Un pomeriggio al parco
Non so come ci sono finito qui, con il cuore che mi batte all’impazzata e le mani che tremano mentre chiudo la zip della giacca leggera. È un giovedì pomeriggio, l’aria estiva è calda e appiccicosa, e sto camminando verso il parco cittadino con un misto di eccitazione e paura che mi stringe lo stomaco. Ho conosciuto Marco in una chat, una di quelle dove ti nascondi dietro un nick e lasci che i desideri più nascosti prendano il sopravvento. Io sono curioso, da sempre, di qualcosa che non ho mai provato, di un’esperienza che mi ronza in testa da anni. Lui, invece, cerca esattamente quello che io voglio dare. Siamo perfetti, sulla carta. Entrambi fidanzati, entrambi con vite normali e segreti da proteggere. Non possiamo ospitare, e così lui ha proposto il parco. “Ci sono zone coperte dai cespugli, tranquillo, di pomeriggio in settimana non c’è quasi nessuno,” mi ha scritto. E io ho detto sì, senza pensarci troppo, spinto da un impulso che non so spiegare.
Lo vedo da lontano, appoggiato a una panchina vicino all’ingresso secondario del parco, con le mani in tasca e un’aria rilassata. È più bello di quanto immaginassi dalle foto sfocate che ci siamo scambiati. Alto, spalle larghe, capelli scuri corti e un accenno di barba che gli dà un’aria decisa. Ha un sorriso appena accennato quando mi vede, e mi fa un cenno con la testa. Mi avvicino, un po’ impacciato, con le parole che mi si incastrano in gola.
“Sei tu, vero?” dice, con una voce bassa e sicura che mi colpisce subito. Annuisco, incapace di rispondere subito. “Rilassati, non mordo. Non ancora, almeno,” aggiunge con una risata breve, e io non so se ridere o sentirmi ancora più a disagio. Ci sediamo sulla panchina per un po’, parliamo di cose banali, del caldo, del lavoro, di quanto sia strano trovarsi qui. Ma c’è una tensione sotto ogni parola, un’energia che ci spinge a guardarci negli occhi un po’ troppo a lungo. Mi piace il suo modo di parlare, diretto, senza giri di parole. Mi piace come si muove, come gesticola con sicurezza. Mi piace che sembri sapere esattamente quello che vuole. E io, beh, io lo voglio dare.
Dopo una decina di minuti, si alza. “Andiamo. Ti faccio vedere un posto.” Lo seguo senza fare domande, il cuore che mi martella nel petto. Camminiamo lungo un vialetto secondario, poi ci allontaniamo, infilandoci in una zona fitta di alberi e cespugli alti. Non c’è anima viva, solo il rumore lontano di qualche macchina e il fruscio delle foglie mosse dalla brezza. Ci fermiamo in un punto isolato, completamente nascosti da occhi indiscreti. È qui che tutto cambia.
“Spogliati,” dice, guardandomi dritto negli occhi. La sua voce è ferma, un ordine, non una richiesta. Io esito, guardandomi intorno. “Tutto? Non preferisci che tenga qualcosa addosso? Sai, nel caso…” balbetto, ma lui scuote la testa.
“No. Ti voglio nudo. Completamente. Non discuto.” Il tono non ammette repliche, e c’è qualcosa in quella durezza che mi fa fremere, che mi spinge a obbedire anche se una parte di me vorrebbe protestare. Mi tolgo la maglietta, i pantaloni, le scarpe, tutto, fino a rimanere con la pelle esposta al caldo umido dell’estate. Mi sento vulnerabile, ma anche eccitato da quella vulnerabilità. Lui, invece, si limita ad abbassarsi i pantaloncini e i boxer fino alle caviglie. Lo vedo per la prima volta, e il fiato mi si mozza. Non è ancora duro, ma è già impressionante, grosso, pesante, con una vena che corre lungo il lato. Mi intimorisce, ma allo stesso tempo non riesco a staccare gli occhi.
“Vieni più vicino,” dice, e io mi avvicino, in ginocchio, senza che me lo chieda. La terra sotto di me è ruvida, ma non ci faccio caso. “Guardalo bene. È quello che volevi, no?” La sua voce è un misto di sfida e comando, e io annuisco, incapace di parlare. Lo prendo in mano, lo sento pesante, caldo, la pelle liscia sotto le dita. Il suo odore mi colpisce subito, intenso, maschile, un misto di sudore e pelle che mi fa girare la testa. Lo accarezzo, timido all’inizio, sentendolo reagire al mio tocco, crescere, indurirsi.
