Racconti Piccanti
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Con la trans ubriaca

Con la trans ubriaca

26 Marzo 2026·10 min di lettura

Sono le tre di notte, e il locale è finalmente vuoto. Il puzzo di birra stantia e sudore mi si è appiccicato addosso, come ogni sera. Ho 29 anni, sono Matteo, e faccio il barista in questo buco di posto da troppo tempo. Spengo le luci al neon dietro il bancone, passo lo straccio sul pavimento appiccicoso e controllo che non ci siano bicchieri dimenticati sui tavoli. È stata una serata lunga, con un gruppo di universitari che non la finivano più di urlare e versare alcol dappertutto. Sono stanco morto, voglio solo chiudere e tornarmene a casa a dormire.

Mentre sto per abbassare la serranda, una voce roca mi ferma. “Ehi, bello, non mi offri un ultimo giro prima di sbattermi fuori?” Mi volto e vedo lei, Raissa, l’ultima cliente rimasta. È una trans brasiliana, una presenza fissa nel locale da qualche mese. Alta, con gambe lunghe e un corpo che non passa inosservato, ha i capelli neri lucidi che le cadono sulle spalle e un trucco pesante, un po’ sbavato a quest’ora. È chiaramente ubriaca, barcolla appena mentre si appoggia al bancone con un sorriso storto. Indossa un vestito rosso aderente, troppo corto, e tiene una sigaretta spenta tra le dita.

“Raissa, è tardi, sto chiudendo. Dai, vai a casa,” dico, incrociando le braccia. Ma lei non si muove, mi fissa con quegli occhi scuri e un’espressione che è un misto di sfida e divertimento.

“Un solo shot, Matteo. Uno solo. Non farmi tornare a casa senza niente nello stomaco.” Ride, una risata profonda, e si passa una mano tra i capelli. “O vuoi davvero mandare via una signora così?”

Sospiro. Non ho voglia di discutere, e so che non se ne andrà finché non ottiene quello che vuole. “Va bene, uno shot. Poi sparisci.” Vado dietro il bancone, prendo una bottiglia di tequila e riempio due bicchierini. Lei si siede su uno sgabello, accavalla le gambe e mi guarda mentre verso. Sento i suoi occhi addosso, e c’è qualcosa nel modo in cui mi fissa che mi fa sentire a disagio, ma anche… non so, incuriosito.

“Salute,” dice, alzando il bicchiere. Facciamo tintinnare i bicchieri e buttiamo giù il liquido in un sorso. Brucia in gola, e lei scoppia a ridere mentre si pulisce la bocca con il dorso della mano. “Cazzo, questo sì che scalda. Un altro?”

“Raissa, ho detto uno. Basta.” Ma lei si sporge sul bancone, avvicinando il viso al mio. Sento il suo profumo, un mix di dolce e speziato, con una punta di alcol. È invadente, ma non riesco a distogliere lo sguardo.

“Non fare il noioso, barista. Sei sempre così rigido? Rilassati un po’.” La sua voce è bassa, quasi un sussurro, e c’è una nota che mi fa accelerare il battito. Non so perché, ma non riesco a dirle di no. Riempio di nuovo i bicchieri, e ne beviamo un altro. Poi un terzo. La testa inizia a girarmi appena, ma non è solo l’alcol. È il modo in cui mi guarda, in cui si lecca le labbra mentre parla.

“Lo sai che sei carino, vero?” dice all’improvviso, inclinando la testa. “Con quel viso da bravo ragazzo e quel corpo… mmh, scommetto che sotto quella maglietta c’è roba interessante.”

Sento il calore salirmi al volto. “Raissa, smettila. Sei ubriaca.” Ma lei ride di nuovo, scuotendo la testa.

“Ubriaca sì, ma non cieca. Dai, non dirmi che non ci hai mai pensato. Una come me… non ti incuriosisce nemmeno un po’?” Si alza dallo sgabello e gira intorno al bancone, venendo verso di me. I suoi tacchi fanno rumore sul pavimento, e il cuore mi batte forte. Non so cosa dire, non so cosa fare. È come se l’aria si fosse improvvisamente ispessita.

“Raissa, torna dall’altra parte,” dico, ma la voce mi esce meno sicura di quanto vorrei. Lei si ferma a un passo da me, così vicina che sento il calore del suo corpo. Mi guarda negli occhi, poi abbassa lo sguardo sul mio petto, sulla mia cintura, e più giù. Un sorriso lento le si disegna sulle labbra.

“E se non volessi? Se ti dicessi che voglio qualcosa di più di uno shot stanotte?” Le sue dita sfiorano il bordo della mia maglietta, leggere ma decise. Il contatto mi fa rabbrividire, e non so se voglio spingerla via o lasciarla continuare.

