Nella scatola, testa fuori e bocca aperta
Sono Riccardo, ho 29 anni e una vita che dall’esterno sembra normale. Lavoro in un ufficio, ho una ragazza ogni tanto, ma dentro di me c’è un casino che non riesco a spiegare. Non sono mai stato con un uomo, anche se ci penso da anni. Non è solo curiosità, è una voglia che mi brucia, qualcosa di sporco che mi fa sentire vivo. La cosa che mi eccita di più? Perdere il controllo. Non decidere io, non avere scelta, essere usato. È una perversione, lo so, ma non ci posso fare niente.
Un giorno, navigando su un sito di roba un po’ estrema, trovo un thread che parla di un locale qui in città. Niente di che dall’esterno, un bar qualsiasi, ma nel retro c’è una stanza segreta. E in quella stanza c’è una scatola. Una specie di cubicolo di legno, abbastanza grande da starci inginocchiato dentro, con un buco in alto da cui fai uscire solo la testa. La cosa assurda? La scatola ha una chiusura temporizzata. Una volta che ci entri e chiudi, non puoi uscire per almeno un’ora. Chiunque entri nella stanza può fare quello che vuole con la tua faccia. Leggo i commenti, c’è chi dice che è da malati, chi invece racconta di averci provato e di essere impazzito dal piacere. Io ci penso per giorni. Non riesco a togliermelo dalla testa. Voglio farlo. Devo farlo.
Non è solo un pensiero fugace, è un’ossessione. Di notte, mentre sono a letto, immagino la sensazione di essere intrappolato, di non avere scampo. Mi vedo lì, con la testa incastrata, alla mercé di sconosciuti. Mi eccita e mi spaventa allo stesso tempo. Passo ore a rileggere quel thread, a cercare altre informazioni su quel posto. Trovo qualche foto sfocata del locale, postata da un utente anonimo, e un paio di racconti dettagliati di gente che c’è stata. Uno scrive che dopo aver provato non è più riuscito a pensare ad altro, un altro dice che si è sentito umiliato ma vivo come mai prima. Ogni parola mi accende qualcosa dentro, una fiamma che non riesco a spegnere. So che è rischioso, che potrebbe andare male, ma è proprio questo che mi attira: il rischio, l’ignoto, il perdere ogni controllo.
Decido di andare un giovedì sera, dopo una giornata di lavoro in cui non sono riuscito a concentrarmi su niente. Mi faccio la doccia, mi metto una felpa scura e i jeans, niente di appariscente. Mentre mi preparo, ho lo stomaco chiuso, le mani che tremano appena. Mi guardo allo specchio e non so se sto per fare la cosa più stupida della mia vita o quella più vera. Esco di casa con un misto di paura e adrenalina che mi fa quasi girare la testa. Il locale è in una via secondaria, un posto che non dà nell’occhio, con un’insegna al neon mezza rotta che lampeggia debolmente. Entro, ordino una birra al bancone per farmi coraggio. Il barista, un tipo sulla quarantina con una barba incolta e uno sguardo che sembra sapere troppo, mi guarda con un mezzo sorriso, come se capisse subito perché sono lì. Bevo la birra lentamente, cercando di calmare il battito del cuore che mi rimbomba nel petto. Dopo un po’, mi avvicino e gli chiedo della stanza, con la voce che mi esce più incerta di quanto vorrei. Lui annuisce, non fa domande, mi spiega le regole: “Entri, ti metti dentro, chiudi. Un’ora, non si esce prima. Niente telefoni, niente cazzate. Se qualcuno fa casino, c’è la sicurezza. Capito?”. Io annuisco, ho il cuore che mi batte all’impazzata. Mi dà una chiave per la porta sul retro e mi indica dove andare, con un gesto secco della testa.
Cammino lungo un corridoio stretto, illuminato da una luce fioca, con l’odore di birra stantia e fumo che impregna l’aria. La porta sul retro è di metallo, pesante, con una serratura che scatta rumorosamente quando giro la chiave. La stanza è piccola, buia, con una luce al neon che sfarfalla e un leggero odore di muffa. Al centro c’è la scatola, un cubo di legno nero, lucido, con un buco in alto. Sembra una cosa costruita apposta, non un gioco da due soldi, quasi un oggetto di design perverso. Mi tremano le mani mentre apro lo sportello laterale. Dentro c’è spazio appena per stare in ginocchio, con un cuscino sul fondo, logoro ma pulito. Mi tolgo la felpa, resto in maglietta, e mi infilo dentro. Chiudo lo sportello, sento il clic della chiusura temporizzata. È fatta. La mia testa spunta dal buco, il collo incastrato in un anello di gomma che non stringe ma non mi fa muovere. Non posso tirarmi indietro. Mi sento esposto, vulnerabile, e già questo mi fa venire un’erezione che mi stringe nei jeans. Il legno è freddo contro le ginocchia, l’aria nella stanza è pesante, e ogni rumore, anche il più piccolo, mi fa sobbalzare.
