Racconti Piccanti
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Paolo scopre il suo kink (parte 4)

Paolo scopre il suo kink (parte 4)

17 Marzo 2026·6 min di lettura

Era lunedì sera, 18 marzo 2026. Paolo era sdraiato sul divano con il portatile sulle ginocchia, fingendo di leggere la documentazione di un nuovo progetto al lavoro. In realtà non vedeva nemmeno le righe di codice. Da quando era tornato a casa con la gabbietta addosso, ogni ora era stata un’agonia lenta e dolcissima. Si era masturbato mentalmente per ore senza potersi toccare davvero: bastava un pensiero – la faccia di Alex che teneva la chiave tra le dita, il modo in cui gli aveva detto “dipende da quanto sarai obbediente” – e il pene cercava di gonfiarsi inutilmente, schiacciato dal metallo freddo. Ogni fitta era un promemoria. Ogni fitta era eccitazione.

Alle 21:47 il telefono vibrò sul tavolino.

Alex.

Paolo rispose al primo squillo, la voce già incrinata.

«Pronto?»

«Domani pomeriggio, stesso indirizzo. Alle 15:00 in punto. Non mangiare niente dopo le 13:00. Chiaro?»

Paolo sentì il cuore accelerare.

«Sì… chiaro.»

«Bravo. A domani.»

Click.

Non dormì quasi per niente. Si rigirò nel letto, la gabbietta che premeva contro il materasso ogni volta che cambiava posizione. Alle 4 del mattino si alzò, andò in bagno, si guardò allo specchio. Aveva gli occhi cerchiati, il viso pallido. Si abbassò i boxer per controllare: la pelle intorno alla base era arrossata, irritata. Il pene era schiacciato in modo grottesco, la cappella gonfia che sporgeva appena dalla griglia. Provò a sfregarsi contro il bordo del lavandino, solo per sentire il dolore acuto che lo fece gemere. Tornò a letto con le lacrime agli occhi, ma anche con un’erezione impossibile che non voleva saperne di calare.

Martedì pomeriggio, 14:58.

Entrò nel capannone. L’aria era la stessa di sempre: caffè bruciato, solvente, sesso stantio.

Alex era già lì, in piedi accanto al tavolo di regia, con Marco – il regista palestrato – seduto su una sedia girevole, braccia conserte, sorrisetto stampato in faccia.

«Il nostro cagnolino è arrivato» disse Marco, battendo le mani piano.

Paolo si fermò sulla soglia.

«Come stai, Paolo?» chiese Alex con tono neutro, quasi gentile. «Dormito bene?»

Paolo scosse la testa piano.

«No.»

«Immagino» disse Alex. «La gabbietta ti ha tenuto sveglio?»

Paolo annuì, le guance già rosse.

Marco rise forte.

«Cazzo, Alex, gli hai proprio fottuto il cervello in due giorni.»

Alex non rispose subito. Si limitò a guardare Paolo con attenzione.

«Spogliati» disse poi, semplicemente.

Paolo obbedì senza esitare. Felpa, maglietta, scarpe, calzini, jeans, boxer. Rimase nudo in mezzo alla stanza, la gabbietta che luccicava sotto le luci fredde.

Alex indicò il pavimento davanti alla sedia su cui era seduto.

«In ginocchio. Come la prima volta.»

Paolo si inginocchiò. Le piastrelle erano gelide. La gabbietta dondolò leggermente, facendogli venire un brivido.

Marco fischiò piano.

«Bravo, Alex. Guarda come obbedisce. Sembra addestrato.»

Alex si sedette comodo, gambe larghe, prese il blocco notes e la penna. Stesso copione della prima volta, ma l’atmosfera era diversa. Più intima. Più crudele.

«Allora, Paolo. Aggiorniamoci. Da domenica a oggi: quante erezioni tentate?»

Paolo abbassò lo sguardo.

«Tante… non le ho contate.»

«Stima.»

«Cinquanta… forse di più.»

Marco scoppiò a ridere.

«Cinquanta? In due giorni? Porca puttana.»

Alex continuò, impassibile.

«Dolore massimo da uno a dieci?»

«Otto… nove quando penso troppo.»

«Cosa ti fa venire più male?»

Paolo esitò.

«Pensare… a te che tieni la chiave. O al fatto che non posso venire.»

Alex annuì, scrisse.

«Hai provato a togliertela?»

«No.»

«Perché?»

«Perché… hai detto che lo scopriresti. E non voglio essere fuori.»

Alex alzò gli occhi dal blocco.

«Fuori da cosa, esattamente?»

Paolo deglutì.

«Dai… progetti. Da te.»

Marco si sporse in avanti.

«Cristo, questo è devoto.»

Alex sorrise appena.

«Bene. Ora guardiamo il materiale.»

Marco accese il monitor grande. Partì il video della scena con Irina e Malik. Si vedeva tutto: Paolo in ginocchio con il guinzaglio, la faccia di Irina che lo guardava divertita mentre baciava Malik, poi il primo piano della cumshot. Lo sperma che gli colava sul viso, gli occhi spalancati, l’espressione supplice che Alex gli aveva ordinato.

Paolo era durissimo dentro la gabbia. La cappella premeva contro le sbarre, colava già presborra trasparente che gocciolava sul pavimento.

Alex notò.

«Guarda lì» disse a Marco. «Sta colando.»

