Ai piedi di Luigi (parte 2)
Nei giorni successivi la nuova dinamica si consolidò con una rapidità sorprendente.
Luigi non era mai stato così organizzato. Creò regole precise, quasi rituali.
Ogni sera, dopo la palestra, io dovevo aspettarlo in ginocchio nell’ingresso, nudo, con la fronte appoggiata al pavimento. Appena entrava, lui si sedeva sulla sedia vicino alla porta e io iniziavo il “servizio”: prima annusavo le scarpe da ginnastica ancora calde, poi gli sfilavo lentamente le calze sudate e le leccavo dalla caviglia fino alla punta, succhiando ogni dito con devozione. Lui intanto controllava il telefono o sfogliava i miei appunti di Filosofia, commentando ad alta voce quanto fossero “inutili” rispetto alla sua Economia.
«Vedi? Tu studi cose astratte, io studio cose concrete. E ora sei tu quello che sta leccando qualcosa di concreto,» diceva ridendo.
La cosa più umiliante era quando mi faceva spiegare i concetti che non capiva… mentre io ero sotto il tavolo, con i suoi piedi in bocca.
Una sera stava preparando un esame importante. Si sedette al tavolo della cucina con i libri aperti. Io ero in ginocchio sotto, completamente nudo, il suo piede destro premuto contro il mio viso.
«Spiegami questo modello di oligopolio,» ordinò.
Io, con la voce soffocata dal suo alluce in bocca, cercai di spiegare. Ogni volta che balbettavo o usavo un termine troppo complicato, lui premeva più forte il piede, soffocandomi leggermente.
«Più semplice, saccente. Parla come se stessi parlando a uno stupido. Ah già… tu lo facevi sempre con me.»
Il suo tono era tagliente, vendicativo. Sentivo che stava godendo non solo del piacere fisico, ma della rivincita psicologica. Ogni spiegazione che gli davo mentre gli leccavo le dita era un modo per ricordarmi che ora i ruoli erano invertiti: io ero lo strumento del suo successo.
Quando capiva il concetto, mi ricompensava: mi permetteva di leccargli la pianta del piede più lentamente, quasi con gratitudine. Quando invece si arrabbiava per la mia “arroganza residua”, mi umiliava di più.
Una volta mi fece mettere le sue calze sporche in testa come un cappuccio, con il tallone puzzolente proprio sul naso, e mi obbligò a studiare così per un’ora mentre lui guardava la tv.
«Così impari a non sentirti superiore,» diceva.
Io ero in uno stato costante di eccitazione negata. Il cazzo mi rimaneva duro per ore, ma lui mi negava l’orgasmo. «Solo quando sarai davvero bravo,» diceva.
Dentro di me, la parte razionale sapeva che stavo perdendo il controllo della mia vita. Eppure quella perdita di controllo mi eccitava più di qualsiasi cosa avessi mai provato. La vergogna di essere diventato il “leccapiedi personale” del mio coinquilino si trasformava in un piacere masochistico profondo.
La rottura arrivò una sera in cui commisi un errore.
Luigi era tornato dalla palestra particolarmente sudato. Io ero in ginocchio come sempre, ma ero distratto: avevo avuto una giornata pesante all’università e, per un momento, mi era sfuggita un’espressione di fastidio quando aveva premuto il piede umido contro la mia bocca.
Lui se ne accorse subito.
«Che faccia è quella?» chiese, la voce improvvisamente fredda.
«Niente… scusa,» mormorai.
Ma non bastò. Mi afferrò i capelli con una mano e mi tirò su la testa, costringendomi a guardarlo negli occhi.
«Tu non hai il diritto di fare espressioni. Tu hai il diritto di essere grato. Io ti sto dando quello che desideri, frocio. E tu osi fare il difficile?»
Mi sentii gelare. Il tono non era più solo giocoso. C’era una vera rabbia, quella accumulata negli anni delle mie piccole umiliazioni passate.
Mi ordinò di sdraiarmi supino sul pavimento del salotto. Poi si tolse entrambe le calze e me le infilò in bocca, una per guancia, come un bavaglio improvvisato. Il sapore era fortissimo, quasi soffocante.