Passano i primi minuti e non succede niente. Sento solo il rumore del mio respiro, corto e irregolare, e il ronzio del neon sopra di me. La mia mente corre, un misto di eccitazione e terrore. E se non viene nessuno? O peggio, e se viene qualcuno che conosco? Cerco di scacciare i pensieri, ma non ci riesco. Poi, finalmente, la porta si apre con un cigolio. Entra un uomo, sulla cinquantina, brutto da fare schifo, con la pancia che gli tira la camicia e i capelli unti che gli cadono sulla fronte. Mi guarda, sorride con una faccia da porco e si avvicina senza esitazione. “Oh, guarda che bel bocchino che c’è qua,” dice con una voce roca, quasi gutturale. Io non parlo, non ci riesco. Ho la gola secca, la lingua pesante. Lui si slaccia i pantaloni, tira fuori il cazzo, già mezzo duro, e me lo sbatte sulla faccia. L’odore è forte, di sudore e di qualcosa che non voglio nemmeno pensare. “Dai, apri,” mi ordina, e la sua voce non lascia spazio a dubbi. Io lo faccio. Lo prendo in bocca, sento il sapore salato, la consistenza strana sulla lingua. È la prima volta che lo faccio, e non so se mi piace o mi fa schifo. Però lo succhio, lo lavoro con la lingua, lo sento diventare duro. Lui ansima, mi tiene la testa con una mano, anche se non può muoverla più di tanto. Dopo pochi minuti geme forte, mi viene in bocca senza avvertire. È caldo, appiccicoso, mi fa quasi vomitare ma ingoio, non ho alternative. Lui si tira su i pantaloni, ride con una risata grassa e se ne va senza dire una parola, lasciandomi solo con il sapore che mi rimane in bocca.
Resto lì, con la testa che gira, il respiro corto. Non so se sono eccitato o disgustato. Mi sento sporco, ma c’è una parte di me che si nutre di questa sensazione, che la cerca. Passano altri cinque minuti, forse dieci, non ho modo di misurare il tempo. La porta si apre di nuovo, stavolta con meno rumore. Entra un ragazzo, più giovane, sui venticinque anni, magro, con l’aria timida e gli occhi che evitano i miei. Non parla, si avvicina piano, si sbottona i jeans con mani tremanti. Il suo cazzo è più piccolo, pulito, e lui sembra quasi imbarazzato. “Posso?” mi chiede sottovoce, come se avesse paura di disturbare. Io annuisco appena, non so perché mi fa tenerezza. Lo prendo in bocca, lo succhio piano, lui trema, respira forte, emettendo piccoli gemiti soffocati. Non ci mette molto, viene con un gemito strozzato, poi si tira su i pantaloni e scappa via senza guardarmi, come se si vergognasse di quello che ha appena fatto. Io resto lì, il cuore che batte, il respiro ancora corto. Mi piace questa sensazione di essere usato, di non avere scelta. Mi fa sentire libero in un modo che non capisco, come se per la prima volta potessi lasciar andare ogni controllo, ogni maschera che porto nella vita di tutti i giorni.
Passano altri dieci minuti, forse di più. Inizio a sentirmi scomodo, le ginocchia mi fanno male, il legno duro preme contro la pelle, ma non posso muovermi. Mi sento intrappolato nel vero senso della parola, e questo mi eccita ancora di più, anche se il disagio fisico inizia a pesare. Poi la porta si apre di botto, e sento delle risate sguaiate che mi gelano il sangue. Entrano tre ragazzi, ubriachi, con le birre in mano, il puzzo di alcool che arriva fino a me. Uno di loro lo riconosco subito: è Giovanni, un collega del mio ufficio. Uno stronzo patentato, sempre a fare battute pesanti e a comandare tutti, con quella sua aria da bullo che mi ha sempre fatto venire voglia di tirargli un pugno. Appena mi vede, scoppia a ridere così forte che quasi si strozza. “Ma guarda chi c’è! Riccardo, cazzo, sei tu? Ma che ci fai qua, frocio del cazzo?”. Io mi sento morire, la faccia mi brucia dalla vergogna, ma non posso fare niente. Sono bloccato, letteralmente e metaforicamente. Gli altri due, che non conosco, ridono pure loro, uno dice: “Oh, guarda, abbiamo trovato un bocchino gratis!”. Giovanni si avvicina, mi guarda dall’alto con quel ghigno da bastardo che conosco fin troppo bene. “Beh, visto che ci sei, fai il tuo dovere,” dice, e si tira giù la zip con un gesto teatrale, come se stesse facendo uno spettacolo per i suoi amici.
