Racconti Piccanti
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“Lecca bene, dai”

“Lecca bene, dai”

16 Marzo 2026·7 min di lettura

Alberto aveva 34 anni, una vita ordinata e un lavoro noioso in un ufficio dove passava le giornate a fissare fogli di calcolo. Ma c’era un segreto che custodiva gelosamente, un’ossessione che lo tormentava da sempre: i piedi maschili. Non era una cosa che raccontava in giro, ovviamente. Era il suo vizio nascosto, quello che lo faceva arrossire da solo davanti allo schermo del pc mentre scorreva foto su forum di nicchia o annunci su siti che nessuno dei suoi colleghi avrebbe mai aperto. Non cercava amore, non cercava relazioni. Cercava solo quella soddisfazione particolare, quella scarica di adrenalina che solo un bel paio di piedi maschili poteva dargli.

Era una sera qualunque, di quelle in cui tornava a casa stanco e si buttava sul divano con una birra in mano, che aveva trovato l’annuncio. “Ragazzo 20enne cerca leccapiedi, uomo o donna. No perditempo. Solo gente seria.” Nessun nome, nessuna foto, solo un contatto per messaggi. Alberto aveva sentito il cuore battere più forte. Era un rischio, certo. Poteva essere un pazzo, un ricattatore, o semplicemente uno che spariva dopo due messaggi. Ma l’idea di un ragazzo giovane, con piedi probabilmente perfetti, lo aveva mandato in tilt. Aveva scritto un messaggio, breve e diretto: “Ciao, sono interessato. Dimmi di più.” La risposta era arrivata dopo dieci minuti. “Mi chiamo Matteo. Voglio qualcuno che mi veneri i piedi. Se sei bravo, ci possiamo vedere. Dove stai?” Alberto aveva esitato solo un attimo prima di rispondere con l’indirizzo della zona, senza dettagli precisi. Non era stupido. Ma quando Matteo aveva scritto “Ok, ci sto. Domani sera vengo da te,” aveva capito che non poteva tirarsi indietro.

Il giorno dopo, Alberto aveva passato tutto il tempo a sistemare casa come un ossesso. Aveva pulito il divano, spolverato ogni angolo, persino messo una bottiglia di vino in frigo, anche se non era sicuro che fosse il caso. Era nervoso, eccitato, ma anche un po’ spaventato. E se questo Matteo fosse stato un tipo strano? O peggio, se i suoi piedi fossero stati un disastro? Quando il campanello aveva suonato, alle otto in punto, Alberto aveva fatto un respiro profondo e aperto la porta. Davanti a lui c’era un ragazzo di vent’anni, alto, magro ma con spalle larghe, capelli mossi castani e un sorriso sfrontato stampato in faccia. Indossava una felpa grigia, jeans strappati e un paio di sneakers bianche consumate. “Sei Alberto?” aveva chiesto, con un tono che sembrava più un’affermazione che una domanda. “Sì, entra,” aveva risposto lui, cercando di sembrare tranquillo.

Matteo non aveva perso tempo. Era entrato come se fosse a casa sua, si era guardato intorno con un’occhiata veloce e si era buttato sul divano, incrociando le gambe. “Fico, hai una bella casa. Mi porti da bere? Una birra, se ce l’hai,” aveva detto, tirando fuori il telefono dalla tasca e iniziando a scrollare come se niente fosse. Alberto era rimasto un attimo spiazzato. Quel ragazzo si comportava come un re nel suo castello, e lui, che era il padrone di casa, sembrava un cameriere. Eppure, invece di irritarsi, aveva sentito una scarica di eccitazione. Era proprio questo che lo mandava fuori di testa: sentirsi sottomesso, al servizio di qualcuno. “Certo, arrivo subito,” aveva risposto, andando in cucina a prendere una birra fredda. Quando era tornato, Matteo aveva alzato lo sguardo dal telefono e gli aveva fatto un cenno con la testa. “Grazie. Ora siediti qua,” aveva detto, indicando il pavimento davanti al divano.

Alberto aveva obbedito senza pensarci due volte, posando la birra sul tavolino. Si era inginocchiato, il cuore che gli batteva all’impazzata. Matteo lo aveva guardato con un sorrisetto ironico. “Allora, sei pronto a fare il tuo dovere? Toglime le scarpe, dai.” La voce era calma, ma autoritaria. Alberto aveva annuito, con le mani che tremavano leggermente mentre si avvicinava alle sneakers. Le aveva slacciate lentamente, sentendo l’odore di gomma e di sudore leggero che usciva da quelle scarpe vissute. Quando aveva sfilato la prima scarpa, aveva visto il piede di Matteo, coperto da un calzino nero un po’ consumato. Era grande, ben proporzionato, con le dita lunghe e la pianta larga. Alberto aveva sentito un nodo in gola. Era perfetto. “Anche l’altra, forza,” aveva ordinato Matteo, con un tono che non ammetteva repliche. Alberto aveva eseguito, posando entrambe le scarpe di lato. “Ora massaggiami. E fai piano, eh, non sono delicato.”

