso. Inspiro profondamente, sentendo quel mix di sudore e pelle che mi manda fuori di testa. La mano scivola in basso, stringo il mio cazzo già duro e comincio a muovermi piano, godendomi ogni secondo di questa perversione.
Non so quanto tempo passo così, perso nei miei pensieri, finché non sento il rumore della chiave nella serratura. Il cuore mi salta in gola. Mi blocco, ma è troppo tardi. La porta si apre e Alberto entra, seguito da un altro tizio, un suo amico che non conosco. Mi vedono subito: nudo, con i suoi calzini in faccia e la mano sul cazzo. La vergogna mi brucia la pelle, ma non riesco a muovermi, sono paralizzato.
“Ma che cazzo fai?” La voce di Alberto è tagliente, incredula. Si avvicina a grandi passi, i muscoli delle braccia tesi, il volto contratto dalla rabbia. Il suo amico, un tipo alto con una maglietta aderente, ride sotto i baffi, ma non dice niente.
“Io… io…” balbetto, ma non ho scuse. Mi sento piccolo, patetico, mentre lui mi guarda con disgusto.
“Annusi i miei calzini del cazzo? Sei malato o cosa?” Mi strappa il tessuto dalle mani, lo guarda per un attimo, poi me lo sbatte in faccia con forza. “Ti piace tanto? Allora tieniteli in bocca, stronzo.” Prima che possa reagire, mi spinge i calzini appallottolati dentro, forzandomi ad aprire la bocca. Il sapore è salato, acre, mi fa quasi venire un conato, ma il cuore mi batte ancora più forte. Non so se è paura o eccitazione, forse entrambe.
“Dai, non fare storie,” dice, con un tono che non ammette repliche. “Ti tengo così, visto che ti piace tanto fare il pervertito. Adesso ci fai da servo, chiaro? Nudo, con quei calzini in bocca. E non provarci nemmeno a toglierli o a parlare.”
Il suo amico, che si è seduto sul divano, scoppia a ridere. “Cazzo, Alberto, sei un genio. Questo è uno spettacolo.”
Io sto lì, nudo, con i calzini che mi riempiono la bocca, il sapore che mi invade il palato. Mi alzo, tremando, mentre Alberto mi guarda con un sorrisetto crudele. “Vai a prendere due birre dal frigo. Sbrigati.”
Non posso rispondere, non posso fare altro che obbedire. Cammino verso la cucina, sentendo i loro occhi su di me, il mio cazzo ancora duro che si muove a ogni passo, gocciolando per l’eccitazione. Mi sento umiliato, ma allo stesso tempo c’è una parte di me che gode di questa situazione, di essere così esposto, così sotto il loro controllo. Torno con le birre, le porgo con le mani che tremano. Alberto mi guarda, prende la bottiglia e dice: “Bravo, cagnolino. Ora stai fermo lì, in piedi, che ci godiamo lo spettacolo.”
Per due ore resto così. Porto birre, snack, mi muovo per casa nudo mentre loro parlano, ridono, bevono. Ogni tanto Alberto mi guarda e dice qualcosa tipo: “Guarda come gode, il maiale. È tutto bagnato là sotto.” E io non posso fare altro che stare zitto, con i calzini in bocca che ormai sono fradici di saliva, il sapore che non mi abbandona. Il mio cazzo non si ammolla, gocciola di continuo, e loro lo notano, ci fanno battute sopra, mi prendono in giro. È un’agonia, ma anche un piacere che non so spiegare.
Dopo un po’, quando hanno bevuto abbastanza da essere brilli, l’atmosfera cambia. Alberto si alza, si toglie le scarpe e mi guarda con un ghigno. “Sai che c’è, Marco? Visto che ti piacciono tanto i piedi, ora te li diamo per davvero.” Si siede sul divano, alza una gamba e mi spinge il piede nudo contro la faccia. L’odore è ancora più forte dei calzini, caldo, umido, mi fa quasi stordire. Mi preme le dita contro le labbra, forzandomi a tenere la bocca aperta nonostante i calzini. “Succhia, dai. Fammi vedere quanto ti piace.”
