Troia all’asta per una notte
Sono Giulio, ho ventidue anni e sto con Paolo da quasi un anno. Lui ne ha trentasei, è un uomo fatto e finito, con un carattere che ti travolge. Io sono il contrario: timido, un po’ insicuro, sempre pronto a dire di sì per non deludere. Con lui mi sento protetto, ma anche in balia di qualcosa di più grande di me. Paolo è amorevole, sì, ma ha un lato perverso che mi spaventa e mi eccita allo stesso tempo. Non so mai cosa gli passa per la testa, e stasera ne ho avuto l’ennesima prova.
Erano le otto di sera, ero appena tornato dal lavoro – faccio il commesso in un negozio di abbigliamento – e Paolo era già a casa. Mi ha guardato con quel sorrisetto che mi fa venire i brividi e mi ha detto: “Stasera si esce, ma prima ti prepari come dico io.” Non ho fatto domande, so che con lui è inutile. Mi ha tirato fuori dall’armadio una gonna nera aderente, un top rosa shocking e un perizoma di pizzo che non avevo mai messo. “Vestiti da troietta, Giulia,” mi ha ordinato, dandomi una pacca sul culo. Quel nomignolo, Giulia, lo usa quando vuole giocare, e io arrossisco ogni volta. Non so perché, ma mi eccita sentirmi così sottomesso, così suo.
Mi sono cambiato in bagno, con le mani che tremavano un po’. Guardandomi allo specchio, con quella gonna che mi arrivava appena sotto il culo e il top che lasciava scoperta la pancia, mi sentivo ridicolo, ma anche stranamente eccitato. Quando sono uscito, Paolo mi ha fatto girare su me stesso come fossi una bambola. “Cazzo, sei proprio una fighetta stasera,” ha detto, e mi ha tirato a sé per un bacio profondo, con la lingua che mi esplorava la bocca. Poi mi ha fatto sedere sul letto e ha tirato fuori un plug anale dalla scatola dei nostri giochi. Era uno di quelli grossi, di silicone nero, con la base larga. “Apri le gambe,” mi ha detto, e io ho obbedito senza fiatare. Ha sputato sul plug, lo ha lubrificato un po’ con la saliva e me lo ha infilato piano, ma con decisione. Ho sentito il bruciore, il culo che si allargava per accoglierlo, e ho stretto i denti. “Bravo, così, tienilo dentro,” ha mormorato, dandomi un’altra pacca. “Adesso usciamo.”
“Ma dove andiamo?” ho chiesto, con la voce che tremava. Il plug mi dava fastidio, mi sentivo pieno, e camminare con quella cosa dentro non sarebbe stato facile. Paolo ha riso. “È una sorpresa, troietta. Fidati di me.” Non avevo scelta, come sempre.
Siamo usciti di casa, io con la gonna che mi saliva a ogni passo e il plug che mi ricordava a ogni movimento quanto fossi sotto il suo controllo. Abbiamo preso la macchina, e durante il tragitto Paolo ha messo una mano sulla mia coscia, stringendo forte. “Sei nervoso, eh?” mi ha chiesto, con un ghigno. Ho annuito, mordendomi il labbro. “Non ti preoccupare, stasera ti diverti,” ha aggiunto, e io non ho capito se fosse una promessa o una minaccia. Il cuore mi batteva forte, ma c’era anche una parte di me che voleva scoprire cosa aveva in mente. Con Paolo è sempre così: mi spaventa, ma mi fa sentire vivo.
Dopo circa mezz’ora siamo arrivati in una zona della città che non conoscevo, piena di capannoni e vicoli bui. Abbiamo parcheggiato davanti a un locale con un’insegna al neon rossa che non diceva nulla, solo un simbolo strano, tipo una maschera. Dentro c’era un casino di gente, uomini di tutte le età, musica alta, odore di alcol e fumo. Alcuni erano vestiti normalmente, altri avevano collari, catene, latex. Mi sono guardato intorno, imbarazzato, sentendomi fuori posto con quella gonna e il plug che mi premeva dentro. Paolo mi ha preso per mano e mi ha trascinato verso il bancone, ordinando due birre. “Bevi, che ti rilassi,” mi ha detto, passandomene una. Ho bevuto un sorso, ma il nervosismo non passava. Ogni tanto qualcuno mi guardava, e io abbassavo gli occhi, sentendomi nudo.
