Racconti Piccanti
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Umiliato dal figlio del mio capo (parte 2)

Umiliato dal figlio del mio capo (parte 2)

24 Marzo 2026·6 min di lettura

Non riuscivo a smettere di pensarci. Da quella sera all’evento aziendale, il sapore del piede di Christian mi era rimasto in bocca, come un’ossessione che non riuscivo a lavare via. Ogni volta che chiudevo gli occhi, rivedevo il suo sorrisetto, sentivo la pressione del suo piede sul mio petto, l’odore acre che mi aveva riempito le narici. Ero disgustato da me stesso, ma allo stesso tempo non riuscivo a negare quel calore strano, quell’eccitazione che mi faceva sudare le mani. Non dovrei, ma lo voglio, mi ripetevo, seduto alla mia scrivania in ufficio, con le scartoffie davanti e il pensiero di lui che mi tormentava.

È passata una settimana da quella sera, e non l’avevo più rivisto. Pensavo, o forse speravo, che fosse finita lì, un episodio isolato che potevo seppellire da qualche parte nella mia testa. Ma poi, venerdì pomeriggio, è arrivato il messaggio. “Stasera, ore 23. Club Privé in via Montenapoleone. Non fare il codardo, Tiziano. Sai qual è il tuo posto.” Nessuna firma, ma non ce n’era bisogno. Era lui. Ho fissato lo schermo del telefono per dieci minuti, con il cuore che batteva forte. Avrei dovuto ignorarlo, cancellare il messaggio, fare finta di niente. Ma le mie dita tremavano, e dentro di me già sapevo che ci sarei andato.

Alle undici ero davanti all’ingresso del club, un posto che non avevo mai nemmeno immaginato di frequentare. Una porta nera, discreta, con un buttafuori che mi ha squadrato come se fossi un insetto. “Nome?” ha grugnito. Ho balbettato il mio, e lui ha controllato una lista, annuendo con un grugnito. Dentro, l’atmosfera era densa di fumo e luci rosse intermittenti, la musica pulsante che mi rimbombava nel petto. Odore di alcol, sudore e profumo costoso ovunque. Mi sentivo fuori posto con il mio blazer da due soldi, circondato da gente che sembrava appena scesa da una passerella. Poi l’ho visto. Christian era al centro di una saletta privata, seduto su un divanetto di pelle, con tre donne intorno a lui, tutte che ridevano e gli toccavano le braccia, le spalle, come se fosse un dio. Mi ha notato subito, e quel sorrisetto è tornato sul suo volto.

“Guarda chi è arrivato,” ha detto, alzandosi con un movimento fluido. “Tiziano, il mio uomo di fiducia. Vieni qui, non fare il timido.” Le donne hanno ridacchiato, e io ho sentito il volto avvampare mentre mi avvicinavo. “Ragazze, questo è Tiziano. Un tipo… particolare. Gli piace stare al suo posto, vero?” Ha appoggiato una mano sulla mia spalla, stringendo appena, e io ho abbassato lo sguardo, incapace di rispondere. “Siediti lì,” ha indicato un posto sul pavimento vicino al divanetto, “e guarda come ci si diverte davvero.”

Non so perché ho obbedito. Mi sono seduto per terra, con le ginocchia che sfioravano il pavimento freddo e appiccicoso del club. Le donne mi guardavano con un misto di curiosità e divertimento, mentre Christian si è seduto di nuovo, una delle ragazze – una mora con un vestito aderente nero – che gli si strusciava addosso. “Sai, Tiziano,” ha iniziato, con quella voce bassa e tagliente, “mi piace avere un pubblico. E tu sei perfetto per questo. Ma non solo per guardare. Devi guadagnartelo.” Ha slacciato una scarpa con un gesto lento, lasciando che cadesse a terra con un tonfo. Il suo piede nudo era lì, a pochi centimetri da me, e l’odore mi ha colpito subito, un misto di sudore fresco e pelle calda che mi ha fatto stringere lo stomaco. “Sai cosa fare,” ha detto, piegandosi appena verso di me. “Fai vedere alle ragazze quanto sei bravo.”

