Annusami tutto, pervertito del cazzo
Sono Francesco, ho 38 anni, e vivo in un appartamento un po’ scassato alla periferia di Roma. Da qualche mese, per tirare avanti con le spese, ho deciso di affittare una stanza a Giulio, un ragazzo di 24 anni, studente di ingegneria fuori sede. Lui viene da un paesino del Sud, è un tipo normale, etero, un po’ timido a prima vista, ma con quell’aria di uno che se ne frega di tutto e tutti. Non è che parliamo molto, ci incrociamo in cucina o in corridoio, un “ciao” e via. Però, cazzo, non so come dirlo, ma da subito ho sentito qualcosa per lui. Non è solo che è carino, con quei capelli spettinati e il fisico asciutto da uno che non si ammazza in palestra ma sta bene lo stesso. È il suo odore. Mi fa impazzire. Quando passa vicino, sento quel mix di sudore e deodorante da due soldi, e mi parte la testa.
All’inizio cercavo di ignorarlo. Sono gay, lo sa pure lui, gliel’ho detto subito per chiarezza, ma non è che vado in giro a sbavare per chiunque. Però con Giulio è diverso. Dopo un paio di settimane, non ce l’ho fatta più. Una sera, mentre lui era fuori, sono entrato nella sua stanza. Mi sentivo un ladro, il cuore che mi batteva a mille, ma dovevo farlo. Ho aperto il cesto della biancheria sporca e ho preso un paio di mutande sue. Odoravano di lui, di sudore, di palle, di tutto. Me le sono portate al naso e ho iniziato a tirarmi una sega lì, in piedi, con la porta socchiusa. Da allora è diventata una fissa. Ogni volta che non c’è, frugo tra la sua roba, mutande, calze, qualsiasi cosa puzzi di lui. È una droga, non riesco a smettere.
Ieri sera è successo il casino. Ero a casa da solo, Giulio mi aveva detto che sarebbe rientrato tardi. Mi sono fatto una canna, mi sono messo sul divano a guardare un film, ma dopo dieci minuti già mi annoiavo. La testa è andata subito lì, a lui, al suo odore. Non ci ho pensato due volte. Sono andato nella sua stanza, il cesto della biancheria era pieno. Ho trovato un paio di mutande bianche, ancora umide, puzzavano di piscio fresco. Me le sono messe sotto il naso, inspirando come un pazzo, mentre con l’altra mano mi abbassavo i pantaloni. Ero già duro come il marmo, mi stavo segando furiosamente, perso in quel fetore che mi mandava fuori di testa. Non ho sentito niente, né la porta d’ingresso, né i passi. Poi, all’improvviso, la luce si accende e Giulio è lì, sulla soglia della stanza, con un’espressione tra lo shock e il divertimento.
“Cazzo fai, Francesco?” dice, e scoppia a ridere. Io mi blocco, il cuore mi esplode nel petto, cerco di tirarmi su i pantaloni, balbetto qualcosa, non so nemmeno cosa. “Niente, stavo solo… cercavo una cosa…” Ma lui non mi lascia finire. “Cercavi una cosa? Stavi annusando le mie mutande del cazzo, pervertito! Ti piace così tanto il mio odore?” Ride ancora, ma c’è qualcosa di cattivo nella sua voce, un tono che mi fa sentire una merda. Provo a giustificarmi, a dire che è stato un errore, ma lui si avvicina, mi guarda dall’alto in basso e mi ferma con un gesto. “No, no, fermo lì. Vuoi il mio odore? Te lo do io, sta’ tranquillo.”
Non capisco cosa intende, ma non ho il tempo di pensare. Mi ordina di avvicinarmi. “Annusami le ascelle, dai, pervertito di merda.” Si alza la maglietta, e io, non so perché, obbedisco. Mi chino, il suo odore è fortissimo, un mix di sudore e pelle, acre, che mi fa girare la testa. Lui ride, mi insulta. “Ti piace, eh? Sei proprio un maiale.” Poi si toglie le scarpe e i calzini, mi spinge la testa verso i suoi piedi. “Annusa qui, forza.” L’odore è pungente, quasi insopportabile, ma continuo, non so se per paura o perché una parte di me lo vuole davvero. Ogni insulto che mi tira mi umilia, ma mi eccita pure, non capisco più niente.
Poi si slaccia i jeans, si gira di schiena e si cala tutto. “Annusa il buco, dai, so che lo vuoi.” Mi ritrovo con la faccia a pochi centimetri dal suo culo, l’odore è intenso, un misto di sudore e roba più intima. Inspiro, mentre lui continua a dirmi quanto sono patetico, quanto sono un pervertito schifoso. Alla fine si gira, il cazzo già mezzo duro davanti a me. “Annusa anche questo, forza.” Mi chino, il suo odore di palle e pelle mi riempie la testa, non riesco a pensare ad altro.
“Ti piace, vero?” dice, con quella voce sprezzante. “Apri la bocca, pervertito.” Non ho scelta, o forse non voglio averla. Glielo prendo in bocca, sento il sapore salato, la consistenza dura che mi riempie. Lui mi afferra la testa con le mani, mi spinge contro, inizia a pompare, a scoparmi la bocca senza pietà. “Succhialo bene, troia,” mi dice, e io lo faccio, mentre lui geme e mi insulta. Sento il suo ritmo accelerare, i suoi grugniti diventare più forti, fino a che non mi tira fuori e mi schizza in faccia. Il suo sperma è caldo, appiccicoso, mi cola sul mento, sugli occhi. Rido, con quella risata cattiva che mi fa sentire una nullità.
Ma non è finita. Mi afferra per un braccio, mi trascina nella mia stanza, mi spinge sul letto. “Mettiti in ginocchio, dai, che ti do il gran finale.” Io sono ancora stordito, con la sua sborra in faccia, ma faccio come dice. Lui sale sul letto, si mette davanti a me, e inizia a pisciare. Un getto caldo, puzzolente, mi colpisce sul petto, sulla faccia, bagna il letto, le lenzuola, tutto. Ride mentre lo fa, mi dice di stare fermo, di godermi il suo odore, di dormirci sopra stanotte. “Ecco, pervertito, così hai tutto quello che vuoi. Dormi con la mia puzza addosso.”
Quando finisce, si riveste e se ne va nella sua stanza senza dire altro. Io resto lì, in ginocchio, bagnato fradicio del suo piscio, con il suo sapore ancora in bocca e il suo odore che mi avvolge. Non so cosa pensare, ma una cosa è certa: è stato intenso, cazzo se lo è stato. E una parte di me, anche se non lo ammetterò mai ad alta voce, ha goduto di ogni secondo di questa umiliazione. Mi sdraio sul letto bagnato, chiudo gli occhi, e mi lascio andare a quel fetore che mi circonda. Stanotte dormirò così, con il suo odore che mi possiede.
