Racconti Piccanti
Racconti Piccanti

Una serata da vera puttana (parte 2)

Una serata da vera puttana (parte 2)

18 Marzo 2026·7 min di lettura

La scala che scendeva nello scantinato sembrava non finire mai, ogni gradino un colpo sordo dei miei tacchi sul cemento umido. L’aria si faceva più densa a ogni passo, un misto soffocante di fumo vecchio, sudore e birra andata a male. Dietro di me, Mirko, Kevin e Simo ridevano e si spingevano come ragazzini in gita, ma le loro voci avevano un’eco cattiva, predatoria. Io, davanti, con il vestito rosso che mi si appiccicava alla pelle sudata, sentivo il cuore battermi in gola. La vergogna mi bruciava dentro, ma sotto c’era quel fuoco, quell’eccitazione malata che mi faceva tremare le gambe non di paura, ma di voglia.

“Muovete, zoccola, che c’avemo sete,” ha ringhiato Simo, dandomi una spinta leggera ma decisa sulla schiena. Ho barcollato, i tacchi che quasi scivolavano su una chiazza viscida del pavimento, e ho sentito una risata grassa alle mie spalle. “Attenta, troiona matura, mica vorrai cascà prima der divertimento,” ha aggiunto Kevin, con quel tono beffardo che mi colpiva dritto tra le gambe. Sotto il vestito, il cazzo mi pulsava, duro da far male, strozzato dalla lingerie di pizzo. Ogni insulto era un colpo, un carburante che mi mandava il sangue a bollire.

Siamo arrivati in fondo alla scala, e la porta di metallo arrugginito si è aperta con un cigolio da film horror. Lo scantinato era un buco lurido, illuminato da una lampadina nuda che penzolava dal soffitto, gettando ombre dure sui muri scrostati. Al centro della stanza c’era un tavolo da gioco spelacchiato, con le gambe traballanti e il piano coperto di macchie di birra e bruciature di sigarette. Attorno, seduti su sedie di plastica sgangherate, altri cinque tizi, tutti tra i venti e i trent’anni, stessa estetica da strada dei tre che mi avevano portato lì: felpe logore, catenine da due soldi, tatuaggi fatti male. Otto maschi in totale, un branco che mi guardava con occhi che erano un misto di scherno e fame. Sul tavolo, carte napoletane unte, mucchietti di banconote da cinque e dieci euro, bottiglie di birra da discount e un paio di bicchieri pieni di un liquore trasparente che puzzava di benzina anche da lontano.

Appena mi hanno visto, è scoppiata una risata collettiva, sguaiata, che sembrava rimbalzare sui muri umidi. “A regà, ma che cazzo avete portato?” ha urlato uno, un tipo con la pancia che strabordava dalla maglietta, mentre si passava una mano sulla barba ispida. “’Na puttana da RSA!” ha aggiunto un altro, più giovane, con un piercing al labbro e i capelli tinti di un biondo ossigenato orrendo. Mi sono sentito avvampare, la faccia che bruciava sotto il trucco pesante, ma dentro stavo già volando. “Complimenti, Daniele,” ho pensato, con quel tono sarcastico che mi veniva sempre nei momenti più assurdi, “a trentanove anni stai per diventare la mascotte di un branco di balordi. Un vero traguardo.”

“Daje, non state a perde tempo,” ha detto Mirko, spingendomi verso il tavolo con una mano sul culo, una presa ruvida che mi ha fatto sobbalzare. “’Sta troia qua fa la cameriera sotto er tavolo. Vero, zoccola?” Mi ha guardato con un ghigno, e io ho annuito, la voce che mi moriva in gola. Non c’era bisogno di parlare, tanto lo sapevano già. Lo sentivano, forse, dall’odore di sudore e eccitazione che mi usciva dalla pelle.

Simo mi ha dato una spinta più forte, facendomi quasi cadere in ginocchio. “Giù, vecchia bocchinara, che ce sta da lavorà,” ha detto, e gli altri hanno riso di nuovo, battendo le mani sul tavolo come se fosse il segnale d’inizio di uno spettacolo. Mi sono chinato, lentamente, sentendo il pavimento freddo e appiccicoso sotto le ginocchia. Il vestito mi si è sollevato, lasciando scoperta la lingerie nera, e ho sentito un coro di fischi e commenti volgari. “Guarda che culo, regà, se fa scopà pure da dietro,” ha detto uno. “Me sa che ’sta troia ce l’ha duro, però,” ha aggiunto un altro, e il mio stomaco si è stretto in una morsa di vergogna e desiderio.