«Oggi niente leccare con amore. Oggi pulisci con la faccia.»
Si alzò e cominciò a camminare lentamente sopra di me, premendo i piedi nudi e sudati sul mio viso, sul petto, sull’addome. Ogni passo era calcolato: il tallone sul naso, le dita sugli occhi, la pianta sulla bocca. Mi schiacciava con il suo peso, non abbastanza da farmi male davvero, ma abbastanza da ricordarmi chi comandava.
«Conta i passi,» ordinò.
«Uno… due… tre…» mormoravo attraverso le calze in bocca.
Arrivato a venti, si fermò con entrambi i piedi sulla mia faccia, coprendomi completamente la vista e il respiro.
«Ora dimmi quanto sei inferiore a me.»
Con voce strozzata, umiliato fino alle lacrime, iniziai a ripetere: «Sono inferiore a te… sono il tuo leccapiedi patetico… ti chiedo scusa per essere stato arrogante…»
Ogni frase mi faceva pulsare il cazzo ancora di più. Ero completamente eccitato dalla mia stessa degradazione.
Luigi si accorse dell’erezione violenta.
«Guarda quanto ti piace essere punito,» disse con disprezzo divertito. «Domani ti farò una cosa nuova. Ma per stasera… niente orgasmo. Rimani così tutta la notte.»
Mi lasciò sul pavimento, con le sue calze in bocca e l’odore dei suoi piedi impresso sulla pelle.
Mentre giacevo lì, solo, sentivo dentro di me due forze contrapposte: la paura di quanto in profondità stessimo andando, e un’eccitazione devastante all’idea di cosa avrebbe potuto inventarsi il giorno dopo.
La nostra convivenza non era più solo una condivisione di casa. Era diventata una relazione di dominio e sottomissione assoluta, dove ogni giorno i confini si spostavano un po’ più in là.
La mattina dopo la punizione mi svegliai con l’odore dei piedi di Luigi ancora impresso sulla pelle. Le sue calze erano rimaste nella mia bocca tutta la notte; le avevo succhiate nel sonno come un bambino con il ciuccio. Quando le tirai fuori, erano bagnate della mia saliva e ancora impregnate del suo sudore secco.
Luigi era già in cucina, in boxer, che preparava il caffè. Mi guardò entrare nudo, con gli occhi bassi, e sorrise soddisfatto.
«Buongiorno, leccapiedi. Dormito bene?»
Non risposi subito. Mi sentivo umiliato anche solo a guardarlo in faccia dopo quello che era successo. Lui se ne accorse e il sorriso si allargò.
«Regola nuova,» disse versandosi il caffè. «Da oggi, quando sei in casa, devi stare nudo. Sempre. E quando mi parli, devi chiamarmi “Padrone” o “Signore”. Se ti dimentichi, paghi pegno.»
Annuii lentamente.
«Sì, Padrone.»
La parola mi uscì più naturale del giorno prima. Dentro di me sentivo una strana calma: più regole c’erano, più la mia mente si liberava dalla responsabilità. Non dovevo più decidere niente. Solo obbedire.
Quel pomeriggio, mentre studiavo sul divano (ancora nudo, come ordinato), Luigi tornò dalla palestra. Invece di sedersi sulla sedia dell’ingresso, mi fece sdraiare sul pavimento del salotto e mi usò come poggiapiedi umano. Appoggiò entrambi i piedi sudati sul mio petto e sul mio viso, schiacciandomi leggermente mentre guardava il telefono.
Ogni tanto spostava un piede e me lo premeva sulla bocca.
«Lecca.»
Io leccavo. Lentamente, con devozione. La lingua scorreva sulla pelle calda, raccogliendo il sapore salato del sudore fresco. Lui parlava del suo allenamento come se io fossi un mobile.
«Oggi ho fatto squat pesanti. I piedi mi fanno male… ma tu sei qui apposta, no?»
A un certo punto mi ordinò di aprire la bocca. Ci infilò tutte e cinque le dita del piede destro, spingendo fino a farmi quasi vomitare.
«Succhia. Come se fosse un cazzo.»
