Puttana dell’ufficio
Giulia aveva 34 anni e un’energia che sembrava non spegnersi mai. Manager in una grossa azienda di consulenza, era il tipo di donna che entrava in una stanza e tutti si zittivano. Capelli rossi come il fuoco, sempre raccolti in una coda alta che sembrava dire “non ho tempo da perdere”. Un seno prosperoso che tendeva le camicette bianche e un culo a mandolino che anche sotto i tailleur riusciva a far girare la testa. In ufficio era una belva: autoritaria, secca, non lasciava passare un errore. Ma a casa, con Andrea, suo marito da sei anni, tutto cambiava. Andrea, 37 anni, commercialista timido e insicuro, era un uomo dolce, fin troppo. Non aveva mai alzato la voce, non aveva mai preso il controllo. E Giulia, per quanto lo amasse, si sentiva soffocare da quella delicatezza. Aveva bisogno di qualcosa di ruvido, di qualcuno che la mettesse al suo posto, almeno per una volta.
Il contesto perfetto arrivò con le cosiddette “riunioni serali”. Erano sessioni di lavoro dopo l’orario, quando l’ufficio si svuotava e restavano solo i pochi disposti a fare straordinari. Marco, socio anziano dello studio, 42 anni, era uno di quelli che non mollavano mai. Un uomo imponente, non solo fisicamente: aveva un ego smisurato, una voce che rimbombava e un atteggiamento da “io comando e tu obbedisci”. Con le spalle larghe, i capelli brizzolati e uno sguardo che sembrava spogliarti, Marco era il tipo che Giulia non riusciva a ignorare. E lui lo sapeva. Lo aveva capito dal primo istante in cui i loro occhi si erano incrociati in sala riunioni, mentre lei presentava un progetto e lui, seduto in fondo, le aveva fatto un sorriso che diceva tutto senza dire niente.
La tensione tra loro iniziò con dei messaggi. Niente di innocente, fin dal primo scambio. Era tardi, l’ufficio era quasi vuoto, e Giulia era alla sua scrivania quando il telefono vibrò. “Hai finito di fare la capa o vuoi che ti insegni come si sta zitti?” scriveva Marco. Giulia sentì un brivido lungo la schiena. Avrebbe dovuto ignorarlo, cancellare tutto, ma invece rispose: “E tu pensi di riuscirci?”. Da lì, la situazione degenerò in fretta. I messaggi si fecero sempre più spinti. “Vorrei vederti in ginocchio sotto la mia scrivania, con quella bocca che usi per comandare” scriveva lui. E lei, che non aveva mai lasciato spazio a nessuno per dominarla, si ritrovò a scrivere: “Magari un giorno te lo faccio vedere”. Era un gioco, ma un gioco che la eccitava da morire. Ogni volta che pensava ad Andrea, a casa con la sua camicia stirata e il suo sorriso timido, si sentiva in colpa. Ma quella colpa non durava. La voglia di sentirsi presa, usata, umiliata verbalmente, era più forte di tutto.
Il primo contatto fisico arrivò una sera, durante una di quelle riunioni. Erano solo loro due in sala conferenze, le luci soffuse, il silenzio dell’ufficio rotto solo dal ticchettio delle sue dita sulla tastiera. Marco si avvicinò, si sedette accanto a lei, troppo vicino. “Sai che non mi piace perdere tempo, Giulia,” disse con quella voce profonda, posandole una mano sulla coscia sotto il tavolo. Lei si irrigidì, ma non si spostò. Il cuore le batteva forte, la testa le diceva di fermarlo, ma il corpo no. “E allora non farmene perdere,” rispose, con un tono che voleva sembrare sicuro ma tremava un po’. Lui rise, una risata bassa, e strinse di più la coscia, le sue dita ruvide che premevano attraverso la stoffa della gonna. “Brava. Vediamo quanto sei obbediente, allora.”
Da lì, la situazione passò dai messaggi ai fatti. Una sera, dopo che tutti se ne erano andati, Giulia si ritrovò sotto la scrivania di Marco. Non avrebbe mai pensato di arrivarci così in fretta, ma lui aveva un modo di parlare che non lasciava spazio a ripensamenti. “Inginocchiati, dai. Fammi vedere se sei brava come sembri,” le aveva detto, seduto sulla sua poltrona di pelle, con le gambe spalancate. Giulia lo aveva guardato negli occhi, un misto di sfida e desiderio, e poi aveva fatto come le diceva. Si era messa in ginocchio, il pavimento freddo sotto le calze, e gli aveva aperto i pantaloni. Marco era grosso, proprio come si aspettava, e la cosa la fece sentire ancora più piccola, ancora più sua. Lo prese in bocca, lentamente all’inizio, sentendo il suo sapore salato, il suo odore muschiato. Lui le mise una mano tra i capelli rossi, stringendo la coda, e iniziò a guidarla. “Così, brava. Succhialo bene, puttana dell’ufficio.” Quelle parole la colpirono come una scarica elettrica. Non avrebbe dovuto eccitarla così tanto essere chiamata in quel modo, ma lo faceva. Ogni insulto era un colpo che la faceva bagnare di più.