Non posso parlare, non posso fare altro che obbedire. Le sue dita sono ruvide, callose, il sapore è un mix di sudore e pelle che mi riempie la bocca. Muovo la lingua come posso, sentendo ogni piega, ogni contorno. Il suo amico, che si chiama Luca, ride e si toglie anche lui le scarpe. “Cazzo, voglio provarci anch’io.” E così mi ritrovo con due piedi in faccia, uno per ognuno, che mi spingono, mi strofinano contro il viso, mi riempiono la bocca. L’odore mi soffoca, il calore della loro pelle mi brucia le guance, e io sono lì, in ginocchio, nudo, con il cazzo che pulsa e gocciola sul pavimento.
“Guarda come gode,” dice Luca, con una risata roca. “Questo è proprio un porco. Ti piace avere i piedi in bocca, eh?”
Non posso rispondere, ma il mio corpo parla per me. Sono un disastro, sudato, tremante, mentre loro continuano a spingere, a muovere le dita, a strofinarmi la faccia. Dopo un po’, Alberto si tira indietro, si slaccia i pantaloni e tira fuori il cazzo. È grosso, spesso, con una vena che corre lungo il lato. Mi guarda con un sorriso cattivo. “Basta piedi. Ora vediamo se sai succhiare altro.”
Tira fuori i calzini dalla mia bocca con un gesto secco, lasciandomi ansimare. La mia gola è secca, il sapore ancora sulla lingua. “Apri bene,” ordina, e io lo faccio. Mi spinge la testa verso il basso, guidandomi verso di lui. Sento il calore del suo cazzo prima ancora di toccarlo, l’odore forte, muschiato, che mi colpisce. Lo prendo in bocca, sentendo la sua durezza, la pelle liscia che scivola sulla lingua. È grosso, mi riempie la bocca, quasi mi soffoca, ma lui non si ferma, mi spinge più in fondo, tenendomi per i capelli.
“Ecco, così, bravo,” dice, con la voce bassa, roca. “Succhia forte, non fare il timido. Lo so che ti piace.”
Muovo la testa su e giù, sentendo ogni centimetro di lui, il sapore salato che mi invade. Le sue mani mi stringono, guidano il ritmo, mentre Luca guarda e ride. “Cazzo, sembra fatto apposta per questo,” commenta, tirandosi fuori anche lui il cazzo, più lungo ma meno spesso, con la punta già bagnata.
“Vieni qui,” dice, e mi sposta verso di lui. Passo da uno all’altro, succhiando a turno, sentendo le loro mani che mi spingono, le loro voci che mi insultano con tono quasi giocoso. “Guarda come lo prende bene,” dice Alberto. “Non ne hai mai abbastanza, vero? Ti piace avere due cazzi da servire.”
Le loro parole mi bruciano, ma mi eccitano ancora di più. La mia bocca è stanca, la mascella mi fa male, ma non mi fermo. Il sapore dei loro cazzi, il calore, i suoni che fanno, i gemiti bassi, tutto mi manda fuori di testa. Sento il pavimento freddo sotto le ginocchia, il sudore che mi cola lungo la schiena, e il mio cazzo che continua a pulsare, intoccato, disperato.
Dopo un po’, Alberto mi tira su per un braccio. “Basta succhiare. Ora vediamo quanto reggi.” Mi spinge verso il divano, facendomi mettere a quattro zampe. Sento le sue mani sulle mie chiappe, che mi allargano, e poi la sensazione fredda di qualcosa, forse saliva o lubrificante, non so. “Rilassati,” dice, ma il tono non è rassicurante. Sento la pressione del suo cazzo contro di me, grosso, insistente, e poi il dolore acuto mentre spinge dentro. È lento, ma deciso, e io stringo i denti, ansimando.