“Sei pazza,” mormoro, ma non mi muovo. Lei si avvicina ancora, il suo respiro caldo sul mio collo. “Forse. Ma tu non stai dicendo di no, vero?” E prima che possa rispondere, le sue labbra sono sulle mie. Un bacio duro, aggressivo, che sa di tequila e rossetto. Mi spinge contro il bancone, e io non resisto. Le sue mani sono ovunque, scivolano sotto la mia maglietta, sulla mia pelle. Sento le unghie graffiarmi leggermente la schiena, e un brivido mi corre lungo la spina dorsale.

“Vieni con me,” dice, tirandomi per la mano. Mi guida verso il retro, verso il magazzino. Non so perché la seguo, ma lo faccio. Il magazzino è un caos di casse di birra, scatoloni e un vecchio frigo che ronza in un angolo. La luce è fioca, solo una lampadina che pende dal soffitto. Chiude la porta alle nostre spalle con un calcio, e il rumore delle macchine che passano fuori sembra lontanissimo.

“Qui nessuno ci disturba,” sussurra, spingendomi contro il frigo. Il metallo freddo contro la schiena mi fa sobbalzare, ma le sue mani calde sul mio petto mi tengono fermo. Mi slaccia la cintura con una rapidità impressionante, il tintinnio della fibbia è l’unico suono oltre al nostro respiro pesante. “Vediamo un po’ cosa nascondi qua sotto, barista.”

Non ho il tempo di rispondere. Mi abbassa i jeans e i boxer in un movimento rapido, lasciandomi esposto. L’aria fresca del magazzino mi colpisce la pelle, ma il suo sguardo brucia. Si morde il labbro mentre mi guarda, e poi si inginocchia davanti a me. “Oh, guarda qua. Non male per un bravo ragazzo,” dice con una risata bassa. La sua bocca è calda, bagnata, e quando mi prende dentro, devo aggrapparmi al bordo del frigo per non cadere. Ogni movimento della sua lingua mi fa stringere i denti, e i suoni che fa – piccoli gemiti, il rumore umido della sua bocca – mi mandano fuori di testa. L’odore del suo profumo si mischia a quello della birra e del magazzino polveroso, un mix strano ma inebriante.

“Ti piace, eh?” dice, alzando lo sguardo verso di me senza smettere. I suoi occhi brillano di malizia, e io riesco solo ad annuire, con il respiro spezzato. “Rispondi, Matteo. Voglio sentirlo.”

“Sì… cazzo, sì,” riesco a dire, e lei ride di nuovo, soddisfatta, prima di continuare. Le sue mani mi stringono i fianchi, controllando ogni mio movimento. Non ho spazio per pensare, solo per sentire: il calore della sua bocca, la pressione delle sue dita, il suono del mio stesso respiro che si fa sempre più veloce.

Dopo un po’, si rialza, pulendosi la bocca con il dorso della mano. “Adesso tocca a me farti vedere qualcosa,” dice, con un sorriso che promette guai. Si tira su il vestito, rivelando un corpo scolpito, la pelle liscia e leggermente sudata. Non porta biancheria, e quando vedo il suo cazzo, duro e grosso, resto per un attimo senza parole. È più grande del mio, con una curva leggera verso l’alto, e la pelle è lucida di eccitazione. “Che c’è, barista? Non l’hai mai visto uno così?” dice, ridendo.

“Non… non proprio,” balbetto, e lei si avvicina, prendendomi il mento con una mano per farmi alzare lo sguardo. “Tranquillo, ti piacerà. Fidati di me.” Mi gira di spalle con una spinta decisa, facendomi piegare in avanti sul frigo. Il metallo è gelido contro il mio petto nudo, e sento il freddo anche sulle mani mentre mi aggrappo ai bordi. Il rumore delle macchine fuori è un sottofondo lontano, quasi irreale.

Sento le sue mani sulle mie natiche, che mi allargano con una pressione ferma ma non dolorosa. “Rilassati, Matteo. Non voglio farti male… almeno non troppo,” dice, e c’è una nota di divertimento nella sua voce. Sento qualcosa di freddo e umido – deve aver preso del lubrificante da qualche parte, o forse è solo saliva – e poi la pressione del suo dito che si fa strada dentro di me. È strano, invadente, ma non spiacevole. Mi muovo appena, e lei mi tiene fermo con una mano sulla schiena. “Bravo, così. Lasciati andare.”

Quando sento la punta del suo cazzo contro di me, trattengo il respiro. “Piano, okay?” dico, con la voce che trema un po’. Lei si ferma un attimo, poi si china verso il mio orecchio. “Piano, promesso. Ma tu dimmi se ti piace, eh. Voglio sentirti parlare.”

