Racconti Piccanti
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Succhia i miei piedi, ragazzo

Succhia i miei piedi, ragazzo

07 Marzo 2026·5 min di lettura

Sono Mattia, ho 23 anni e lavoro in un negozio di scarpe in centro. È un posto di merda, ma paga le bollette. Passo le giornate a infilare piedi puzzolenti in mocassini e sneakers, sorridendo come un idiota mentre la gente si lamenta che “stringe troppo” o “non è il mio stile”. Il peggio, però, è Giulio. Un avvocato di 37 anni, uno di quelli che entrano con l’aria di chi possiede il mondo. Alto, spalle larghe, sempre in giacca e cravatta, con un ghigno che ti fa sentire una formica. E i piedi? Porca troia, ha un 46, enormi, e non si fa problemi a ricordartelo ogni volta.

Giulio viene nel negozio almeno una volta a settimana. Non compra quasi mai niente di nuovo, no. Vuole sempre provare i modelli vecchi, quelli che stanno in magazzino da anni, e pretende che glieli metta io ai piedi. Mi guarda dall’alto mentre mi chino, sudato, a infilargli scarpe che chiaramente non gli interessano. “Dai, ragazzo, forza, stringi quel laccio,” mi dice con quel tono che è un misto di ordine e scherno. Io lo odio, ma non posso dirgli niente. È un cliente, e il capo mi farebbe il culo se lo mandassi via. Ogni volta che se ne va, mi sento uno schifo, umiliato, con le mani che tremano per la rabbia. Eppure, cazzo, c’è una parte di me che si scalda a ogni suo sguardo, a ogni parola che mi sputa addosso. Non so perché, ma è così.

Quel giorno, un mercoledì afoso di luglio, il negozio era deserto. Ero solo, il capo era in pausa pranzo. Giulio entra alle due, mocassini lucidi, senza calzini, i pantaloni del completo leggermente arrotolati alle caviglie. Mi guarda e sorride, un sorriso che mi fa gelare il sangue. “Ciao, ragazzo. Ho bisogno di provare un paio di scarpe vecchie. Ce l’hai un modello da magazzino, vero?” Io annuisco, con la gola secca, e lo porto nel retro per prendere una scatola di roba scontata. Ma appena entriamo, chiude la porta dietro di sé. Click. Mi giro, e lui è lì, a un metro da me, con quegli occhi che mi inchiodano.

“Mettiamoci comodi,” dice, togliendosi i mocassini con un movimento lento. L’odore mi colpisce subito, un misto di sudore e cuoio che mi fa storcere il naso. “Sai, ho camminato tutto il giorno. I piedi mi fanno male. Perché non ti inginocchi e li massaggi un po’?” Io lo fisso, incredulo, ma il cuore mi batte forte. Vorrei mandarlo a fanculo, ma le sue parole mi bloccano, mi pesano addosso come un macigno. “Dai, non fare lo schizzinoso. È solo un massaggio.” Mi tremano le gambe, ma mi inginocchio, non so nemmeno perché. Forse perché ho paura di cosa potrebbe fare se dico di no. O forse perché, cazzo, una parte di me lo vuole.

Mi ritrovo con i suoi piedi davanti, enormi, sudati, le dita leggermente sporche di polvere. “Tocca,” ordina. Io esito, ma poi appoggio le mani sulle piante, calde e umide. Lui sospira, rilassato, e io sento un calore strano nello stomaco. “Bravo, ragazzo. Ora usa la bocca. Succhia le dita. Puliscile per bene.” Mi si gela il sangue, ma il suo tono non lascia spazio a obiezioni. Mi chino, schifato ma eccitato, e prendo in bocca il suo alluce. Il sapore è acre, salato, mi fa venire un conato, ma continuo. Lui geme piano, “Cazzo, sì, così,” e io mi sento sempre più perso, diviso tra disgusto e un desiderio che non capisco.

Passano minuti, non so quanti, con la sua voce che mi guida, che mi umilia. “Leccali tutti, non tralasciare niente.” Io obbedisco, con la lingua che scivola tra le dita, il suo odore che mi riempie i polmoni. Poi mi tira su per un braccio, con forza. “Basta giocare. Spogliati.” Io lo guardo, con il fiato corto, ma non protesto. Mi tolgo la maglietta, i jeans, mentre lui si slaccia la cintura e tira fuori il cazzo, già duro. Mi spinge contro il banco del retrobottega, la superficie fredda contro la schiena. “Girati,” dice, e io lo faccio, con il cuore che mi esplode nel petto.

Sento le sue mani sui fianchi, ruvide, che mi tengono fermo. Si strofina contro di me, il suo respiro caldo sul collo. “Ti piace, vero, ragazzo?” Non rispondo, ma il mio corpo trema. Sputa sulla mano, si prepara, e poi lo sento spingere, lento ma deciso. Fa male, cazzo, un bruciore che mi fa stringere i denti, ma lui non si ferma. “Rilassati, dai,” grugnisce, e io provo a respirare, a lasciarmi andare. Quando è dentro, inizia a muoversi, colpi secchi, profondi, che mi fanno gemere senza volerlo. Ogni spinta è un misto di dolore e piacere, il banco che scricchiola sotto di me, le sue mani che mi stringono forte.

Poi mi fa girare, mi tira su e mi sbatte di schiena sul banco. Mi guarda negli occhi, un sorriso cattivo sulle labbra. “Apri la bocca,” dice, e mi preme un piede sul viso, le dita che mi sfiorano le labbra. L’odore è forte, mi soffoca, ma io lecco di nuovo, mentre lui continua a scoparmi, sempre più veloce. “Cazzo, sei bravo,” ansima, e io sento il suo ritmo accelerare, il suo respiro diventare un rantolo. Il mio corpo risponde, teso, vicino al limite. Ogni suo movimento mi scuote, il piede che mi preme sulla faccia, il suo cazzo che mi riempie. “Sto per venire,” ringhia, e io annuisco, perso, finché non lo sento esplodere dentro di me, caldo, mentre io stesso cedo, con un gemito strozzato, sporcando il banco sotto di me.

Restiamo così per un attimo, ansanti, il silenzio rotto solo dal nostro respiro. Poi lui si tira indietro, si sistema i pantaloni, si rimette i mocassini. “Non male, ragazzo,” dice con un mezzo sorriso, come se niente fosse. Io resto lì, nudo, con il corpo ancora tremante, ma non dico niente. Mi rivesto piano, con la testa vuota. Lui apre la porta del retro e se ne va senza aggiungere altro, lasciandomi solo con l’odore del suo sudore e il casino sul banco. Non so cosa provo, ma una cosa è certa: non vedo l’ora che torni.

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