Dopo un po’ Paolo mi ha preso per un braccio e mi ha portato verso una porta sul retro. “Andiamo di là, è più tranquillo,” ha detto. Siamo entrati in una specie di privé, una stanza piccola con un divano di pelle, un tavolino basso e una luce rossa soffusa. Appena chiusa la porta, mi ha spinto contro il muro e mi ha baciato con forza, le sue mani che mi stringevano il culo sotto la gonna. “Cazzo, quanto sei sexy stasera,” ha ringhiato, mordendomi il collo. Io ansimavo, sentendo il plug che si muoveva dentro di me a ogni suo tocco. Una parte di me voleva dirgli di smettere, che mi sentivo a disagio, ma un’altra parte – quella che vince sempre con lui – voleva lasciarsi andare. Gli ho messo le mani sul petto, come per spingerlo via, ma lui ha riso. “Non fare la verginella, lo so che ti piace.”
Mi ha fatto inginocchiare davanti al divano. “Tira fuori il cazzo,” mi ha ordinato, sbottonandosi i jeans. L’ho fatto, con le mani che tremavano. Era già duro, grosso, con le vene in rilievo. Ho esitato un attimo, ma lui mi ha preso per i capelli e mi ha guidato verso di sé. “Succhialo, dai, fai il bravo.” Ho aperto la bocca e l’ho preso dentro, sentendo il sapore salato e il calore sulla lingua. Ho iniziato a muovermi, succhiando piano, mentre lui gemeva e mi stringeva i capelli. “Cazzo, sì, così, brava Giulia,” mi diceva, e quelle parole mi facevano arrossire ma anche eccitare. Ho accelerato, sentendo il plug dentro di me che mi ricordava quanto fossi suo, quanto fossi disposto a fare tutto per lui. Dopo un po’ ha iniziato a spingere i fianchi, scopandomi la bocca, e io ho cercato di non soffocare, con le lacrime agli occhi. Alla fine ha tirato fuori un gemito roco e mi è venuto in gola, caldo e appiccicoso. Ho ingoiato, come piace a lui, e lui mi ha dato una carezza sulla guancia. “Bravissima, troietta.”
Pensavo fosse finita lì, ma Paolo si è tirato su i pantaloni e mi ha detto: “Aspetta qua, torno subito.” È uscito dalla stanza, lasciandomi inginocchiato, con il sapore di lui ancora in bocca e il plug che mi faceva male. Non sapevo cosa aspettarmi, ma il cuore mi batteva all’impazzata. Dopo qualche minuto è tornato, e non era solo. Con lui c’erano cinque uomini, tutti sui trenta o quarant’anni, con facce che non ispiravano niente di buono. Mi sono alzato in piedi, imbarazzato, cercando di tirarmi giù la gonna, ma Paolo mi ha fermato. “Tranquillo, Giulia, sono amici. Stasera si divertono con noi.”
Mi ha fatto avvicinare al tavolino al centro della stanza. “Sali qua sopra, a quattro zampe,” mi ha ordinato. Ho esitato, guardando quegli uomini che mi fissavano con occhi affamati, ma Paolo mi ha dato una spinta. “Muoviti, non fare il timido.” Mi sono messo sul tavolino, con le ginocchia e le mani appoggiate, sentendomi esposto, vulnerabile. Paolo mi ha sollevato la gonna, mostrando a tutti il perizoma e la base del plug che spuntava dal mio culo. “Guardate che bel pezzo di figa,” ha detto, e poi, con un gesto lento, mi ha tirato fuori il plug. Ho sentito un vuoto improvviso, il culo che si chiudeva piano, e un bruciore che mi ha fatto stringere i denti. “Cazzo, guardate qua, è già sfondato, sembra una vera passera,” ha aggiunto, e gli altri hanno riso, avvicinandosi per vedere meglio.
Poi Paolo ha fatto un passo indietro e ha detto: “Signori, stasera il culo di Giulia è all’asta. Chi offre di più si prende la prima scopata.” Ero scioccato, non riuscivo a credere alle mie orecchie. Una parte di me voleva urlare, scappare, ma un’altra – quella che mi spaventa di più – era curiosamente eccitata dall’idea di essere così desiderato, così usato. Gli uomini hanno iniziato a offrire soldi, proprio come in un’asta vera. “Cento euro,” ha detto uno. “Centocinquanta,” ha rilanciato un altro. Alla fine, un tipo robusto con la barba, che poi ho saputo chiamarsi Riccardo, ha offerto trecento euro, e gli altri si sono ritirati. “Venduto,” ha detto Paolo, con un ghigno. Gli altri uomini sono usciti dalla stanza, lasciandoci soli con Riccardo.
