Trasformato nel leccapiedi del team
«Cazzo, Mattia… ma che roba è questa?»
Luca era in piedi dietro di me, gli occhi fissi sullo schermo del portatile. Provai a chiuderlo di scatto, ma lui fu più veloce e mi bloccò il polso.
«No, fammi vedere.»
Il panico mi strinse lo stomaco.
«Luca… ti prego…»
Ma era troppo tardi. Le foto erano lì, ingrandite: i piedi di Fabio, quelli di Salvatore… e i suoi.
«Questi sono i piedi di Fabio… questi di Salvatore… e questi… cazzo, questi sono i miei.» La voce di Luca era un misto di incredulità e divertimento. «Matti, ma che cazzo hai combinato?»
«Ti posso spiegare…»
Scoppiò a ridere, una risata bassa e pericolosa.
«Quando le hai fatte?»
«Luca, dai… basta, chiudi lo schermo.»
Mi lanciai in avanti, ma lui mi spinse indietro con una mano sul petto e richiuse il portatile con l’altra. Poi mi guardò con quell’espressione che non capivo se stesse per ridere o per darmi un pugno.
Restai in silenzio, il cuore che batteva fortissimo.
Luca incrociò le braccia, divaricò leggermente le gambe e mi fissò con uno sguardo che era diventato insieme minaccioso e curioso.
«Allora? Mi spieghi perché cazzo hai le foto dei nostri piedi sul tuo computer?»
Deglutii a fatica.
«Io… ho un debole per i piedi.»
Luca completò la frase senza esitazione, come se l’avesse già intuito.
«Per i piedi, eh?»
«Sì… Ti prego, non volevo che lo scoprissi così. È una cosa mia, non li metto online, non li faccio vedere a nessuno. È solo… mia.»
«Capisco.»
«Non incazzarti, Luca, ti supplico.»
«Non mi incazzo.» Fece una pausa, poi aggiunse con un mezzo sorriso: «Però se Fabio e Salvatore lo sapessero… specialmente Fabio. Lo conosci. È un troglodita su certe cose. Ti prenderebbe a calci nel culo finché non riesci più a camminare, e poi farebbe di tutto per buttarti fuori dalla startup.»
Sentii una fitta di terrore.
«Luca, ti prego… non dirglielo. A nessuno.»
Lui mi guardò per qualche secondo, poi inclinò la testa.
«Senti… spiegami una cosa. Perché ti piace questa roba? Non ti facevo così perverso.»
«È una cosa che non si comanda, Luca. È come chiederti perché ti piace la fica…»
Luca scoppiò a ridere di gusto.
«La fica piace a tutti, cazzo. È normale. Ma i piedi? E per di più di un altro uomo? Sei gay?»
«No, non è così semplice.»
«Allora dimmi com’è.»
Mi vergognavo da morire, ma il suo tono non ammetteva scappatoie.
«…Mi eccita l’idea di essere sottomesso. Di essere costretto a leccare i piedi.»
«Costretto?» ripeté lui, incredulo ma chiaramente divertito.
«Sì. È una mia fantasia.»
«L’hai mai fatto davvero?»
«Una volta sola.»
«Con chi?»
«Con il mio ex coinquilino… Massimo.»
Luca rise di nuovo, più forte.
«Hai leccato i piedi a Massimo? Cazzo, quello era proprio un coglione.»
«Sì… ed era ubriaco. Si è lasciato fare, ma non era come volevo io.»
«E come lo volevi?»
Esitai, ma ormai non potevo più tirarmi indietro.
«Mi piace essere costretto. Non che mi lascino fare… ma che mi obblighino.»
La voce di Luca si abbassò, diventando più profonda.
«Ripetilo.»
«Luca…»
«Ripetilo. È un ordine.»
Un brivido mi attraversò la schiena.
«Mi piace essere costretto a leccare i piedi.»
«Bravo.» Fece un ghigno lento. «E perché avevi le foto dei miei piedi, di quelli di Fabio e di Salvatore?»
