Con la terapeuta transgender (parte 4)
Marco entrò nello studio con il respiro già corto. Aveva obbedito al compito ogni singola sera. In ginocchio sul pavimento del bagno, nudo, con il cazzo in mano, aveva ripetuto ad alta voce quella frase umiliante almeno quattro volte prima di venire. A volte anche sei o sette, perché fermarsi era diventato quasi impossibile.
La vergogna lo divorava. Ma ogni volta che ripeteva «Sono patetico a eccitarmi così tanto per lei, dottoressa», il suo cazzo pulsava più forte e l’orgasmo era devastante.
Elena lo stava aspettando seduta sulla sua poltrona. Questa volta indossava una camicetta di seta nera semi-trasparente che lasciava intravedere il bordo di un reggiseno di pizzo scuro, e una gonna corta grigio scuro. Le gambe erano avvolte in calze nere velate con una riga dietro, e i tacchi erano alti e affilati. Il profumo di vaniglia era più intenso, quasi opprimente.
«Buongiorno, Marco. Si accomodi sulla sedia piccola, per favore.»
Lui obbedì immediatamente, sedendosi di fronte a lei, più in basso. Elena accavallò le gambe lentamente, facendo salire la gonna di qualche centimetro e mostrando la coscia liscia.
«Mi racconti com’è andata questa settimana» disse con voce calma, ma con un tono più autoritario rispetto alle sedute precedenti.
Marco abbassò lo sguardo sulle sue mani.
«Ho… eseguito il compito ogni sera. In ginocchio. Nudo. E ho ripetuto la frase ad alta voce… almeno quattro volte ogni volta.»
Elena inclinò la testa, soddisfatta.
«Ad alta voce? Davvero? E cosa provava mentre lo diceva?»
Marco arrossì violentemente.
«Mi sentivo ridicolo… umiliato. Come un pervertito. Ma il mio cazzo diventava durissimo. Venivo tantissimo… a volte mi tremavano le gambe.»
Elena sorrise piano, un sorriso lento e pericoloso.
«Molto bene. Mi fa piacere che stia prendendo sul serio il lavoro su se stesso.»
Si sporse leggermente in avanti, appoggiando i gomiti sulle ginocchia accavallate.
«Oggi voglio alzare un po’ l’asticella, Marco. Voglio che mi racconti una fantasia completa, nei dettagli. Non un frammento. Tutta. E mentre la racconta, voglio che tenga le mani sulle ginocchia e non le muova. Può farlo per me?»
Marco annuì, la gola secca.
Elena si appoggiò di nuovo indietro.
«Inizi.»
Lui chiuse gli occhi per un istante, poi cominciò con voce tremante.
«Immagino… di essere nel suo studio. Lei è seduta come adesso. Mi ordina di inginocchiarmi tra le sue gambe. Mi fa abbassare i pantaloni… e vede quanto sono duro. Poi mi dice che il mio cazzo è piccolo e ridicolo rispetto al suo. Che un uomo vero non dovrebbe eccitarsi così tanto per una donna trans.»
Elena lo interruppe dolcemente ma con fermezza.
«Continua. Sii più preciso. Cosa succede dopo?»
Marco deglutì.
«Lei… solleva la gonna. Non indossa niente sotto. Il suo cazzo è già mezzo duro, molto più grosso del mio. Mi ordina di baciarlo. Di leccarlo lentamente mentre mi guarda dall’alto. Mi dice che sono patetico, che dovrei solo servire il suo cazzo invece di scopare mia moglie.»
La voce gli si spezzò, ma continuò.
«Poi mi fa aprire la bocca e me lo infila dentro. Lentamente, fino in fondo. Mentre mi scopa la bocca mi accarezza i capelli e mi dice quanto sia bello vedermi così sottomesso…»
Elena lo lasciò parlare per diversi minuti. Ogni dettaglio osceno che usciva dalla bocca di Marco faceva crescere la tensione nella stanza. Il cazzo di lui era visibilmente duro nei pantaloni, una macchia umida di precum che iniziava a formarsi.
Quando Marco finì, aveva il respiro affannato.
Elena rimase in silenzio per qualche secondo, poi parlò con voce bassa e vellutata:
«Ottima descrizione. Hai un’immaginazione molto vivida, Marco. E vedo che il tuo corpo ha reagito benissimo.»
Il suo sguardo scese deliberatamente sul rigonfiamento evidente tra le gambe di lui.
«Sei duro da quando hai iniziato a parlare, vero?»
Marco annuì, mortificato.
«Sì… dottoressa.»
Elena sorrise.
«Bravissimo a chiamarmi così. Per il compito di questa settimana voglio qualcosa di nuovo. Ogni sera, prima di metterti in ginocchio, voglio che ti metta un paio di mutandine di tua moglie. Solo quelle. Niente altro. Poi ti inginocchi, ti tocchi lentamente e ripeti ad alta voce, almeno cinque volte: “Sono una patetica puttanella che si eccita per il cazzo della sua dottoressa”.»
Marco la fissò a occhi spalancati. Il cuore gli batteva così forte che temeva di svenire.
«Io… con le mutandine di Giulia?»
«Esattamente» rispose Elena con calma. «Voglio che senti sulla pelle quanto sei ridicolo. Quanto sei lontano dall’uomo che fingi di essere a casa. Lo farai per me?»
Marco esitò solo un secondo, poi annuì lentamente.
«Sì, dottoressa… lo farò.»
Elena si alzò, si avvicinò a lui e gli posò una mano sulla spalla, stringendola leggermente.
«Sei un buon paziente, Marco. Stai facendo progressi enormi. La prossima settimana vedremo quanto sei riuscito a essere obbediente.»
Quando uscì dallo studio, Marco aveva le gambe molli e il cazzo che stillava precum nei boxer. Non arrivò nemmeno a casa. Parcheggiò in un luogo isolato, si abbassò i pantaloni e si masturbò furiosamente pensando alle parole di Elena.
Quella sera stessa, dopo che Giulia si addormentò, Marco aprì il cassetto della biancheria della moglie, scelse un paio di mutandine di pizzo nero e se le infilò. Il tessuto era stretto sul suo cazzo duro.
Si mise in ginocchio sul pavimento del bagno, cominciò a toccarsi lentamente e, con voce spezzata dall’eccitazione e dalla vergogna, ripeté cinque volte:
«Sono una patetica puttanella che si eccita per il cazzo della sua dottoressa…»
Venne così forte che dovette mordere un asciugamano per non urlare.
E mentre il seme gli colava sulle mutandine di Giulia, capì che non sarebbe più riuscito a fermarsi.