Marco zoomò con la telecamera di servizio.

«Cazzo, sembra una fontanella.»

Paolo gemette piano, mortificato.

Alex si sporse in avanti.

«Paolo. Dimmi una cosa. Se ora ti dicessi che puoi toglierti la gabbia e farti una sega qui, davanti a noi… cosa faresti per averlo?»

Paolo tremava.

«Qualsiasi cosa.»

«Qualsiasi?»

«Sì.»

Alex fece una pausa teatrale.

«Berresti il mio piscio?»

Paolo trasalì. Gli occhi si spalancarono.

«Non… non lo so…»

Alex inclinò la testa.

«Rispondi. Sii sincero.»

Paolo chiuse gli occhi. Le guance gli bruciavano.

«…Sì. Lo farei.»

Silenzio.

Poi Alex rise, una risata bassa e genuina.

«Scherzavo, coglione. Non bevo birra da stamattina, non ho niente da offrirti.»

Paolo abbassò la testa, umiliato fino al midollo.

Alex allungò le gambe verso di lui.

«Toglermi le scarpe.»

Paolo esitò un secondo, poi obbedì. Slacciò le stringhe delle Adidas nere, le sfilò piano. Alex non indossava calzini. I piedi erano nudi, sudati dopo una giornata intera, l’odore acre e salato che salì immediatamente.

Paolo fece una smorfia involontaria, ritraendosi leggermente.

Alex lo notò.

«Che c’è? Non ti piace l’odore?»

Paolo non rispose.

Marco prese la telecamera portatile.

«Registra, Alex ha ragione. Facciamo un contenuto extra.»

Alex parlò con tono calmo, quasi didattico.

«Paolo. Leccameli.»

Paolo alzò gli occhi, implorante.

«Per favore…»

«Leccali. Lentamente. Parti dalle dita.»

Paolo si avvicinò. L’odore era forte: sudore, pelle calda, un vago sentore di cuoio delle scarpe. Chiuse gli occhi e posò la lingua sulla pianta del piede destro di Alex. Salato. Amaro. Caldo.

Alex sospirò piano, compiaciuto.

«Bravo. Ora tra le dita. Infila la lingua lì.»

Paolo obbedì. Sentì la pelle ruvida tra l’alluce e il secondo dito, il sapore più intenso. Fece una smorfia, ma continuò.

«Guarda come fa schifo» commentò Alex, distaccato. «Eppure continua. Perché sa che è questo che gli serve per meritarsi qualcosa.»

Marco zoomò sul viso di Paolo.

«Sta colando ancora di più. Sembra un rubinetto rotto.»

Alex abbassò lo sguardo.

«Vero. Paolo, stai colando presborra sul mio set. È disgustoso.»

Paolo gemette contro il piede. La lingua scivolava sulla pianta, saliva verso le dita. L’umiliazione era totale. Il sapore, l’odore, il fatto che lo stessero filmando, il commento distaccato di Alex… tutto insieme.

Improvvisamente il corpo gli si irrigidì.

Un tremito violento.

Sborrò senza toccarsi.

Schizzi bianchi schizzarono sul pavimento, sulle piastrelle, alcuni arrivarono persino sul piede di Alex.

Paolo singhiozzò, la lingua ancora sul piede, il corpo scosso da spasmi.

Alex e Marco scoppiarono a ridere.

«Porca troia!» urlò Marco. «È venuto leccandoti i piedi! Senza mani!»

Alex si pulì il piede con un asciugamano che Marco gli porse, ridendo piano.

«Che schifo. Guarda quanta roba. Sembra che non venisse da mesi.»

«Invece erano solo due giorni» aggiunse Marco, sghignazzando. «Due giorni con la gabbietta e già sborra leccando piedi sudati. Sei proprio una troietta patetica, eh Paolo?»

Paolo rimase in ginocchio, testa china, sperma che gli colava ancora dal pene ormai molle, lacrime che gli rigavano il viso.

Risero per un minuto buono, buttando lì battute.

«Scommetto che gli è piaciuto pure il sapore» disse Marco.

«Certo che gli è piaciuto» rispose Alex. «Altrimenti non sarebbe venuto così forte.»

Poi, come se niente fosse, Alex si alzò.

«Ok, basta così. Rivestiti.»

Marco si avvicinò con la chiave che Alex gli aveva passato poco prima. Si inginocchiò davanti a Paolo, aprì il lucchetto con un clic secco, tolse la gabbietta. Paolo gemette di sollievo e dolore insieme quando il pene finalmente si liberò, gonfio e sensibile.

Marco gli diede un’occhiataccia ad Alex.

«Sei un bastardo sadico» disse ridendo. «Quasi quasi lo tengo chiuso io la prossima volta.»

Alex scrollò le spalle.

«Vedremo.»

Paolo si rivestì in silenzio, le mani che tremavano. Non osava guardarli negli occhi.

Marco gli diede un colpetto sulla spalla.

«Vai a casa, campione. Riposati. Ti richiamiamo.»

Paolo uscì senza dire una parola.

Camminò fino alla macchina con le gambe molli, salì, chiuse la portiera.

Appoggiò la testa al volante.

Respirava forte.

Aveva ancora il sapore salato dei piedi di Alex in bocca.

E nonostante tutto – o forse proprio per quello – sentiva già che avrebbe risposto al prossimo messaggio.

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