Obbedii. Succhiavo, leccavo tra le dita, gemendo piano per l’umiliazione. Il mio cazzo era duro da ore, ma lui non mi permetteva di toccarmi. Ogni volta che provavo a muovere la mano verso l’inguine, lui premeva più forte il piede sull’altra parte del viso, soffocandomi.
«Il tuo piacere non esiste più senza il mio permesso. Impara a goderti solo questo.»
Quella sera, mentre gli spiegavo un concetto di macroeconomia (in ginocchio sotto il tavolo, con il suo piede in bocca), commisi l’errore di usare un tono leggermente saccente. Me ne accorsi troppo tardi.
Luigi tirò via il piede di scatto e mi schiaffeggiò leggermente la guancia con la pianta umida.
«Ancora con questo tono da professore? Credevo avessimo chiarito chi è il superiore qui.»
Mi fece alzare e mi ordinò di mettere le mani dietro la schiena. Poi prese una delle sue calze più sporche della settimana e me la legò stretta intorno al cazzo e ai testicoli, come un laccio improvvisato. Il tessuto ruvido e puzzolente mi stringeva dolorosamente, ma il dolore si mescolava al piacere.
«Questa rimane lì fino a domani mattina. Se ti togli la calza, ti punisco peggio.»
Andai a dormire con il cazzo legato, pulsando di frustrazione. La mente continuava a ripetermi quanto fossi patetico, quanto fossi caduto in basso. Eppure, proprio quella consapevolezza mi teneva in uno stato di eccitazione costante.
Una sera Luigi decise di spingersi oltre.
Eravamo sul divano. Io ero nudo, in ginocchio tra le sue gambe. Lui aveva appena finito di farmi leccare i piedi dopo una lunga giornata. Improvvisamente mi afferrò i capelli e mi tirò su la testa.
«Dimmi la verità,» disse guardandomi negli occhi. «Quando mi umiliavi davanti agli altri, all’università… ti eccitava già allora? Ti piaceva vedermi in difficoltà perché in fondo sapevi che un giorno saresti finito ai miei piedi?»
La domanda mi colpì come uno schiaffo. Non ci avevo mai pensato consapevolmente. Ma mentre lui me la poneva, sentii una verità profonda emergere.
«Sì… Padrone,» ammisi con voce tremante. «Una parte di me godeva a farti sentire stupido. Perché… perché ti desideravo così tanto e non potevo averti in altro modo. Umiliarti era il mio modo malato di starti vicino.»
Luigi rimase in silenzio qualche secondo, poi rise piano, quasi con tenerezza crudele.
«Quindi fin dall’inizio eri un frocio sottomesso che aveva bisogno di essere messo al suo posto. Interessante.»
Mi fece sdraiare sul divano a pancia in su, con la testa che pendeva dal bordo. Poi si alzò, si tolse i pantaloni della tuta e i boxer. Per la prima volta vidi il suo cazzo da vicino: grosso, semi-eretto, con un odore forte di maschio che mi fece girare la testa.
Si posizionò sopra di me, con le palle che mi sfioravano il viso.
«Annusa,» ordinò.
Inspirai profondamente. L’odore muschiato dei testicoli sudati mi invase il cervello. Lui cominciò a strofinarsi lentamente sul mio viso: prima le palle, poi l’asta ancora morbida, poi la cappella.
«Lecca i miei coglioni mentre mi racconti quanto sei patetico.»
Mentre leccavo e succhiavo delicatamente la sua pelle rugosa, iniziai a confessare tutto: quanto lo adoravo, quanto mi eccitava il suo odore, quanto mi sentivo inferiore a lui fisicamente, quanto desideravo essere usato.
Luigi si stava indurendo. Il cazzo gli diventava sempre più grosso e pesante contro la mia guancia.
«Bravissimo,» mormorò. «Da oggi, quando torno dalla palestra, non leccherai solo i piedi. Leccherai tutto. Sudore, palle, culo… tutto quello che voglio.»
Mi permise di venire quella sera, ma solo mentre lui mi teneva il piede premuto sulla faccia e io gli leccavo le dita. Venni violentemente, schizzando sul mio stomaco, mentre lui rideva piano guardandomi contorcere.
«Guarda come vieni solo per i miei piedi. Sei proprio irrecuperabile.»
