Racconti Piccanti
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Una serata da vera puttana (parte 3)

Una serata da vera puttana (parte 3)

18 Marzo 2026·5 min di lettura

La lampadina nuda nello scantinato oscillava leggermente, proiettando ombre tremolanti sui muri umidi. Sotto il tavolo, con le ginocchia ormai indolenzite sul pavimento appiccicoso, sentivo il sapore acido di quel piede sudato ancora sulla lingua. Sopra di me, le risate e le bestemmie dei ragazzi si mescolavano al rumore delle carte sbattute sul legno spelacchiato. Ero un oggetto, un passatempo per il loro divertimento, e quella consapevolezza mi mandava scariche di fuoco in tutto il corpo. Il cazzo mi pulsava dolorosamente sotto la lingerie di pizzo, intrappolato, mentre il trucco mi colava lungo le guance per il sudore e la saliva.

“Regà, basta co’ ’sti piedi, che mo’ ce divertimo de più,” ha detto Mirko con quel ghigno cattivo che sembrava promettere guai. Ho sentito una mano afferrarmi per la parrucca, tirarmi fuori da sotto il tavolo con uno strattone. Barcollavo sui tacchi, il vestito rosso sollevato fino alle cosce, la lingerie esposta agli sguardi di tutti. Otto paia di occhi mi fissavano, un misto di scherno e desiderio animalesco. “Togli tutto, zoccola, che te vojo vedè nuda,” ha ordinato Kevin, già con una bottiglia di birra in mano, la voce impastata dall’alcol. Ho esitato un istante, ma Simo mi ha dato una spinta. “Daje, troia, non ce fa’ perde tempo!”

Con mani tremanti, ho sfilato il vestito, lasciandolo cadere a terra in una pozza di tessuto. Sotto, solo il pizzo nero, che non nascondeva nulla della mia eccitazione. Le risate sono esplose di nuovo. “Guarda ’sta puttana, c’ha er cazzo duro!” ha urlato uno con la pancia da birra, battendo una mano sul tavolo. Mi sono sentito avvampare, ma dentro stavo volando. “Complimenti, Daniele,” ho pensato con quel tono ironico che mi veniva sempre nei momenti peggiori, “a trentanove anni stai nudo davanti a un branco di balordi ubriachi. Un vero orgoglio di famiglia.”

“Mo’ gattona pe’ terra, zoccola,” ha detto Mirko, indicando il pavimento lurido. “Vai a raccoglie le cicche e le lattine co’ la bocca, daje.” Il tono non ammetteva repliche. Mi sono abbassato, a quattro zampe, i tacchi ancora ai piedi, la parrucca di traverso. Il pavimento era un disastro di sporcizia: mozziconi spenti, cenere, lattine vuote, macchie di birra appiccicosa. Ho avvicinato la bocca a una cicca, l’odore acre di tabacco vecchio che mi pizzicava il naso, e l’ho presa tra le labbra. Le loro risate mi rimbombavano nelle orecchie. “Guarda che brava troia, pare ’n cane,” ha detto uno con un piercing al labbro, mentre un altro mi dava una pacca sul culo, forte, facendomi sobbalzare.

La situazione è degenerata rapidamente. L’alcol li aveva resi ancora più sfacciati, più cattivi. “Daje, regà, famoje fa’ un giro speciale,” ha proposto Simo, tirandosi giù i pantaloni con un movimento lento. “Vieni qua, zoccola, che devi leccà er buco.” Mi ha afferrato per la parrucca, spingendomi la faccia tra le sue natiche. L’odore era insopportabile, un tanfo di sudore e sporcizia, ma quando ho tirato fuori la lingua, sentendo la consistenza ruvida della pelle, un’ondata di umiliazione mi ha travolto. “Complimenti, Daniele,” ho pensato, “stai leccando il culo a uno che potrebbe essere tuo figlio. Un vero momento di gloria.” Proprio mentre lo facevo, Simo ha scoreggiato apposta, un suono volgare seguito da una risata collettiva. “Te piace, eh, troia?” ha detto, spingendomi la testa ancora più a fondo. Io, in un misto di disgusto e desiderio, ho continuato, il cuore che batteva all’impazzata.