Inizia a spingere, lentamente all’inizio, e il bruciore è forte, ma si mescola a una sensazione che non so descrivere. È pieno, intenso, e ogni centimetro che entra mi fa stringere i denti. È grosso, lo sento distintamente, e il modo in cui mi riempie è quasi troppo. “Cazzo, Raissa…” gemo, e lei ride piano, un suono basso e soddisfatto.

“Te l’avevo detto che ti sarebbe piaciuto. Guarda come lo prendi bene,” dice, iniziando a muoversi. Ogni spinta è decisa, profonda, e il frigo trema sotto di me a ogni colpo. Il metallo scricchiola, e il rumore si mescola ai suoni che escono dalla mia bocca, gemiti che non riesco a controllare. Il suo respiro è pesante, caldo sul mio collo, e ogni tanto mi morde la spalla, lasciando segni che domani sentirò di sicuro.

“Più forte?” chiede, senza rallentare. “Dimmi cosa vuoi, barista.”

“Sì… più forte,” riesco a dire, e lei non se lo fa ripetere. Le sue mani mi stringono i fianchi con forza, le unghie che affondano nella pelle, e il ritmo diventa quasi brutale. Sento il sudore colarmi lungo la schiena, il calore del suo corpo contro il mio, l’odore salato della sua pelle. Ogni spinta mi scuote, e il piacere si mescola al disagio in un modo che mi fa girare la testa. Fuori, le macchine continuano a passare, e per un attimo mi viene in mente una cosa assurda. Tra un gemito e l’altro, rido, una risata strozzata. “Se mia madre mi vedesse…”

Raissa scoppia a ridere, senza fermarsi. “Tua madre? Cazzo, Matteo, sei pazzo. Se ti vedesse, ti chiuderebbe in casa a vita. Ma sai che c’è? Non è qui. Qui ci sono solo io che ti scopo fino a farti dimenticare pure come ti chiami.” Le sue parole sono crude, ma mi fanno eccitare ancora di più. Mi spinge più in basso, cambiando angolazione, e colpisce un punto dentro di me che mi fa vedere le stelle. “Oh, merda…” gemo, stringendo il bordo del frigo così forte che le nocche mi diventano bianche.

“Proprio lì, eh? Ti ho trovato,” dice lei, trionfante, e continua a spingere nello stesso punto, senza darmi tregua. Il piacere è così intenso che mi tremano le gambe, e sento che sto per venire senza nemmeno toccarmi. Il suo cazzo mi riempie completamente, ogni movimento è un mix di pressione e attrito che mi manda fuori di testa. Il suono dei nostri corpi che si scontrano, il suo respiro ansante, i miei gemiti sempre più alti – è tutto troppo.

“Raissa… sto per…” cerco di dire, ma lei mi interrompe con una spinta particolarmente forte. “Vieni, dai. Voglio vederti perdere il controllo,” dice, e la sua voce è un ordine che non posso ignorare. Mi lascio andare, il piacere mi travolge come un’onda, e vengo con un gemito che sembra un urlo, sporcando il frigo sotto di me. Il mio corpo trema, ogni muscolo si contrae, e per un attimo non sento altro che il battito del mio cuore che mi rimbomba nelle orecchie.

Lei rallenta, ma non si ferma subito. “Cazzo, sei stretto quando vieni,” dice, con il respiro affannoso. Dopo qualche altra spinta, si tira fuori con un movimento rapido, e sento il calore del suo seme sulla mia schiena, bollente contro la pelle sudata. Rimaniamo così per un attimo, ansimando, con il rumore del frigo che ronza come unica colonna sonora. Mi pulisce con un gesto rapido, usando un lembo del suo vestito, e poi mi aiuta a rialzarmi.

“Beh, barista, non sei così rigido come sembri,” dice con un sorriso, mentre si sistema il vestito. Io mi tiro su i jeans, ancora con il fiatone, e non so cosa rispondere. Mi guarda per un attimo, poi si avvicina e mi dà un bacio veloce sulle labbra. “Chiudi bene il locale, eh. Non voglio che entri qualcuno a rubarti il frigo.” Ride, e prima che possa dire qualcosa, esce dal magazzino, lasciandomi lì, con il cuore che ancora batte all’impazzata e il corpo che sembra non appartenermi più.

Resto fermo per un po’, fissando le casse di birra intorno a me. Fuori, un’altra macchina passa, e il rumore mi riporta alla realtà. Chiudo il magazzino, spengo le ultime luci e abbasso la serranda. Non so cosa pensare di quello che è appena successo, ma una cosa è certa: questa notte non la dimenticherò facilmente.

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