Racconti Piccanti
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Una serata da vera puttana

Una serata da vera puttana

18 Marzo 2026·6 min di lettura

La notte era densa, di quell’umidità che ti si appiccica alla pelle come una seconda camicia. Camminavo sul marciapiede di una strada secondaria, in una di quelle periferie dimenticate da Dio e pure dal Comune. I tacchi da undici centimetri ticchettavano sul cemento crepato, un ritmo che sembrava scandire il battito del mio cuore. Sotto il vestito aderente, rosso fuoco, la lingerie di pizzo mi stringeva in una morsa che era metà conforto e metà tortura. La parrucca, castano scuro e di discreta qualità, mi cadeva sulle spalle con una perfezione che contrastava con l’asfalto sbriciolato sotto di me. Ero Daniella, stasera. Non Daniele, il trentanovenne anonimo con un lavoro grigio e una vita ancora più grigia. Daniella, la troia di lusso che cercava guai. E li cercava sul serio.

Il trucco era pesante, ma non caricaturale: eyeliner affilato come un coltello, rossetto scarlatto che urlava “guardami”. Ogni passo che facevo mi mandava scariche di adrenalina e vergogna dritte al cervello, e più in basso, sotto quel vestito troppo corto, sentivo il cazzo premere dolorosamente contro il tessuto. Ero già duro, solo al pensiero di quello che poteva succedere. Non lo facevo per soldi, no. Lo facevo perché il pericolo, l’umiliazione, l’essere trattato come un oggetto da uomini che in un’altra vita mi avrebbero ignorato o schifato… beh, quello mi faceva venire come nient’altro al mondo.

Ero a metà di un isolato deserto, illuminato solo da un lampione mezzo rotto che sfarfallava come un occhio morente, quando ho sentito il rombo. Un’auto, bassa e scassata, una Golf degli anni ’90 con la vernice graffiata e un finestrino che non chiudeva bene. Si è avvicinata lenta, predatoria, con la musica trap che pulsava da dentro come un cuore malato. Ho rallentato il passo, il cuore che mi martellava nel petto, un misto di paura e desiderio che mi stringeva la gola. La macchina si è fermata accanto a me, e il finestrino del passeggero si è abbassato con un cigolio da ferraglia.

“A zoccola, che cazzo fai qua tutta sola?” ha ringhiato una voce giovane, con un accento romanesco che trasudava strada. Ho alzato lo sguardo e li ho visti: tre ragazzi, tra i venti e i ventitré anni, facce da piccoli delinquenti di quartiere. Catene d’oro falso al collo, felpe oversize, capelli a spazzola corti ai lati. Quello che aveva parlato, un tipo magro con un tatuaggio storto sul collo, mi fissava con un ghigno che era metà lupo e metà idiota. Gli altri due, uno più robusto con una cicatrice sopra il sopracciglio e l’altro con un berretto girato al contrario, ridevano sguaiati, già mezzo fatti di canna a giudicare dall’odore che usciva dall’auto. Puzza di fumo, deodorante da discount e sudore. Un cocktail che avrebbe dovuto disgustarmi, ma che invece mi ha mandato un brivido dritto tra le gambe.

“Sto… sto solo passeggiando,” ho risposto, la voce tremante ma con un tono che voleva essere provocante. Ho abbassato lo sguardo, fingendo timidezza, ma dentro stavo già bruciando.

“Passeggiando col culo de fuori, eh?” ha detto il tipo robusto, sporgendosi dal sedile posteriore. “Sali, troiona matura, che te famo vede noi come se passeggia da ’ste parti.”

Non ho esitato. Non potevo. La paura c’era, certo, ma l’eccitazione era più forte, un’onda che mi travolgeva. Ho aperto la portiera posteriore e sono salito, i tacchi che stridevano sul tappetino sporco coperto di mozziconi e lattine vuote. L’interno della Golf era un disastro: puzza di birra calda, cenere, e un vago odore di piedi che non riuscivo a ignorare. Mi sono seduto, il vestito che mi saliva sulle cosce, e ho sentito subito una mano callosa afferrarmi la gamba.

“Daje, famme sentì ’sto pezzo de carne,” ha detto il tipo con il berretto, Kevin, credo che si chiamasse, ridendo mentre le sue dita ruvide si infilavano sotto l’orlo del vestito. Ho cercato di mantenere un’espressione di finto scandalo, ma dentro stavo già tremando di piacere. Le sue dita erano insistenti, rozze, e quando mi ha pizzicato la pelle ho dovuto mordermi il labbro per non gemere.