“Non fare il timido. Aprila, la bocca. Voglio che lo prendi tutto.” Le sue parole sono come un colpo, dirette, senza filtri. Lo guardo dal basso, i suoi occhi sono fissi su di me, duri, dominanti. Apro la bocca, esitante, e lo prendo dentro, sentendo il sapore salato, la consistenza morbida ma ferma sulla lingua. È enorme, mi riempie subito, e faccio fatica a respirare. “Più a fondo,” ordina, senza muovere un muscolo. Non usa le mani, non mi spinge, ma la sua voce è sufficiente. È un comando che non posso ignorare. Spingo la testa in avanti, sentendolo scivolare più dentro, fino a toccare il fondo della gola. Tossisco, gli occhi mi si riempiono di lacrime, ma non mi fermo.
“Bravo, così. Lo stai prendendo bene. Ma non basta. Voglio sverginarti la bocca come si deve. Voglio che ti ricordi di questo per sempre.” Le sue parole mi fanno rabbrividire, ma obbedisco, spingendomi oltre, soffocandomi da solo su di lui. Il suo cazzo mi riempie completamente, la gola mi brucia, ma c’è qualcosa di liberatorio in questo, nel lasciarmi andare, nel dargli tutto quello che vuole. Lo sento gemere piano, un suono gutturale che mi spinge a continuare. “Cazzo, sì, proprio così. Sei fatto per questo,” dice, e la sua voce mi eccita ancora di più.
Succhio con più forza, muovendo la testa avanti e indietro, le labbra strette intorno a lui, la lingua che si muove lungo la sua lunghezza. Il sapore è forte, salato, con un retrogusto che non so descrivere ma che mi fa venir voglia di averne di più. Lo sento pulsare nella mia bocca, crescere ancora, se possibile. Ogni tanto mi tira fuori appena, lasciandomi respirare, e poi mi ordina di riprenderlo. “Tutto. Fino in fondo. Non ti fermare.” E io lo faccio, ogni volta, spingendomi al limite, sentendo la gola che si stringe, il respiro che si spezza. Il suono dei miei gemiti soffocati, del mio respiro pesante, si mescola ai suoi grugniti di piacere. È crudo, sporco, e mi piace.
Le sue mani rimangono lungo i fianchi, non mi tocca mai, ma la sua voce è una guida costante. “Più forte. Succhia come se non ci fosse un domani. Fammi sentire quanto lo vuoi.” E io lo voglio, lo voglio così tanto che non penso a nient’altro. La mia bocca è un casino, saliva che mi cola lungo il mento, ma non mi importa. Lo prendo tutto, ogni centimetro, fino a che non sento i suoi muscoli irrigidirsi. “Ci sono quasi. Non ti azzardare a tirarti indietro. Lo prendi tutto, chiaro?” Annuisco, o almeno ci provo, con lui ancora in bocca. Spingo ancora più a fondo, sentendolo pulsare, caldo, pronto.
Quando viene, è un’esplosione. Lo sento schizzare direttamente in gola, caldo, denso, abbondante. Non riesco a deglutire subito, parte mi riempie la bocca, il sapore forte, quasi acre, che mi invade i sensi. Tossisco, ma non mi tiro indietro, continuo a tenerlo dentro finché non ha finito, finché non lo sento rilassarsi. “Bravissimo,” dice, con un tono più morbido ma ancora autoritario. “Hai fatto un bel lavoro.” Mi tira fuori lentamente, e io resto lì, in ginocchio, il fiato corto, il mento bagnato, la testa che gira. Mi guardo intorno, ma siamo ancora soli, nascosti, al sicuro.
“Rivestiti, dai,” aggiunge dopo un momento, tirandosi su i boxer e i pantaloncini con calma. Io obbedisco, ancora scosso, raccogliendo i vestiti con mani tremanti. Non parliamo molto mentre torniamo verso il vialetto, ma c’è una specie di intesa tra noi, qualcosa che non ha bisogno di parole. Prima di salutarci, mi guarda con quel sorriso appena accennato. “Ci rivediamo, no?” dice, più un’affermazione che una domanda. Io annuisco, senza pensarci. So che lo voglio. So che non dimenticherò questo pomeriggio, il suo sapore, il suo odore, la sua voce che mi guida. È stato indimenticabile, proprio come voleva lui.