“Cazzo, è stretto,” dice, con un grugnito. “Ma ci entra, tranquillo. Lo prendi tutto.” Spinge ancora, centimetro dopo centimetro, finché non lo sento tutto dentro, un peso che mi riempie, mi brucia. Il dolore si mescola a un piacere strano, intenso, mentre lui comincia a muoversi, dapprima piano, poi più forte. Ogni spinta mi scuote, mi fa ansimare, il suono della sua pelle contro la mia che riempie la stanza.
Luca si mette davanti a me, il cazzo di nuovo in mano. “Apri,” ordina, e io lo faccio. Me lo spinge in bocca mentre Alberto mi scopa da dietro, e io sono lì, preso da entrambi, incapace di fare altro che subire. Il ritmo è serrato, i loro movimenti non sono sincronizzati, ma è proprio questo a rendermi un oggetto nelle loro mani. Sento il sudore di Luca sulla pancia, l’odore forte del suo cazzo, il sapore che mi riempie la bocca mentre Alberto mi sbatte con forza, le sue mani che mi stringono i fianchi.
“Ti piace essere usato così, eh?” dice Alberto, con la voce spezzata dallo sforzo. “Lo sento come ti stringi, porco. Vuoi venire senza nemmeno toccarti.”
Non posso rispondere, non con Luca che mi riempie la bocca, ma i gemiti che mi sfuggono parlano per me. Ogni spinta di Alberto mi manda una scarica lungo la schiena, ogni affondo di Luca mi fa quasi soffocare, e io sono al limite, il mio cazzo che gocciola senza sosta, il piacere che monta dentro di me come un’onda.
Dopo un po’ si scambiano di posto. Luca si mette dietro, il suo cazzo più lungo che mi entra con meno resistenza ma arriva più in fondo, facendomi sussultare. Alberto si mette davanti, il suo cazzo lucido di saliva e sudore, e me lo spinge di nuovo in bocca. “Puliscilo bene,” dice, con un ghigno, e io lo faccio, sentendo il sapore di me stesso mischiato al suo. Luca spinge forte, le sue mani che mi stringono, i suoi grugniti che mi arrivano dritti all’orecchio. “Cazzo, è troppo bello,” dice. “Ti spaccherei in due se potessi.”
Non so quanto tempo passa così, perso tra i loro movimenti, i loro odori, i loro suoni. Il mio corpo è un fascio di sensazioni, dolore e piacere mischiati in un groviglio che non riesco a sciogliere. Sento il mio cazzo pulsare, vicino al limite, ma non riesco a venire, non senza un tocco, e loro non me lo permettono.
Alla fine, Alberto si tira fuori dalla mia bocca e si mette di nuovo dietro. “Voglio finirti così,” dice, e rientra dentro di me con una spinta decisa. Luca si mette di lato, si masturba guardandoci, il respiro pesante. Alberto accelera, le sue spinte sono violente ora, il suono della carne contro la carne che risuona nella stanza. “Sto per venire,” grugnisce, e io lo sento, il suo cazzo che si gonfia dentro di me, e poi il calore improvviso mentre si svuota, con un gemito lungo, profondo.
Si tira fuori piano, lasciandomi ansimante, tremante. Luca prende il suo posto, entra dentro di me con facilità ora, e dura poco. Dopo poche spinte, viene anche lui, con un grido strozzato, aggiungendo il suo calore al mio corpo già sfinito. Io sto lì, a quattro zampe, con il fiato corto, il sudore che mi cola ovunque, il cazzo che ancora pulsa, disperato.
Alberto mi guarda, con un sorriso soddisfatto. “Sei stato bravo, cagnolino. Ora puoi venire, se ci riesci.” Non mi tocca, non mi aiuta, ma le sue parole sono abbastanza. Con poche carezze, esplodo, il piacere che mi travolge come un’onda, lasciandomi tremante, svuotato.
Resto lì, sul divano, nudo, sudato, con il loro odore ancora sulla pelle, il loro sapore in bocca. Non so cosa succederà dopo, ma in questo momento non mi importa. Sono solo un corpo, usato, soddisfatto, e per ora mi basta.