Uno dopo l’altro, mi hanno passato come un giocattolo, obbligandomi a leccare, a succhiare, a umiliarmi in modi che non avrei mai immaginato. Gli sputi mi piovevano in faccia, caldi e viscidi, mentre mi schiaffeggiavano con forza, alternando guance e petto. “Apri ’sta bocca, zoccola,” ha ringhiato Kevin, prima di sputarmi direttamente sulle labbra. Le mani mi tiravano la parrucca come fossero redini, mentre mi scopavano senza pietà, a turno o contemporaneamente, riempiendomi la bocca e il culo con una brutalità che mi lasciava senza fiato. Ogni spinta era accompagnata da insulti: “Te piace er cazzo de ghetto, eh?”, “Prendilo tutto, puttana da autostrada.” Il dolore si mescolava a un piacere malato, ogni insulto un colpo che mi mandava più vicino al limite.

Poi, la cosa è diventata ancora più estrema. “Regà, mo’ je piscio sopra,” ha annunciato Mirko, con un ghigno ubriaco. Mi hanno spinto a terra, supino, la parrucca ormai mezza staccata, il trucco un disastro di mascara colato e rossetto sbavato. Mirko si è piazzato sopra di me, tirandosi fuori il cazzo, e un getto caldo mi ha colpito in pieno petto, scendendo fino alla pancia. L’odore acre di piscio mi ha riempito le narici, mentre altri due si univano, ridendo. “Bevilo, troia, che te fa bene,” ha detto uno, mentre un altro mi schiaffeggiava con il cazzo bagnato. Ero un oggetto, un recipiente per il loro disprezzo, e questo mi mandava in estasi. Dentro di me, la voce ironica non si fermava: “Fantastico, Daniele. Ora sei pure una latrina umana. Un curriculum invidiabile.”

Quando pensavo che non potessero spingersi oltre, mi hanno ordinato di masturbarmi davanti a loro. “Daje, zoccola, toccate er cazzo, ma non venì finché non te dico io,” ha ringhiato Simo, con una bottiglia in mano. Mi sono inginocchiato, tremante, la mano che scivolava sul mio cazzo duro come pietra, mentre loro mi circondavano, insultandomi. “Guarda ’sta troia, je piace pure,” ha detto uno. “Aspetta, zoccola, non ancora,” ha aggiunto un altro, mentre mi sputavano in faccia. Ogni parola, ogni sputo, mi portava più vicino, ma mi trattenevo, umiliato e disperato, finché finalmente Simo ha detto: “Mo’ vieni, puttana.” Sono esploso con un gemito strozzato, il piacere che mi squarciava, mentre loro ridevano e qualcuno mi dava un calcio leggero sul fianco. “Che schifo, ’sta troia sborra pure,” ha commentato uno, con disgusto.

Alla fine, esausti, si sono tirati su i pantaloni, raccogliendo le loro cose. “Regà, la prossima volta portamo pure er cane,” ha detto Mirko, ridendo, mentre uscivano dallo scantinato lasciandomi lì, per terra, un disastro di sperma, piscio e trucco colato. La porta di metallo si è chiusa con un clangore secco, e sono rimasto solo, il silenzio rotto solo dal mio respiro affannoso. Ero distrutto, il corpo dolorante, la parrucca di traverso, i tacchi ancora ai piedi come un dettaglio assurdo in quella scena di devastazione. Eppure, dentro, sentivo un’estasi che non riuscivo a spiegare. Mi sono toccato di nuovo, lì, in mezzo a quello scantinato che puzzava di fogna e degradazione, venendo un’ultima volta con un gemito che sembrava quasi un pianto. “Sei patetico, Daniele,” ho pensato, con un sorriso amaro, “e sai già che tornerai a cercare tutto questo.”

Sdraiato su quel pavimento lurido, con l’odore di birra calda e sudore che mi impregnava la pelle, sapevo che non era finita. Non poteva essere finita. Questo inferno era il mio paradiso, e anche se mi avesse distrutto, ci sarei tornato. Ancora e ancora.

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