Non ho scelta. Lo prendo in bocca, mentre gli altri due guardano e ridono, facendo commenti volgari che mi trafiggono come coltelli. Giovanni è rude, mi spinge il cazzo in gola senza riguardo, mi fa tossire, mi fa male. “Dai, succhia bene, puttana,” mi dice, e io lo faccio, anche se mi brucia tutto, anche se ogni spinta mi fa venire le lacrime agli occhi. Sento le loro battute, i loro insulti, ma una parte di me si eccita ancora di più. Mi piace essere umiliato così, non lo capisco ma è così. È come se ogni parola, ogni gesto, mi liberasse da un peso che porto dentro da sempre. Giovanni viene dopo pochi minuti, un fiotto caldo che mi riempie la bocca, ma non si ferma. Si tira indietro, ride, e prima che io capisca cosa sta succedendo, mi piscia in faccia. Il liquido caldo mi colpisce, mi brucia gli occhi, mi cola sul mento. “Beviti pure questo, troia,” dice, e gli altri scoppiano a ridere, uno tira fuori il telefono per fare una foto ma Giovanni lo ferma con un gesto. Io non posso fare niente, solo stringere i denti e sopportare, con la vergogna che mi divora ma anche un’eccitazione malata che non riesco a spegnere.
Dopo di lui, gli altri due si avvicinano, come se fosse una gara. Il primo è un tipo grosso, con un cazzo enorme che quasi non mi entra in bocca. Me lo sbatte in gola con forza, mi fa lacrimare gli occhi, respiro a fatica, i conati che mi salgono ma che devo reprimere. “Cazzo, sei stretto, succhia meglio,” mi ordina, e io ci provo, anche se mi fa male, anche se ogni spinta sembra volermi soffocare. Lui ansima, grugnisce come un maiale, poi viene, un altro carico che mi soffoca. L’ultimo è più veloce, ma non meno violento. Mi usa la bocca come un buco qualsiasi, senza guardarmi negli occhi, senza un briciolo di umanità, e viene con un gemito secco. Poi si tirano su i pantaloni, ridono ancora un po’, Giovanni mi dà una pacca sulla testa con una forza che mi fa sobbalzare e dice: “Ci vediamo in ufficio, bocchino,” prima di andarsene con gli altri, lasciandomi solo in quella stanza che ora puzza di birra, sudore e vergogna.
Resto lì, la faccia bagnata, la bocca che sa di tutto. Mi sento distrutto, svuotato, ma c’è una parte di me che è ancora eccitata, che ha trovato in questa umiliazione qualcosa di profondamente liberatorio. Non so quanto tempo passa, i minuti sembrano ore, il dolore alle ginocchia diventa insopportabile, ma non posso muovermi. Finalmente sento il clic della chiusura che si sblocca, un suono secco che mi riporta alla realtà. Esco dalla scatola, le ginocchia mi tremano, a malapena riesco a stare in piedi. Mi pulisco la faccia con la maglietta, che ora è un disastro, e mi rimetto la felpa con mani malferme. Esco dalla stanza senza guardare in giro, senza voler vedere se c’è qualcuno che mi osserva. Al bancone, il barista mi fa un cenno, come a dire “tutto ok?”. Io annuisco, anche se non è vero, pago la birra che avevo preso prima e me ne vado senza dire una parola.
Fuori fa freddo, l’aria della notte mi colpisce come uno schiaffo, ma non mi dà sollievo. Cammino verso casa con la testa incasinata, i pensieri che si accavallano senza senso. Non so se lo rifarei, ma non mi pento di averlo fatto. È stata una cosa mia, una cosa che volevo, che avevo bisogno di provare, anche se mi ha lasciato con un vuoto dentro che non so come riempire. Giovanni in ufficio sarà un problema, lo so, ogni suo sguardo, ogni battuta, sarà un promemoria di questa notte. Ma ci penserò domani. Per stasera, mi basta sapere che ho vissuto qualcosa che mi ha fatto sentire vivo, anche se in un modo che non so spiegare, anche se mi ha spezzato in modi che forse non capirò mai. E forse, in fondo, va bene così. Arrivo a casa, mi butto sotto la doccia, l’acqua bollente che mi brucia la pelle ma non lava via niente. Mi guardo allo specchio, gli occhi rossi, la faccia stanca, e per la prima volta dopo tanto tempo mi vedo davvero, senza filtri, senza bugie. Non so chi sono, non so cosa voglio, ma stasera ho toccato qualcosa di vero, di crudo, di mio. E per ora, questo mi basta. Domani sarà un altro giorno, con le sue maschere e le sue catene, ma stasera, anche solo per un momento, sono stato libero.
