Giochi di mano nel parcheggio del ristorante
Sono Rita, ho 44 anni, e passo le giornate a fare i conti per gente che non sa nemmeno leggere un bilancio. Sono una consulente fiscale, sposata da vent’anni con un uomo che non mi vede più, e ho perfezionato l’arte di sembrare una statua di marmo anche quando dentro sto pensando le peggiori schifezze. Ho due tizi che mi girano intorno da mesi, e lo so che non dovrei, ma mi piace tenerli al guinzaglio. Stefano, 34 anni, cliente storico, separato, un tipo che si veste come se dovesse fare un colloquio ogni giorno. È insistente, con un ego che mi fa venir voglia di tirargli un pugno, ma mi guarda come se fossi l’unica donna al mondo, e questo mi fa sentire una dea. Poi c’è Karim, 23 anni, il praticante del mio studio. Silenzioso, preciso, ma con occhi che mi spogliano ogni volta che mi passa un fascicolo. Non sa gestirsi, e io lo lascio cuocere nel suo brodo, perché mi piace avere il controllo.
Oggi dovevamo fare un pranzo di lavoro, io, Stefano e Karim, per discutere di una pratica complicata. Un ristorante di medio livello in periferia, roba da quaranta minuti, un’insalata e via. Siamo seduti, io con la mia solita faccia da “tutto sotto controllo”, Stefano che non smette di fare battute su quanto sono sexy con gli occhiali, e Karim che arrossisce ogni volta che lo guardo. Sotto il tavolo, però, la tensione è un’altra. Sento i loro occhi su di me, diversi, ma ugualmente pesanti. Stefano mi vuole per vantarsi, per dire che si è fatto la consulente. Karim mi vuole perché sono il suo taboo, la capa che non può avere. E io? Io mi nutro di entrambi. Mi piace che mi desiderino, mi piace che si contendano la mia attenzione senza nemmeno saperlo.
Finito il pranzo, usciamo nel parcheggio. Sono le 14:28, il sole picchia, e nessuno sale in macchina. Ci fermiamo vicino alla mia auto, una station wagon grigia che urla “vita noiosa”. Parliamo di cazzate, tipo il tempo o il traffico, ma nessuno si muove. Io sono in mezzo, loro ai lati, e sento i loro sguardi che mi pesano sulla pelle. Dovrei salire in macchina, tornare in ufficio, fare la professionista. Ma c’è qualcosa nell’aria, qualcosa di sporco e sbagliato che mi tiene inchiodata lì. Mi piace che mi guardino, mi piace che siano così diversi ma così fissati con me. Stefano con la sua spavalderia, Karim con la sua timidezza che nasconde un fuoco. E io, per la prima volta, non ho il controllo. Non sono la capa, non sono la consulente. Sono solo una donna che due uomini vogliono, e questa cosa mi fa bagnare anche se non dovrei.
Stefano rompe il silenzio con una risata. “Rita, sembri nervosa. Che c’è, hai paura di noi?” La sua voce è provocatoria, e io gli lancio un’occhiata che dovrebbe fulminarlo, ma dentro sto tremando. Karim non dice niente, ma i suoi occhi sono puntati sulle mie gambe, sul vestito che si è alzato un po’ mentre camminavo. Mi sento nuda, esposta, e invece di odiarmi per questo, lo voglio. Voglio vedere fino a che punto posso spingermi. “Paura di voi? Non farmi ridere,” rispondo, con il tono sarcastico che uso per tenerli a bada. Ma la mia voce trema appena, e loro lo sentono.
Stefano si avvicina, il suo profumo costoso mi arriva al naso. “Facciamo un gioco, dai. Vediamo chi ti fa stare meglio.” Lo dice con un ghigno, e io dovrei mandarlo a quel paese, ma non lo faccio. Karim mi guarda, incerto, ma vedo che è eccitato dall’idea. E io, cazzo, sono già bagnata solo a pensarci. “Siete ridicoli,” dico, ma non mi muovo. Stefano si avvicina ancora, la sua mano sfiora il mio fianco, e io non lo fermo. “Non fare la santarellina, Rita. Lo sai che ti piace.” La sua voce è bassa, quasi un ringhio, e io sento un brivido lungo la schiena.