Paolo mi ha fatto rimanere a quattro zampe sul tavolino, con il culo in mostra. Riccardo si è avvicinato, si è sbottonato i pantaloni e ha tirato fuori il cazzo, già duro. Era grosso, non quanto quello di Paolo, ma comunque imponente. “Cazzo, che bel buco,” ha detto, passandomi una mano sulle chiappe. Poi ha sputato sul mio culo, ha preso un po’ di lubrificante da una bottiglietta che aveva con sé e ha iniziato a massaggiarmi l’ano con le dita, preparandomi. Io tremavo, ma non dicevo niente. Paolo, nel frattempo, aveva tirato fuori il telefono e stava filmando tutto. “Sorridi alla telecamera, Giulia,” mi ha detto, e io ho girato la testa, con la faccia rossa per la vergogna, ma ho accennato un sorriso. “Brava, di’ quanto sei troia vogliosa di cazzo.” Ho esitato, ma la sua voce era un ordine. “Sono una troia vogliosa di cazzo,” ho mormorato, sentendomi umiliato ma anche eccitato.
Riccardo non ha perso tempo. Si è posizionato dietro di me, ha appoggiato la cappella sul mio buco e ha spinto piano, ma con decisione. Ho sentito il bruciore, il culo che si allargava per accoglierlo, e ho stretto i denti, gemendo piano. “Cazzo, sei stretto,” ha detto, iniziando a muoversi, avanti e indietro, con spinte lente ma profonde. Ogni movimento mi faceva sobbalzare, il tavolino sotto di me scricchiolava, e io cercavo di non cadere. Paolo continuava a filmare, zoomando sul mio viso e sul punto in cui il cazzo di Riccardo entrava e usciva dal mio culo. “Ti piace, eh, troietta?” mi chiedeva, e io annuivo, incapace di mentire. Il dolore si stava trasformando in piacere, un piacere strano, profondo, che mi faceva perdere la testa.
Dopo un po’, Riccardo ha accelerato, sbattendomi con più forza. I suoi fianchi sbattevano contro il mio culo, il rumore della pelle contro la pelle riempiva la stanza, insieme ai suoi grugniti e ai miei gemiti. “Cazzo, sto per venire,” ha detto alla fine, e si è tirato fuori, venendomi sulla schiena, schizzi caldi che mi colavano lungo la spina dorsale. Io ansimavo, con il culo che bruciava e il cuore che batteva forte.
Ma non era finita. Paolo ha passato il telefono a Riccardo e ha preso il suo posto dietro di me. “Tocca a me, ora,” ha detto, abbassandosi i pantaloni. Il suo cazzo era già duro, e non ha perso tempo. Mi ha penetrato con una spinta secca, facendomi urlare. “Cazzo, Paolo, piano!” ho detto, ma lui ha riso. “Piano un cazzo, troia, lo sai che ti piace.” Ha iniziato a scoparmi con ritmo, profondo e deciso, mentre Riccardo filmava tutto, zoomando sul mio viso. “Di’ di nuovo quanto sei troia,” mi ha ordinato Paolo, e io, con la voce spezzata, ho ripetuto: “Sono una troia vogliosa di cazzo.” Loro ridevano, e io mi sentivo sempre più perso, sempre più loro.
Paolo ha continuato a sbattermi per un bel po’, fino a che non è venuto dentro di me, con un gemito lungo e profondo. Ho sentito il calore del suo seme che mi riempiva, e quando si è tirato fuori, mi sono sentito vuoto, usato. Ma non mi hanno lasciato riposare. Riccardo si è avvicinato, mi ha fatto girare sulla schiena e mi ha schizzato in faccia, il suo sperma che mi colava sulle guance e sul mento. Paolo ha fatto lo stesso, aggiungendo il suo al mix. Ero un disastro, con la faccia appiccicosa e il culo che pulsava.