«Perché… mi eccitano.»
«Ti sei masturbato guardandole?»
«Luca, basta…»
«Rispondi.» Il tono si fece più duro.
«Sì.»
«Sì cosa?»
«Sì, mi sono masturbato guardando i vostri piedi.»
«E cosa immaginavi mentre ti segavi?»
«Che… che mi costringevate a leccarveli.»
«Ripetilo bene.»
«Ho immaginato che mi costringeste a leccarvi i piedi.»
Luca mi fissò per qualche secondo, poi si appoggiò allo schienale della sedia.
«Va bene, Mattia. Adesso fammi un massaggio ai piedi.»
Il cuore mi balzò in gola. Sentii l’uccello indurirsi all’istante.
«I… i tuoi piedi?»
«Certo, coglione. I miei piedi.»
Si tolse le scarpe con calma, poi mi guardò con aria di sfida.
«Toglimele.»
Mi avvicinai, mi inginocchiai e gli sfilai prima una scarpa, poi l’altra. L’odore forte e virile dei suoi piedi sudati dopo una giornata di lavoro mi colpì subito.
«Puzzano un po’, vero?» disse con un ghigno. «Scommetto che ti piace.»
«Sì… mi piace l’odore.»
Luca rise piano, poi si tolse anche le calze e me le lanciò in faccia.
«Massaggiali.»
Mi inginocchiai meglio e iniziai a massaggiare i suoi piedi grandi, lisci, caldi e leggermente umidi. Erano perfetti. Il numero 45, dita lunghe, pianta morbida. Ogni tocco mi mandava scariche di eccitazione dritte al cazzo.
Dopo qualche minuto lui si chinò, mi guardò negli occhi e disse con voce bassa:
«Adesso leccali.»
Lo guardai, incredulo. Lui sorrise.
«Leccali, Mattia.»
Iniziai dal tallone, risalendo lentamente con la lingua fino alle dita. Il sapore salato e maschio mi fece gemere piano.
«Più lingua. Fammi sentire quanto ti piace.»
Continuai per quasi venti minuti, leccando, succhiando le dita una a una, passando la lingua tra di esse. Luca ogni tanto mugolava di piacere, rilassato come un re.
A un certo punto si alzò.
«Basta. Mi hai fatto venire voglia di segarmi.»
«Puoi… farlo qui?» azzardai, ancora in ginocchio.
Luca mi guardò sorpreso, poi sorrise malizioso.
«Hai detto che non eri gay… e ora vuoi che mi faccia una sega davanti a te?»
Si calò pantaloni e boxer fino alle ginocchia. Il suo cazzo era enorme, almeno 21 centimetri, spesso e già completamente duro.
«Sai che c’è? Ci sto. Ma ti sborro in faccia.»
Non feci in tempo a protestare davvero. Luca si avvicinò, si masturbò con pochi colpi decisi e potenti, puntando dritto al mio viso.
Venne con un grugnito basso. Fiotti caldi e abbondanti mi colpirono sugli occhi, sul naso, sulle labbra e sulla lingua. Era tantissima sborra, densa e calda. Non riuscivo più nemmeno ad aprire gli occhi.
Luca ridacchiò soddisfatto.
«Sei stato bravo. Vai a lavarti.»
Corsi in bagno, mi pulii la faccia con cura. Quando tornai, Luca stava già prendendo la giacca per uscire.
«Dove vai?»
«A casa. Chiara mi aspetta, ha i suoi a cena.»
«Non… non dirai niente a nessuno, vero?»
Lui mi fece l’occhiolino, con un sorriso ambiguo.
«Vediamo.»
Uscì.
Rimasi solo, ancora con il cazzo duro come marmo. Mi appoggiai alla porta, mi tirai fuori l’uccello e mi segai furiosamente, venendo sul pavimento in pochi secondi, mentre il sapore della sua sborra mi era ancora sulla lingua.