Siamo in un parcheggio, ci sono macchine che passano, gente che cammina a qualche metro di distanza. Qualcuno ci guarda strano, ma nessuno si avvicina. Stefano mi spinge leggermente contro la portiera della mia auto, e Karim si avvicina dall’altro lato. Sono in trappola, ma non voglio scappare. Stefano alza una mano, la fa scivolare sotto il mio vestito, lento, guardandomi negli occhi per vedere se lo fermo. Non lo faccio. Le sue dita trovano l’elastico delle mie mutandine, ci giocano un attimo, poi scivolano dentro. “Cazzo, sei già fradicia,” sussurra, e io mi mordo un labbro per non gemere. Le sue dita si muovono piano, sfiorano il mio clitoride, lo accarezzano con cerchi lenti. Sento il calore che mi sale dal basso, il cuore che batte forte. Mi guardo intorno, una donna con un passeggino ci fissa per un attimo prima di girarsi. Dovrei vergognarmi, ma questo mi eccita ancora di più.
Stefano si tira indietro, fa un cenno a Karim. “Tocca a te, ragazzino. Vediamo se sai fare qualcosa.” Karim esita, il suo viso è rosso, ma si avvicina. Le sue mani tremano mentre mi tocca, ma quando le sue dita entrano nelle mie mutandine, sono decise. Mi sfiora in modo diverso, più delicato ma profondo, e io non riesco a trattenere un gemito. “Brava, così,” dice Stefano, ridendo piano, mentre mi guarda contorcermi. “Fatti sentire.” La voce di Stefano è un mix di scherno e desiderio, e io mi odio per quanto mi piace.
Le loro mani si alternano, uno dopo l’altro. Stefano è rude, mi tocca con forza, spingendo le dita dentro di me e poi tornando a stuzzicarmi fuori, facendomi sussultare ogni volta. Karim è più lento, quasi rispettoso, ma cazzo se sa dove toccare. Mi esplora con due dita, le muove in modo che senta ogni centimetro, mentre il pollice preme sul mio clitoride. Io sono appoggiata alla macchina, le gambe che tremano, il respiro corto. “Guardate come gode la signora,” dice Stefano, e io vorrei insultarlo, ma non ci riesco. Ho la testa leggera, il corpo che brucia. Sento l’odore del mio stesso desiderio, il suono delle loro dita che si muovono dentro di me, bagnate. È sporco, è sbagliato, ma non riesco a smettere.
La gente continua a passare. Un tizio in giacca e cravatta ci guarda con la coda dell’occhio, una coppia sussurra qualcosa mentre si allontana. Io gemo più forte, non riesco a controllarmi. Stefano ride di nuovo. “Ti piace che ti vedano, eh? Troia.” Le sue parole mi colpiscono come una scossa, e invece di offendermi mi fanno eccitare ancora di più. Karim non parla, ma il suo respiro è pesante, e vedo che è duro nei pantaloni. Le loro mani non smettono, si alternano, mi portano sempre più vicina al limite. Stefano mi spinge due dita dentro con forza, le muove rapide, mentre mi guarda con quel sorriso da stronzo. Poi tocca a Karim, che mi accarezza piano ma con una pressione perfetta, e io sento che sto per scoppiare.
“Sto per venire, cazzo,” ansimo, e Stefano ghigna. “Fallo, dai, facci vedere.” Le sue dita tornano dentro di me, veloci, decise, mentre Karim mi guarda con occhi pieni di desiderio. È troppo, il calore mi esplode dentro, le gambe cedono, e io vengo con un gemito che non riesco a soffocare. Mi appoggio alla macchina, ansimando, mentre loro si tirano indietro. Sento il cuore che martella, il corpo che trema ancora. Stefano si pulisce le dita sulla mia gonna, con un sorrisetto. “Brava, Rita. Sei stata uno spettacolo.” Karim non dice niente, ma mi guarda come se volesse continuare.
Siamo ancora nel parcheggio, il sole che scotta, la gente che passa. Nessuno di noi dice una parola seria. Io sistemo il vestito, cerco di riprendere fiato. Non salgo in macchina subito, e nemmeno loro. Stefano accende una sigaretta, Karim si appoggia a un’altra auto. Non c’è imbarazzo, non c’è rimpianto. Solo una specie di intesa silenziosa. So che non dovrei volerlo, ma lo voglio ancora. E so che anche loro non hanno finito con me. Per ora, però, ci limitiamo a stare lì, come se niente fosse, mentre il mondo continua a girare intorno.