Alla fine, Paolo mi ha rimesso il plug dentro, con un gesto secco che mi ha fatto sobbalzare. “Così tieni tutto dentro, troietta,” ha detto. Poi mi hanno fatto scendere dal tavolino e mi hanno usato come poggiapiedi, letteralmente. Si sono seduti sul divano, con le birre in mano, e hanno appoggiato i piedi sulla mia schiena mentre fumavano e parlavano tra loro di cazzate, come se io non fossi nemmeno lì. Ero stanco, dolorante, ma in qualche modo soddisfatto. Non so spiegare perché, ma sentirmi così sottomesso, così desiderato, mi dava una strana pace. Non li ho interrotti, non ho detto niente. Sono rimasto lì, sotto i loro piedi, ascoltando le loro voci e lasciandomi ignorare.
Il tempo sembrava scorrere lento in quella stanza soffocante, con l’odore di fumo e sudore che mi riempiva le narici. Ogni tanto uno dei due mi dava una leggera spinta con il piede, come per ricordarmi la mia posizione, e io non reagivo, accettando il mio ruolo senza protestare. Dentro di me, però, c’era un turbinio di emozioni: vergogna, eccitazione, stanchezza, ma anche una sorta di gratitudine per Paolo, per come riusciva a spingermi oltre i miei limiti, a farmi sentire vivo in un modo che non avrei mai immaginato.
Dopo quella che mi è sembrata un’eternità, Paolo ha finalmente tolto i piedi dalla mia schiena e mi ha fatto segno di alzarmi. “Vieni qua, Giulia, siediti vicino a me,” ha detto con un tono più dolce, quasi paterno. Mi sono tirato su con fatica, il corpo dolorante, e mi sono seduto sul divano accanto a lui. Mi ha passato un braccio intorno alle spalle, tirandomi vicino, mentre Riccardo ci guardava con un sorriso compiaciuto. “Sei stato bravo stasera, sai?” mi ha sussurrato Paolo all’orecchio, e quelle parole, così semplici, mi hanno scaldato il cuore più di quanto avrei voluto ammettere. Ho appoggiato la testa sulla sua spalla, chiudendo gli occhi per un momento, mentre lui mi accarezzava i capelli.
Riccardo si è alzato, finendo la sua birra con un ultimo sorso. “Beh, io vado, ci si vede,” ha detto, dando una pacca sulla spalla a Paolo. Poi mi ha guardato, con un ghigno. “Sei un bel giocattolino, Giulia. Spero di rivederti presto.” Ho abbassato lo sguardo, arrossendo, mentre lui usciva dalla stanza, lasciandoci soli. Paolo ha riso piano. “Gli sei piaciuto, eh? Non ti preoccupare, decido io chi ti tocca e chi no.” Quelle parole, invece di rassicurarmi, mi hanno fatto sentire ancora più in suo potere, ma non ho detto nulla.
Siamo rimasti lì ancora un po’, in silenzio, con la musica attutita che arrivava dall’altra sala. Poi Paolo mi ha fatto alzare. “Torniamo a casa, troietta. Hai bisogno di riposarti.” Mi ha aiutato a sistemarmi la gonna, anche se ormai ero un disastro, e siamo usciti dal locale, attraversando la folla senza che nessuno sembrasse farci caso. Fuori l’aria era fresca, un sollievo dopo il caldo soffocante di quella stanza. Durante il viaggio di ritorno, non ho detto una parola, perso nei miei pensieri. Paolo guidava con una mano sul volante e l’altra sulla mia coscia, un gesto possessivo che ormai era diventato familiare.
Arrivati a casa, mi ha mandato subito in bagno a farmi una doccia, mentre lui si è seduto sul divano con una birra in mano. Sotto l’acqua calda, ho lasciato che il getto lavasse via il sudore, lo sperma e la vergogna, ma non riuscivo a scrollarmi di dosso la sensazione di essere irrevocabilmente suo. Quando sono uscito, avvolto in un asciugamano, Paolo mi aspettava in camera da letto. “Vieni a dormire con me,” ha detto, battendo una mano sul materasso. Mi sono sdraiato accanto a lui, e senza dire altro mi ha tirato vicino, stringendomi forte. “Sei mio, Giulia, non dimenticarlo mai,” ha mormorato prima di spegnere la luce. E io, nonostante tutto, ho annuito nel buio, sapendo che, qualunque cosa avesse in mente per il futuro, io ci sarei stato. Sempre.
