Racconti Piccanti
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L’ultima notte da uomo libero

L’ultima notte da uomo libero

07 Aprile 2026·7 min di lettura

Sono Giacomo, ho ventinove anni, e questa è la storia di come il mio addio al celibato sia diventato qualcosa che non dimenticherò mai. La serata è iniziata come tutte le altre: io e i ragazzi, una dozzina di amici, in un locale di periferia, birre in mano, risate sguaiate e battute pesanti sul fatto che tra una settimana mi sposo con Sara. Paolo, il mio migliore amico, aveva quel ghigno furbo stampato in faccia mentre mi passava l’ennesimo bicchiere. “Giaco, stasera si fa sul serio,” mi ha detto, dandomi una pacca sulla spalla. Non ho capito subito cosa intendesse, ma il tono della sua voce mi ha fatto accelerare il battito.

Siamo usciti dal locale verso mezzanotte, un po’ brilli, e Paolo ci ha guidati verso un posto che non conoscevo, un appartamento al terzo piano di un palazzo anonimo. “È il regalo che ti meriti,” mi ha sussurrato mentre suonava il campanello. La porta si è aperta e lì, in piedi, c’era lei. Si è presentata come Martina, alta, con tacchi che la facevano svettare sopra di me, un corpo statuario avvolto in un vestito rosso aderente che non lasciava niente all’immaginazione. I suoi occhi scuri mi hanno squadrato da capo a piedi, e un sorriso lento le ha curvato le labbra. “Allora, sei tu il festeggiato?” ha chiesto con una voce profonda, che mi ha fatto rabbrividire.

Gli altri hanno iniziato a spingermi dentro, ridendo e urlando. “Forza, Giaco, non fare il timido!” ha gridato Marco, mentre Paolo mi ha dato una spinta decisa verso Martina. Lei mi ha preso per un braccio e mi ha tirato vicino. “Rilassati, tesoro, ci divertiremo,” ha detto, e il suo profumo dolce e speziato mi ha colpito come uno schiaffo. Mi sono guardato intorno: i ragazzi si erano sistemati sul divano e sulle sedie, come se fosse uno spettacolo. Mi sentivo il cuore in gola, un misto di vergogna e una voglia che non riuscivo a controllare. Paolo mi ha guardato e ha detto: “Lo sappiamo che sei un porco, Giaco. Stanotte lo tiri fuori tutto, chiaro?”

Martina mi ha portato verso il centro della stanza, sotto gli occhi di tutti. “Spogliati,” mi ha ordinato, con un tono che non ammetteva repliche. Le mani mi tremavano mentre mi toglievo la camicia, poi i jeans, fino a rimanere in mutande. I ragazzi hanno iniziato a fischiare e a urlare: “Dai, Giaco, tutto giù!” Ho esitato, ma Martina mi ha guardato dritto negli occhi. “Non fare lo stronzo, obbedisci,” ha detto, e io ho abbassato anche le mutande, sentendomi nudo in tutti i sensi. La sua mano mi ha sfiorato il petto, scendendo piano, e ho sentito il sangue pulsarmi nelle tempie. “Non male,” ha commentato, e la sua voce mi ha fatto irrigidire ancora di più.

Mi ha spinto verso un tavolo basso al centro della stanza, facendomi appoggiare con le mani sopra. “Piega il culo in fuori,” ha detto, e io ho obbedito, sentendo gli occhi di tutti su di me. I ragazzi hanno iniziato a ridere e a insultarmi. “Guarda che troia che è, Giaco!” ha urlato uno. “Sempre saputo che ti piaceva prenderlo!” ha aggiunto un altro. Le loro parole mi bruciavano, ma allo stesso tempo mi eccitavano in un modo che non riuscivo a spiegare. Martina si è messa dietro di me, e ho sentito il tessuto del suo vestito frusciare mentre se lo tirava su. “Ti piace essere guardato, eh?” mi ha sussurrato all’orecchio, e io ho annuito senza nemmeno pensarci.

Ho sentito il rumore di una bottiglietta che si apriva, e poi qualcosa di freddo e scivoloso mi è colato tra le natiche. “Rilassati,” mi ha detto Martina, mentre le sue dita iniziavano a spingere, a prepararmi. Ho stretto i denti, il bruciore iniziale era forte, ma lei era esperta, muoveva le dita con una lentezza che mi faceva impazzire. “Cazzo, guarda come lo prende,” ha detto Paolo dal divano, e gli altri hanno riso. “Sei una puttana, Giaco,” ha gridato Marco, e io ho chiuso gli occhi, lasciando che le loro parole mi travolgessero.