Ho esitato, il respiro corto, ma una delle donne, la mora, ha riso piano. “Dai, non fare storie, si vede che ti piace.” Le altre due hanno annuito, con sorrisetti maliziosi, e io ho sentito una vergogna bruciante, ma anche quel desiderio oscuro che mi spingeva a continuare. Mi sono chinato, la mia bocca a un soffio dal suo piede. La pelle era liscia, leggermente umida, e l’odore era più forte ora, pungente, con una nota salata che mi ha fatto girare la testa. Ho tirato fuori la lingua, sfiorando appena la superficie, e il sapore mi ha travolto, amaro e caldo. Ho sentito Christian sospirare, un suono di soddisfazione, mentre muoveva appena le dita, spingendole verso la mia bocca. “Tra le dita, Tiziano. Fai un lavoro come si deve,” ha ordinato, e io ho obbedito, leccando con più forza, sentendo la consistenza ruvida della pelle, il calore che mi bruciava la lingua.

Le donne guardavano, alcune ridendo, altre con espressioni di curiosità morbosa. “È proprio un bravo ragazzo,” ha detto una di loro, una bionda con un piercing al labbro, mentre Christian le accarezzava la coscia. “Vedi, Tiziano,” ha continuato lui, “sai qual è il tuo posto. E loro lo adorano.” Mi ha tirato su per i capelli, con una presa ferma, facendomi guardare negli occhi. “Adesso facciamo sul serio. Spogliati. Solo i boxer. Voglio che si veda tutto.”

Ho sentito il cuore fermarsi per un attimo. “Qui? Davanti a… loro?” ho balbettato, ma lui ha stretto di più. “Non fare domande. Fallo.” Con le mani che tremavano, ho tolto la camicia, i pantaloni, restando in boxer, seduto sul pavimento freddo, con le loro risate che mi trafiggevano. Christian si è alzato, slacciandosi la cintura con un movimento lento, e si è rivolto alla mora. “Vieni qui, piccola. Facciamo vedere a Tiziano come si gode.” Lei si è avvicinata, baciandolo con foga, mentre lui le sollevava il vestito, esponendo le sue cosce lisce. “Tu guarda,” mi ha detto, senza nemmeno voltarsi. “E continua con il piede. Non smettere.”

Mi sono chinato di nuovo, la lingua sul suo piede, mentre lo vedevo spingere la ragazza contro il divanetto, le sue mani che le afferravano i fianchi. Il suono dei loro gemiti si mescolava alla musica del club, e io sentivo ogni dettaglio – l’odore del suo sudore, il sapore salato della sua pelle, il freddo del pavimento sotto di me, il calore del mio stesso imbarazzo. “Più forte, Tiziano,” ha ringhiato lui, mentre si muoveva dentro di lei, i loro corpi che sbattevano con un ritmo brutale. “Fammi sentire che ci sei.” Ho aumentato la pressione, leccando con più decisione, mentre le altre due donne si avvicinavano, una di loro che gli accarezzava il petto, l’altra che mi guardava con un sorriso crudele. “Sei patetico,” ha detto la bionda, “ma è eccitante.”

La scena è andata avanti, con lui che alternava ordini a me e attenzioni alle ragazze, il suo controllo su tutti noi assoluto. Ogni tanto mi faceva alzare la testa per guardarlo, per vedere come si muoveva dentro di loro, i suoi muscoli tesi, il sudore che gli colava lungo il collo. “Vedi, Tiziano? Questo è potere,” ha detto a un certo punto, con il respiro affannoso. “E tu sei solo uno strumento. Dillo.” Ho mormorato, con la voce spezzata: “Sono… uno strumento.” Lui ha riso, un suono duro, mentre spingeva con più forza. “Bravo. Continua così.”

Quando ha finito con la mora, si è voltato verso di me, ancora ansimante, con il petto che si alzava e abbassava. “Ora il gran finale,” ha detto, prendendo il telefono di una delle ragazze. “Sdraiati. Qui, sul pavimento. Voglio un bel ricordo.” Mi sono sdraiato, con il cuore che mi martellava, e lui si è messo sopra di me, un piede nudo sul mio petto, l’altro vicino al mio viso. “Sorridi, Tiziano,” ha detto, mentre la bionda scattava la foto. Ho visto il flash, sentito il peso del suo piede, l’odore ancora forte, e il suono delle loro risate che mi risuonava nelle orecchie. “Perfetto,” ha commentato lui, guardando lo schermo. “Ma sai una cosa? La prossima volta sarà ancora peggio. Ho in mente qualcosa di… pubblico. Molto pubblico.”

Mi ha lasciato lì, a terra, mentre si sistemava i vestiti e tornava a sedersi con le ragazze, ignorandomi come se fossi un oggetto usato. Non so cosa intendesse con “pubblico”, ma quelle parole mi sono rimaste dentro, un misto di paura e desiderio che non riesco a scrollarmi di dosso. Non dovrei, ma lo voglio. E so che, qualsiasi cosa abbia in mente, io ci sarò.

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