Sotto il tavolo, l’odore era ancora peggio: piedi sudati, birra versata, cenere. La luce era poca, ma riuscivo a vedere le loro gambe, pantaloni abbassati o sbottonati, scarponi da ginnastica sporchi, calzini che sembravano non essere stati lavati da settimane. Il primo che mi ha tirato verso di sé è stato Kevin, che ha aperto le gambe con un movimento lento, quasi teatrale. “Daje, zoccola, famme contento,” ha detto, tirandosi fuori il cazzo con una mano callosa. Era lungo, sottile, con vene sporgenti e un odore forte, acre, di sudore e trascuratezza. Ho sentito la saliva accumularsi in bocca, non di disgusto, ma di voglia. Mi sono avvicinato, le labbra che tremavano, e l’ho preso in bocca, sentendo il sapore salato e la consistenza dura contro la lingua.

“Ecco, così, brava troia,” ha grugnito Kevin, afferrandomi i capelli della parrucca con una mano e spingendomi la testa giù, fino a farmi quasi soffocare. Sopra di me, sentivo il rumore delle carte che venivano mescolate, le bestemmie per una mano persa, le risate per una battuta sporca. Ero un oggetto, un passatempo mentre loro giocavano, e questo pensiero mi mandava scariche di elettricità in tutto il corpo. Ogni tanto, Kevin mi tirava indietro la testa solo per schiaffeggiarmi la faccia con il cazzo, un colpo umido e pesante contro le guance. “Te piace, eh? Dimme che te piace, puttana,” ha detto, e io ho mugugnato un “sì” soffocato, la voce strozzata dalla vergogna e dall’eccitazione.

Poi è stato il turno di Simo, che mi ha passato a sé come fossi una bottiglia di birra. Il suo cazzo era più grosso, storto, con peli pubici così folti e aggressivi che mi grattavano il mento. “Lecca bene, zoccola, che mo’ te sputo in gola,” ha detto, e ha fatto esattamente quello, un getto caldo e viscido che mi ha fatto tossire mentre continuavo a succhiare. L’odore delle sue palle sudate mi riempiva le narici, un tanfo che avrebbe dovuto disgustarmi ma che invece mi faceva girare la testa. Dentro di me, una voce ironica si faceva strada: “Bel lavoro, Daniele. A trentanove anni stai succhiando cazzi sotto un tavolo in uno scantinato che puzza di fogna. Davvero un piano di carriera impeccabile.”

Uno dopo l’altro, sono passato tra le loro gambe, ogni cazzo diverso, ogni odore più forte del precedente. Uno aveva un piercing che mi graffiava il palato, un altro era circonciso e non lavato da giorni, con un sapore così intenso che quasi mi bruciava la lingua. Ogni tanto, mi ordinavano di leccare le palle, di succhiare più forte, di prendere tutto fino in gola. Le loro mani mi tiravano i capelli, mi schiaffeggiavano, mi spingevano la testa come fossi una bambola. E io, sotto quel tavolo, con le ginocchia che iniziavano a fare male sul pavimento lurido, sentivo il mio cazzo pulsare sempre più forte, intrappolato nel pizzo, senza potermi toccare.

A un certo punto, mentre stavo con la bocca attorno al cazzo di un tizio con la pancia da birra, che grugniva come un maiale mentre mi teneva la testa ferma, uno degli altri ha avuto un’idea. “Regà, famoje leccà pure li piedi,” ha detto, e gli altri hanno riso come se fosse la cosa più divertente del mondo. Ho sentito un piede avvicinarsi alla mia faccia, una scarpa da ginnastica tolta da poco, il calzino ancora umido di sudore. “Daje, troia da barella, lecca bene,” ha detto il proprietario del piede, un ragazzo con i capelli ossigenati. L’odore era insopportabile, un mix di sudore e sporco che mi ha fatto lacrimare gli occhi, ma quando ho tirato fuori la lingua e ho iniziato a leccare, ho sentito un’ondata di umiliazione così forte che quasi sono venuto senza nemmeno sfiorarmi.

“Guarda ’sta vecchia troia, je piace pure ’sta roba,” ha detto qualcuno sopra di me, e le risate sono esplose di nuovo. Ero un giocattolo, un oggetto da deridere e usare, e questo mi mandava in estasi. Ma mentre leccavo quel piede puzzolente, con il sapore acido che mi riempiva la bocca, ho sentito Mirko dire qualcosa che mi ha gelato il sangue, nonostante tutto.

“Regà, mo’ che s’è scaldata, famoje fa’ un giochino speciale. Tiramo a sorte chi je sborra per primo in faccia.”

Ho alzato lo sguardo, anche se sotto il tavolo non vedevo quasi nulla, e ho sentito il cuore accelerare ancora di più. Un giochino speciale. Non sapevo cosa avessero in mente, ma sapevo che non sarebbe finita lì, non ancora. Ero nel loro mondo, nelle loro mani, e la notte era appena iniziata.

Lascia un commento