Racconti Piccanti
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Che cazzo guardi

Che cazzo guardi

23 Marzo 2026·7 min di lettura

Sono seduto sulla panca dello spogliatoio, con il fiato ancora corto dopo l’allenamento. La palestra è deserta a quest’ora, solo il ronzio delle luci al neon rompe il silenzio. Io e Marco ci siamo spinti al limite stasera, come sempre. Due ore di cardio e pesi, una sessione massacrante, di quelle che ti lasciano le gambe molli e la maglietta zuppa di sudore. Siamo amici da anni, ci alleniamo insieme da quando avevamo diciott’anni, e ormai è una routine: lui è il più atletico, il runner, quello che macina chilometri come se niente fosse, io invece sono più tozzo, meno resistenza ma più forza. Abbiamo un’intesa perfetta, ci sfottiamo, ci spingiamo a dare di più. Ma stasera qualcosa è diverso. Lo sento dentro, un nodo che mi stringe lo stomaco mentre lo guardo slacciarsi le scarpe da ginnastica.

Marco è seduto a un metro da me, sulla stessa panca. Ha i piedi appoggiati per terra, ancora dentro le scarpe da corsa, e si china per togliersele. I suoi piedi sono grandi, lo so da sempre, e ora che una delle scarpe è già via vedo la pianta nuda, sudata, con la pelle ruvida e callosa per tutte le corse che fa. Non so perché, ma non riesco a staccare gli occhi. È una cosa che mi porto dentro da anni, un pensiero che ho sempre represso, nascosto anche a me stesso. Non è che ci penso sempre, non è un’ossessione, ma ogni tanto, come stasera, mi colpisce come un pugno. Vorrei distogliere lo sguardo, ma non ci riesco. È come se fossi ipnotizzato.

«Che cazzo guardi, frocio?» La voce di Marco mi colpisce come una frustata. Alzo gli occhi di scatto e lo vedo che mi fissa, un sopracciglio alzato, un ghigno divertito sulla faccia. Ha la maglietta aderente ancora addosso, i capelli corti bagnati di sudore, e quel suo modo di guardarmi che è sempre un misto di provocazione e scherno. Mi sento il viso andare a fuoco, un rossore che mi brucia le guance. Vorrei negare, dire che non guardavo niente, ma so che non ci crederebbe. E infatti non distolgo lo sguardo, rimango lì, inchiodato, con gli occhi che tornano sui suoi piedi, come se non potessi farne a meno.

«Sul serio, Davide, che ti prende? Ti piacciono i piedi adesso?» dice, ridendo, ma c’è una nota strana nella sua voce, un misto di curiosità e sfida. Si toglie anche l’altra scarpa, e il profumo acre del sudore mi arriva dritto al naso. Non è piacevole, ma non è nemmeno disgustoso, è solo… intenso. Mi schiarisco la gola, cerco di rispondere, ma ho la bocca secca.

«Non sto guardando niente, Marco. Dai, smettila di fare lo stronzo,» riesco a borbottare, ma la mia voce è incerta, e lo sa pure lui. Mi alzo, faccio per prendere il mio asciugamano, ma lui si muove veloce, si mette davanti a me, bloccandomi il passaggio.

«Nah, nah, non te ne vai così. Spiegami un po’. Ti fanno schifo o ti eccitano?» mi chiede, incrociando le braccia. Ha un sorriso storto, e i suoi occhi scuri mi fissano in un modo che mi mette a disagio. Non è arrabbiato, no, è più come se si stesse divertendo a vedermi in difficoltà. Io scuoto la testa, cerco di ridere, ma esce un suono strozzato.

«Non mi eccitano un cazzo, ok? Sto solo… non lo so, sono stanco. Lascia stare,» dico, ma non suono convincente nemmeno a me stesso. Lui fa un passo avanti, e io indietreggio istintivamente, finché la mia schiena non tocca gli armadietti freddi dietro di me. Siamo troppo vicini, e il suo odore – sudore, sapone, fatica – mi riempie i polmoni.

«Sai che ti dico? Secondo me stai mentendo. Secondo me ti piace guardarli. Vuoi toccarli, vero?» La sua voce è più bassa adesso, quasi un sussurro, ma ha un tono di comando che mi fa gelare. Non so se sta scherzando o no, ma il cuore mi batte così forte che sembra voler uscire dal petto. Non rispondo, non ci riesco, e lui scoppia a ridere.

«Cazzo, sei proprio strano, lo sai? Ma va bene, facciamo un gioco,» dice, e prima che possa capire cosa intende, alza un piede e me lo appoggia dritto sulla faccia. La pianta è calda, umida di sudore, e il contatto mi fa sobbalzare. Cerco di spostarmi, ma lui preme di più, spingendomi contro gli armadietti. «Annusa, dai. Non fare il difficile adesso.»