Le cose si spinsero oltre qualche sera dopo, in ascensore. Erano le nove passate, stavano tornando da una riunione al piano di sopra, e Marco premette il pulsante di stop tra un piano e l’altro. “Non ti muovere,” le disse, spingendola contro la parete di acciaio. Le alzò la gonna con una mano, mentre con l’altra le stringeva il collo, non forte, ma abbastanza da farle capire chi comandava. “Apri le cosce, dai. Fammi vedere quanto sei bagnata.” Giulia obbedì, le mutandine già fradice, il respiro corto. Lui le infilò due dita dentro senza troppi complimenti, facendola gemere. “Cazzo, sei una troia pronta, eh? Tuo marito sa che ti faccio pisciare dal piacere così?” Quelle parole la travolsero, un misto di vergogna e godimento che non aveva mai provato. Lo lasciò fare, lasciandosi scopare con le dita, il metallo freddo dell’ascensore contro la schiena, i rumori dei loro respiri che rimbombavano nello spazio chiuso.
Ma il culmine arrivò una sera che Giulia non avrebbe mai dimenticato. Marco aveva organizzato tutto. Aveva invitato Andrea in ufficio, con la scusa di un drink informale per discutere di un progetto. Andrea, sempre gentile, sempre disponibile, aveva accettato senza sospettare nulla. Quando arrivò, trovò Marco e Giulia già lì, nella sala riunioni principale, con una bottiglia di whisky sul tavolo. “Siediti, dai,” gli disse Marco con un sorriso che nascondeva tutto. Andrea si sedette su una sedia, un po’ a disagio, mentre Giulia lo guardava senza dire nulla, il cuore che le martellava nel petto. Sapeva cosa stava per succedere. Lo avevano pianificato.
Marco si alzò, si avvicinò a Giulia e, senza dire una parola, la spinse sulla scrivania, facendola piegare in avanti. Lei indossava una gonna aderente, che lui tirò su senza cerimonie, esponendo il suo culo perfetto coperto solo da un perizoma nero. Andrea spalancò gli occhi, incapace di reagire, mentre Marco le dava uno schiaffo forte su una chiappa, facendola sussultare. “Guardalo, il tuo maritino. Guardalo bene mentre ti faccio vedere come si scopa una donna,” disse Marco, la voce carica di disprezzo. Giulia voltò la testa verso Andrea, i suoi occhi verdi pieni di un misto di sfida e lussuria. “È questo che mi serve… non il tuo pisellino,” gli disse, la voce roca, mentre Marco le abbassava il perizoma e si slacciava i pantaloni.
Andrea era pietrificato, le mani strette sui braccioli della sedia, incapace di distogliere lo sguardo. Marco prese Giulia da dietro, entrando in lei con una spinta decisa, facendola gemere forte. “Cazzo, sei stretta, troia. Ti piace farti sbattere davanti a lui, eh?” le disse, afferrandola per i capelli e tirandole la testa indietro. Giulia ansimava, le mani appoggiate sulla scrivania, il corpo che si muoveva a ogni colpo. “Sì, cazzo, mi piace. Fottimi più forte,” rispose, la voce spezzata dal piacere. Marco non se lo fece ripetere, aumentando il ritmo, il rumore dei loro corpi che sbattevano insieme che riempiva la stanza. Lei sentiva ogni spinta, il suo cazzo grosso che la riempiva completamente, il dolore misto a un piacere che la faceva tremare. L’odore del sesso, del sudore, era ovunque. Ogni tanto guardava Andrea, i loro occhi che si incontravano, e in quegli sguardi c’era tutto: la sua umiliazione, il suo desiderio, la sua impotenza.
Marco continuò per minuti che sembrarono ore, cambiando posizione, tirandola su per farla girare e mettendola a sedere sulla scrivania, le gambe spalancate. Le sollevò la camicetta, liberando il seno abbondante dai reggiseni, e iniziò a succhiarle i capezzoli mentre la penetrava di nuovo, tenendola per i fianchi. “Guardalo, il cornuto. Guarda come ti faccio godere,” le ringhiò all’orecchio, e Giulia, ormai persa, gridava: “Sì, cazzo, fallo venire dentro di me davanti a lui.” Ma Marco aveva altri piani. Quando fu vicino al limite, la fece scendere dalla scrivania, la fece inginocchiare di nuovo, e si masturbò davanti al suo viso, venendole in faccia con getti caldi e appiccicosi. “Lecca tutto, puttana dell’ufficio,” le ordinò, e lei, con il viso coperto, lo fece, la lingua che raccoglieva ogni goccia mentre guardava Andrea un’ultima volta, il respiro ancora affannoso.
Quando tutto finì, Marco si tirò su i pantaloni con calma, un sorriso soddisfatto sul volto. Giulia si rialzò, si sistemò la gonna come se niente fosse, e non disse una parola. Andrea era ancora lì, immobile, il volto una maschera di shock e dolore. Ma in quel momento, a Giulia non importava. Si sentiva viva, appagata, esattamente come voleva.