Quando Martina ha tirato via le dita, ho sentito un vuoto, ma subito dopo qualcosa di più grosso e duro ha premuto contro di me. “Respira,” mi ha ordinato, e io ho cercato di rilassarmi mentre lei iniziava a spingere. Era enorme, lo sentivo aprirmi, un misto di dolore e piacere che mi faceva gemere senza controllo. “Cazzo, è stretto,” ha detto lei, con un tono soddisfatto, e ha continuato a spingere, centimetro dopo centimetro, fino a che non l’ho sentita tutta dentro. Il suo cazzo era duro, spesso, e pulsava in un modo che mi faceva tremare le gambe. “Ti piace, vero?” mi ha chiesto, e io ho solo potuto annuire, incapace di parlare.

Ha iniziato a muoversi, prima piano, poi sempre più forte, e ogni spinta mi faceva sobbalzare contro il tavolo. Sentivo il suo bacino sbattere contro il mio culo, il suono della pelle contro la pelle che riempiva la stanza, mescolato ai miei gemiti e alle risate dei ragazzi. “Guarda come si gode, il bastardo!” ha urlato uno di loro, e Martina ha riso, afferrandomi i fianchi con forza. “Dillo che ti piace,” mi ha ordinato, e io ho balbettato: “Sì, cazzo, mi piace.” La sua mano si è infilata tra le mie gambe, afferrandomi il cazzo, che era duro da far male. “Sei già pronto a venire, eh?” ha detto, e ha iniziato a masturbarmi con movimenti decisi, mentre continuava a scoparmi.

Il ritmo era brutale, ogni spinta mi faceva perdere il fiato, e sentivo il sudore colarmi lungo la schiena. L’odore del sesso, il suo profumo misto al mio, mi riempiva le narici, e il sapore salato della mia stessa eccitazione mi arrivava in bocca mentre ansimavo. “Cazzo, Martina, non fermarti,” ho detto, e lei ha riso, spingendo ancora più forte. “Non mi fermo, tesoro, ti sfondo fino a farti urlare,” ha risposto, e io ho sentito il piacere montare come un’onda.

I ragazzi continuavano a insultarmi, ogni parola era un colpo che mi eccitava di più. “Sei un frocio del cazzo, Giaco,” ha detto Paolo, ma nel suo tono c’era una sorta di ammirazione perversa. Martina mi ha tirato su per i capelli, costringendomi a guardarli mentre mi scopava. “Guardali in faccia mentre ti prendo,” mi ha detto, e io ho aperto gli occhi, vedendo i loro sguardi, un misto di scherno e curiosità. Il suo cazzo mi riempiva, ogni movimento era un’esplosione di sensazioni, dal bruciore al piacere puro che mi faceva stringere i muscoli intorno a lei.

“Sto per venire,” ha detto Martina a un certo punto, e la sua voce era tesa, rauca. “Dove lo vuoi?” mi ha chiesto, rallentando appena. “Dentro,” ho risposto senza pensarci, e i ragazzi hanno urlato: “Cazzo, Giaco, sei proprio una troia!” Lei ha riso, ha dato un’ultima spinta profonda, e ho sentito il calore del suo sperma riempirmi, un fiotto dopo l’altro, mentre il suo cazzo pulsava dentro di me. Quasi nello stesso istante, la sua mano ha stretto più forte intorno al mio, e io sono esploso, schizzando sul tavolo sotto di me, un orgasmo che mi ha fatto tremare tutto, le gambe che quasi cedevano.

Martina si è tirata fuori lentamente, e io ho sentito il vuoto, il suo sperma che mi colava lungo le cosce, caldo e appiccicoso. Mi sono accasciato sul tavolo, ansimando, mentre lei mi dava una pacca sul culo. “Bravo, tesoro, sei stato fantastico,” ha detto, e si è allontanata per sistemarsi il vestito. I ragazzi erano ancora lì, alcuni ridevano, altri sembravano quasi imbarazzati ora che era finita. Paolo si è alzato e mi ha passato una birra. “Bevi, stronzo, te lo sei meritato,” ha detto, e io ho preso il bicchiere con mani tremanti.

Mi sono tirato su i pantaloni, sentendo ancora il bruciore e il calore dentro di me, il ricordo di ogni spinta, di ogni insulto, di ogni sensazione. Martina mi ha guardato e mi ha fatto l’occhiolino. “Se cambi idea sul matrimonio, sai dove trovarmi,” ha detto, e io ho riso, anche se dentro di me sapevo che questa notte mi avrebbe segnato per sempre. I ragazzi hanno continuato a sfottermi mentre uscivamo dall’appartamento, ma c’era qualcosa di diverso nel loro tono, come se avessero visto una parte di me che non si aspettavano. E io, beh, io sapevo che non avrei mai dimenticato il modo in cui mi ero sentito, aperto, esposto, e incredibilmente vivo.

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