Il suo tono è scherzoso ma autoritario, e io sono paralizzato. Il profumo è forte, pungente, ma non riesco a muovermi, non riesco a protestare. Una parte di me vuole spingerlo via, urlargli di smetterla, ma un’altra parte, quella che ho sempre nascosto, è come ipnotizzata. Respiro, e il calore del suo piede contro il mio viso mi fa girare la testa. Lui ride di nuovo, un suono profondo, e poi si china verso di me.

«Ti piace, eh? Lo sapevo. Sei proprio un pervertito del cazzo,» dice, ma non c’è disprezzo nella sua voce, solo una specie di divertimento. Mi guarda negli occhi, e vedo che anche lui ha il respiro un po’ più veloce. «Su, non fare quella faccia. Se ti piace, dimmelo. Non lo racconto a nessuno.»

«Marco… dai, smettila,» mormoro, ma la mia voce è debole, e lui lo sa. Non mi lascia andare, tiene il piede lì, sfregandolo leggermente contro la mia guancia, e io chiudo gli occhi per un momento, sopraffatto da tutto. Non so perché non lo spingo via. Forse perché una parte di me non vuole che smetta.

«Smettila un cazzo. Lo vuoi, lo vedo. Dai, apri quella bocca. Succhiami le dita,» ordina, e il tono è così diretto che mi fa tremare. Lo guardo, incredulo, ma lui non scherza. Sposta il piede, spingendo le dita verso le mie labbra, e io esito. Il cuore mi martella nel petto, la testa è un casino di pensieri, ma poi, quasi senza volerlo, apro la bocca. Il sapore è salato, strano, ma non schifoso. Le sue dita sono ruvide, e io le succhio piano, sentendo il suo sguardo su di me.

«Cazzo, sì, così. Sei proprio bravo,» dice, e la sua voce è roca adesso. Con la mano libera si slaccia i pantaloncini da palestra, li tira giù insieme agli slip, e vedo che è già duro. Non ci credo, non pensavo che sarebbe arrivato a tanto, ma lui non sembra minimamente imbarazzato. Si tocca, lentamente, guardandomi mentre continuo a succhiargli le dita dei piedi. «Ti piace farmi godere, eh? Guardami mentre mi sego.»

Non rispondo, non posso, ma i nostri occhi si incrociano, e c’è una tensione che non ho mai provato prima. Mi sposta il piede dalla bocca, ma solo per sedersi sulla panca di fronte a me, con le gambe aperte. Mi fa segno di avvicinarmi, e io, come un idiota, lo faccio. Mi metto in ginocchio davanti a lui, tra le sue gambe, e il suo piede torna vicino alla mia faccia. Lo annuso di nuovo, mentre lui continua a masturbarsi, il respiro pesante.

«Cazzo, Davide, non pensavo fossi così… disponibile,» dice con un ghigno, e poi mi spinge la testa verso il suo piede, premendo la pianta contro il mio naso. «Annusa bene. Fammi vedere quanto ti piace.» Io respiro profondamente, e il suo odore mi riempie, mi fa girare la testa. Lo sento gemere piano sopra di me, la mano che si muove sempre più veloce. «Sì, cazzo, continua. Sei proprio un porco.»

Non so quanto tempo passa, ma sono perso in quello che sta succedendo. Il suo piede si sposta, scivolando sul mio collo, sulla mia spalla, mentre lui si china in avanti, guardandomi con gli occhi socchiusi. «Vuoi che finisca? Dimmi di sì,» mi ordina, e io, senza pensarci, annuisco.

«Sì… finisci,» mormoro, la voce spezzata, e lui sorride, un sorriso trionfante. Si muove più veloce, il respiro affannoso, e poi geme forte, un suono gutturale che mi fa rabbrividire. Sento il calore del suo orgasmo, qualche goccia che mi sfiora il viso, ma non mi muovo, resto lì, con il suo piede ancora vicino a me, il suo odore che mi avvolge.

Quando finisce, si appoggia indietro sulla panca, ansimando, e mi guarda con un’espressione che non riesco a decifrare. Non c’è imbarazzo, non c’è giudizio, solo una specie di soddisfazione. «Cazzo, Davide, sei proprio fuori di testa,» dice ridendo piano, ma non c’è cattiveria. Io mi passo una mano sul viso, cercando di riprendere fiato, e non so cosa dire. Non provo vergogna, non in questo momento. Provo solo… una strana calma, come se un peso fosse stato sollevato.

Lui si tira su i pantaloncini, si rimette in piedi, e mi dà una pacca sulla spalla, come se niente fosse. «Dai, facciamoci una doccia. Ne abbiamo bisogno,» dice, e il tono è quello di sempre, come se non fosse successo niente di strano. Io annuisco, mi alzo, e lo seguo verso le docce, con la testa ancora un po’ confusa, ma senza rimpianti.

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