Le mani di Alberto si erano posate sui piedi di Matteo, ancora coperti dai calzini. Aveva iniziato a premere con i pollici, sentendo la consistenza morbida ma soda sotto le dita. Matteo aveva sospirato, appoggiandosi meglio al divano. “Sì, così. Però toglimi sti calzini, che ci stai perdendo tempo.” Alberto aveva sollevato lo sguardo, incontrando gli occhi di Matteo che lo fissavano con una miscela di divertimento e comando. Aveva tirato via i calzini con gesti lenti, rivelando i piedi nudi. Erano lisci, con la pelle chiara, le unghie curate ma non perfette, un accenno di callosità sul tallone. L’odore era più forte ora, un mix di sudore e sapone che ad Alberto sembrava un afrodisiaco. “Che fai, li guardi e basta? Lecca, dai. Inizia dal tallone e vai su piano,” aveva detto Matteo, con un tono quasi didattico.

Alberto non ci aveva pensato due volte. Si era chinato, avvicinando il viso al piede destro di Matteo. Aveva tirato fuori la lingua e aveva iniziato a leccare il tallone, sentendo il sapore salato sulla bocca. Era un misto di disgusto e piacere estremo, un contrasto che lo faceva tremare. “Sì, così. Lecca bene, dai,” aveva commentato Matteo, con una risatina. “Guarda come ti impegni, sembri un cane.” Le parole erano taglienti, ma invece di offenderlo, lo eccitavano ancora di più. Alberto aveva continuato, muovendo la lingua lungo la pianta del piede, tra le dita, succhiando leggermente ogni dito mentre Matteo lo osservava con attenzione. “Oh, ci sai fare. Vai sull’altro, ora. E non fare smorfie, che ti vedo.” Alberto aveva obbedito, passando al piede sinistro, ripetendo ogni movimento con una dedizione quasi religiosa.

Per un’ora, Matteo aveva continuato a dare ordini. “Più forte qua. No, non così, più lento. Succhiami il dito grosso, dai.” Ogni tanto scrollava il telefono, rideva da solo per qualche messaggio, ignorando quasi del tutto Alberto, come se fosse un oggetto. Ma ogni tanto lo guardava e gli lanciava un commento. “Ti piace proprio, eh? Si vede dalla faccia. Sei proprio strano, lo sai?” Alberto non rispondeva, troppo preso da quello che stava facendo, troppo eccitato per pensare a una replica. Sentiva i pantaloni stretti, il desiderio che lo consumava. Alla fine, dopo quella che gli sembrava un’eternità, aveva alzato lo sguardo, con il fiato corto. “Posso… posso toccarmi?” aveva chiesto, con la voce roca.

Matteo lo aveva guardato, con un sorriso perfido. “Vuoi segarti? Ok, ma fai come dico io. Spogliati. Tutto. Nudo come un verme.” Alberto aveva esitato un attimo, ma l’eccitazione era troppo forte. Si era alzato, si era tolto la maglietta, i pantaloni, le mutande, restando completamente nudo davanti a Matteo, che lo guardava senza battere ciglio. “Ora mettiti a quattro zampe, qua davanti a me.” Alberto aveva obbedito, posizionandosi sul pavimento, con le mani e le ginocchia appoggiate al tappeto. Matteo aveva sollevato le gambe e gli aveva posato entrambi i piedi sulle spalle, premendo leggermente. “Ecco, così. Guardami negli occhi mentre lo fai. E non distogliere lo sguardo, chiaro?” aveva ordinato, con quel tono che non lasciava spazio a obiezioni.

Alberto aveva iniziato a toccarsi, con una mano che scivolava lenta ma decisa lungo il proprio sesso. Sentiva il peso dei piedi di Matteo sulle spalle, il contatto della pelle ruvida contro la sua, l’odore che gli arrivava dritto al naso. Gli occhi di Matteo lo fissavano, divertiti, quasi sprezzanti. “Vai, forza. Fammi vedere quanto ti piace,” aveva detto, ridendo piano. Alberto non riusciva a staccare gli occhi dai suoi. Sentiva ogni movimento, ogni sensazione amplificata: il rumore della sua mano che si muoveva, il respiro corto, il sudore che gli colava lungo la schiena. “Cazzo, sei proprio un pervertito,” aveva commentato Matteo, con una risata più forte. Quelle parole lo avevano mandato oltre il limite. Con un gemito strozzato, Alberto era venuto, un orgasmo intenso che lo aveva fatto tremare, mentre schizzi caldi cadevano sul pavimento sotto di lui. Matteo aveva tolto i piedi dalle sue spalle, si era alzato e aveva riso ancora. “Beh, grazie per lo spettacolo. Sei stato bravo. Ora mi rivesto e me ne vado.” Aveva rimesso calzini e scarpe con calma, mentre Alberto, ancora a terra, cercava di riprendere fiato. “Ci sentiamo, ok?” aveva detto Matteo, dandogli una pacca sulla spalla prima di dirigersi verso la porta e uscire senza voltarsi indietro.

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