“Ma guarda ’sta puttana da autostrada,” ha aggiunto il tatuato al volante, Mirko, voltandosi a guardarmi con un sorrisetto schifoso. “Se vede che te piace, eh? Sei già tutta fradicia, zoccola quarantenne.”

Non ho risposto, ma il rossore che mi scaldava le guance era autentico. Le loro parole mi colpivano come schiaffi, e ogni insulto mi faceva indurire di più. Simo, il più robusto, seduto accanto a me, mi ha afferrato il mento con una mano che puzzava di nicotina e mi ha girato la testa verso di lui. “Apri ’sta bocca, che te dò ’na cosa bona,” ha detto, e senza darmi il tempo di reagire mi ha sputato dritto sulle labbra. Uno sputo caldo, viscido, che mi è colato sul mento. Avrei dovuto vomitare, lo so. Invece ho sentito il cazzo pulsarmi così forte che quasi faceva male. Ho aperto la bocca, appena un po’, e lui ha riso, una risata grassa e cattiva.

“Ecco, così, brava troia,” ha detto, infilandomi due dita dentro, spingendole fino in gola. Ho tossito, ma non mi sono tirato indietro. Non potevo. Ogni gesto, ogni parola, era benzina sul fuoco che mi bruciava dentro.

Il viaggio è andato avanti così, un’eternità di mani che mi palpavano ovunque, dita che si infilavano sotto il vestito, dentro le mutandine di pizzo, risate e insulti che mi avvolgevano come una rete. “Te piace er cazzo de ghetto, eh?” ha detto Kevin a un certo punto, stringendomi un capezzolo così forte che ho dovuto soffocare un gemito. E io, dentro di me, pensavo: “Complimenti, Daniele. Trentanove anni e stai lasciando che tre ragazzini di strada ti trattino come una bambola rotta. Davvero un bel curriculum.”

Ma non c’era tempo per l’autoironia. La Golf si è fermata con un sobbalzo davanti a un edificio che sembrava più un rudere che un circolo ricreativo. Zona industriale, deserta, con capannoni abbandonati e lampioni che non funzionavano. La facciata era un mosaico di scritte spray e vetri rotti, e sopra l’ingresso c’era un’insegna sbiadita che diceva “Circolo La Ruota”. Mirko ha spento il motore e si è girato verso di me. “Scendi, zoccola. Mo’ se gioca sul serio.”

Sono sceso, le gambe che mi tremavano sui tacchi, il cuore che mi batteva così forte che sembrava volesse sfondarmi il petto. Mi hanno spinto verso l’ingresso, uno di loro tenendomi per un braccio come fossi una prigioniera. Dentro, l’odore era ancora peggio: fumo stantio, alcol da due soldi, sudore. La sala principale era un buco male illuminato, con una decina di uomini seduti a tavolini di plastica, bottiglie di birra e carte sparse ovunque. Appena sono entrato, il silenzio è calato come un’ascia. Occhi che mi fissavano, un misto di schifo, curiosità e qualcosa di più oscuro. Un tizio con una pancia da birra ha mormorato: “Ma che cazzo è ’sta roba…” Un altro ha riso, una risata secca e cattiva, mentre un terzo ha detto a voce alta: “A regà, avete portato ’na puttana o ’n fenomeno da circo?”

Mi sono sentito avvampare, la vergogna che mi bruciava la pelle come acido. Ma sotto quella vergogna c’era un’eccitazione così forte che quasi mi faceva male. Ogni sguardo, ogni commento, era un colpo che mi mandava in estasi. Dentro di me pensavo: “Eccoli, i giudici della mia miseria. E io che me la godo pure.” Non ho avuto il tempo di riflettere oltre. Simo mi ha spinto verso una porta in fondo alla sala, una scala che scendeva in basso, verso un buio che puzzava di umidità e birra rancida.

“Scendi, troia,” ha ringhiato Mirko dietro di me. “Mo’ vedemo quanto sei brava a serve sotto er tavolo.”

Ho fatto il primo gradino, il rumore dei tacchi che riecheggiava nel silenzio, e ho capito che non c’era più modo di tornare indietro. Ero nel girone, e stavo scendendo dritto all’inferno.

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