Caro diario… sono la puttana di giovanni
Caro diario, o qualunque cosa sia questo foglio che sto riempiendo di notte mentre lui dorme nel mio letto,
non so nemmeno perché scrivo. Forse perché ho bisogno di mettere nero su bianco quanto sono caduto in basso. Forse perché, se non lo confesso a qualcuno – anche solo a queste pagine – impazzisco. O forse perché una parte malata di me vuole rivivere tutto, ancora una volta, per sentire di nuovo quel nodo allo stomaco che ormai è diventato la mia normalità.
Mi chiamo Filippo. Ho ventotto anni. E sono la puttana di Giovanni.
Non lo dico per drammatizzare. Lo dico perché è esattamente quello che sono diventato.
Tutto è iniziato quando sono tornato qui, in questa maledetta cascina, con la coda tra le gambe. Mi sentivo già un fallito: laurea inutile, nessuna carriera, costretto a lavorare nell’azienda di famiglia come l’ultimo dei braccianti. Poi è arrivato lui. Giovanni. Ventisei anni, orfano, capace, forte, sicuro di sé. I miei genitori lo hanno accolto come il figlio che avrebbero voluto avere. «Bravo ragazzo», «figliolo», «se ci fosse stato lui al tuo posto…». Ogni complimento per lui era una coltellata per me.
E io… io ero già attratto. Dal primo giorno. Dal modo in cui mi guardava un secondo di troppo. Dal modo in cui il mio corpo reagiva come quello di una ragazzina alla prima attenzione maschile. Arrossivo. Mi eccitavo per una battuta, per uno sfioramento “casuale”. Mi vergognavo da morire, ma non riuscivo a smettere di desiderarlo.
Poi è successa la convivenza. Mi hanno fatto dormire sulla brandina perché lui stava “meglio” nel mio letto. E lì, nel buio di questa stanza, è iniziato tutto davvero. Le sue battute, i suoi sguardi, i suoi tocchi che diventavano sempre meno casuali. Sentivo che aveva capito. Che sapeva che ero gay, che ero debole, che mi piaceva essere guardato così.
La prima volta che mi ha scopato è stata dopo una cena con troppo vino. Mi ha fatto spogliare, mi ha messo a pancia in giù e mi ha penetrato tenendomi la mano sulla bocca. Non ha detto quasi niente. Mi ha usato. È venuto dentro di me e poi mi ha rimandato sulla brandina come se fossi un oggetto usato. Io sono venuto da solo, in silenzio, sporco del suo sperma.
Da quel momento non sono più stato lo stesso.
Ogni giorno la dominazione è cresciuta, lenta ma implacabile. Piccoli gesti: una mano sulla nuca, una spinta del bacino contro il mio culo quando eravamo soli, uno schiaffetto sul sedere al mattino, una stretta forte sulla coscia sotto il tavolo. Lui lo faceva con naturalezza, io diventavo duro all’istante. E più mi umiliava, più io mi sottomettevo.
Poi è tornata Sara. Vederlo con lei – le mani sulla sua vita, i baci, le promesse di matrimonio – mi ha fatto impazzire di gelosia. Una gelosia feroce, malata, che invece di spegnermi mi ha spinto a provocarlo. Nel fienile gli ho detto tutto: che mi usava solo quando gli pareva, che facevo schifo a dormire per terra mentre lui giocava alla coppia perfetta.
Lui mi ha preso con violenza. Mi ha spinto contro le balle di fieno, mi ha abbassato i pantaloni e mi ha scopato come un animale, scaricandosi dentro di me in pochi minuti rabbiosi. Poi mi ha guardato e mi ha chiesto: «Era questo che volevi?». Io non ho risposto. Ero terrorizzato ed eccitato come non mai.
Da quel giorno ho smesso di fingere di avere un minimo di dignità.
Sono diventato sempre più sottomesso. Cammino con lo sguardo basso quando lui è vicino. Eseguo ogni suo ordine senza fiatare. Arrossisco se solo mi sfiora. E lui lo sa. Lo sa perfettamente.
La notte in cui mi ha fatto implorare è stata la definitiva resa.
Mi ha chiamato accanto al letto. Mi ha fatto mettere in ginocchio tra le sue gambe. E mi ha ordinato di implorare. Io l’ho fatto. Con la voce rotta, le guance in fiamme, gli ho chiesto di usarmi la gola. Gli ho detto «ti prego» come una puttana disperata. Lui mi ha infilato il cazzo in bocca e mi ha scopato la gola lentamente, profondamente, guardandomi negli occhi mentre piangevo e avevo i conati. È venuto direttamente dentro di me, riempiendomi lo stomaco, e poi mi ha rimandato sulla brandina senza nemmeno farmi toccare.
E io? Io sono rimasto lì, con il sapore del suo sperma in gola, il culo che ancora pulsava per le scopate precedenti, e il cazzo duro che non aveva il permesso di venire.
Questa è la verità che non riesco più a nascondere a me stesso.
Non è solo attrazione fisica. È qualcosa di più profondo, di più malato. Mi piace essere inferiore a lui. Mi piace che i miei genitori lo stimino più di me. Mi piace che abbia una fidanzata, una vita “normale”, mentre io sono solo il suo segreto sporco. Mi piace essere usato, umiliato, messo al mio posto. Mi eccita da morire sapere che lui può prendermi quando vuole, come vuole, e io non posso fare altro che obbedire.
Sono completamente piegato.
Giovanni non mi ha mai promesso niente. Non mi ha mai detto che mi vuole bene, che mi desidera davvero, che questa cosa ha un futuro. Mi tratta come un oggetto di piacere che tiene nascosto nella sua stanza temporanea. E io… io ho accettato tutto. Anzi, lo cerco. Lo provoco. Imploro.
A volte, mentre lavoro, mi sorprendo a pensare: “Se stasera mi chiama, mi metto in ginocchio senza che me lo chieda”. Oppure: “Spero che Sara non venga, così magari mi usa di nuovo”.
Sono patetico. Sono debole. Sono suo.
E la cosa più spaventosa è che non voglio che finisca.
Anche se tra poco la cascina di Giovanni sarà pronta e lui se ne andrà con Sara. Anche se tornerò a essere solo il figlio fallito dei miei genitori. Anche se dovrò fingere per il resto della vita che tutto questo non sia mai successo.
Perché ormai so chi sono veramente.
Non sono più Filippo, il ragazzo di ventotto anni tornato a casa per disperazione.
Sono la puttana di Giovanni.
E mentre scrivo queste righe, con lui che russa tranquillo nel mio letto, sento già il bisogno di svegliarmi domani e continuare a essere esattamente questo.
