Racconti Piccanti
Racconti Piccanti

Pazza per i piedi del giovane capo dominante (parte 2)

Pazza per i piedi del giovane capo dominante (parte 2)

09 Marzo 2026·5 min di lettura

Le settimane successive a quella sera furono un supplizio lento e calcolato.

Tommaso non parlò mai più di quello che era successo. Non una parola, non un’allusione, non un messaggio privato su Slack. Niente. Si comportava come se non fosse mai accaduto: arrivava in ufficio con la solita maglietta larga, i pantaloncini da basket e le infradito nere, si sedeva alla sua postazione, lavorava (o fingeva di lavorare), partecipava alle riunioni con il suo solito atteggiamento strafottente. Ma i piedi… i piedi erano diventati la sua arma.

Ogni giorno trovava un modo per farmeli notare senza mai offrirmeli.

Al mattino appoggiava le infradito sotto la scrivania e allungava le gambe, piedi nudi che sfioravano il pavimento a pochi centimetri dalle mie scarpe. Io cercavo di concentrarmi sul monitor, ma i miei occhi scivolavano lì: dita che si flettevano piano, arco plantare che si tendeva quando stiracchiava, tallone che grattava leggermente il linoleum. Lui lo sapeva. Ogni tanto mi beccava a guardare e sorrideva appena, un sorriso piccolo, complice, che diceva “lo so che stai impazzendo”.

Durante le pause caffè si sedeva sul divanetto della sala relax, scalciava via le infradito e incrociava le caviglie, piedi nudi che dondolavano lenti. Io passavo con la tazza in mano, fingevo di controllare il telefono, ma restavo lì un secondo di troppo, ipnotizzata. Lui muoveva le dita, le contraeva, le allargava, come se stesse facendo stretching. Mai una parola. Mai un invito. Solo quel gioco crudele di mostrarmeli e negarmeli.

In riunione si toglieva le infradito sotto il tavolo e allungava una gamba verso di me, il piede che sfiorava la mia scarpa, poi la caviglia, poi saliva piano lungo il polpaccio sotto la gonna. Un tocco leggerissimo, quasi casuale, ma abbastanza da farmi stringere le cosce e trattenere il respiro. Gli altri non si accorgevano di niente. Lui mi guardava dritto negli occhi mentre parlava di “strategie social” e intanto il suo alluce mi accarezzava la pelle nuda sotto il ginocchio.

Io tornavo a casa ogni sera con le mutandine fradice, mi chiudevo in bagno, mi toccavo pensando ai suoi piedi, venivo in silenzio odiandomi. Mio marito mi chiedeva “tutto bene al lavoro?”, io rispondevo “sì, solita routine” con la voce che tremava.

Passarono quattro settimane così. Quattro settimane di stuzzicamento silenzioso, di sguardi che bruciavano, di tocchi “accidentali” che mi lasciavano bagnata e disperata. Non mi aveva più toccata, non mi aveva più ordinato niente. Solo piedi. Sempre piedi. E il mio desiderio che cresceva fino a diventare dolore.

Poi, il venerdì della quinta settimana, mi mandò un messaggio su WhatsApp – numero privato, non Slack.

“Stasera aperitivo. 19:30, Bar Basso, via Plinio. Vieni vestita carina. Non fare tardi.”

Non era una richiesta. Era un ordine.

Arrivai puntuale, vestito nero aderente al ginocchio, tacchi bassi, trucco leggero. Lui era già lì, seduto a un tavolino esterno con un altro uomo che non avevo mai visto. Alto, sui 36 anni, completo grigio scuro, camicia aperta sul collo, fisico da ex rugbista, capelli corti brizzolati alle tempie, sguardo calmo ma autoritario. Tommaso mi presentò con un sorriso tranquillo.

«Jessica, lui è Lorenzo. Responsabile operations della capogruppo. Mio amico da anni.»

Lorenzo mi strinse la mano, sguardo diretto.

«Piacere. Tommaso parla spesso di te. Dice che sei la migliore del team.»

Arrossii. Tommaso annuì, serio.

«Infatti. Jessica è fondamentale. Senza di lei il marketing crollerebbe. Per questo stasera brindiamo alla sua promozione: da responsabile a head of marketing. Aumenti, benefit, tutto quanto. Papà ha già firmato.»

Mi sedetti, confusa, felice, terrorizzata. Brindammo con spritz. Parlarono di progetti futuri, di budget, di nuovi clienti. Tommaso era gentile, professionale, lodava il mio lavoro in modo sincero. Lorenzo annuiva, sorrideva, mi guardava con interesse calmo. Sembrava tutto normale. Sembrava un aperitivo di lavoro.

Poi Tommaso disse: «Andiamo a continuare da un’altra parte. C’è un locale qui vicino, privato. Solo per noi.»

Pagò il conto, ci alzammo. Camminammo cinque minuti fino a un portone anonimo in una traversa di Porta Venezia. Lorenzo digitò un codice, entrammo. Scale strette, porta blindata, saletta piccola con divano in pelle nera, tavolo basso, luci rosse soffuse. Musica lounge bassa. Nessuno intorno.

Tommaso chiuse la porta a chiave.

«Spogliati, Jessica. Nuda.»

Il cuore mi schizzò in gola. Lorenzo si sedette sul divano, accavallò le gambe, guardò Tommaso con un sorriso complice. Io rimasi ferma.

Tommaso ripeté, voce bassa ma ferma: «Nuda. Ora.»

Mi tremavano le mani. Mi tolsi il vestito, il reggiseno, le mutandine. Tacchi rimasti. Nuda in mezzo alla stanza, pelle d’oca.

Lorenzo tirò fuori da una borsa un guinzaglio di pelle nera con collare. Me lo mise al collo, strinse la fibbia. Poi agganciò il guinzaglio e tirò leggermente.

«In ginocchio, cagnetta.»

Mi inginocchiai. Tommaso si sedette accanto a Lorenzo, scalciò via le infradito. Piedi nudi davanti alla mia faccia.

«Lecca. Come una brava cagnetta leccapiedi.»

Iniziai. Lingua sulla pianta di Tommaso, lenta, umida. Lui sospirò. Lorenzo si tolse le scarpe di pelle, calzini neri, piedi grandi, curati. Me li avvicinò.

«Anche i miei. Puliscili bene.»

Leccai entrambi. Alternavo: piede di Tommaso, piede di Lorenzo. Succhiavo le dita, una per una, lingua tra di esse, talloni, arco plantare. Loro parlavano sopra di me come se non ci fossi.

«Vedi? È perfetta. Le piace da morire.»

«Lo sapevo. L’avevi addestrata bene.»

Mi tenevano il guinzaglio teso, mi guidavano da un piede all’altro. Io leccavo, succhiavo, gemendo piano. Ero bagnata, umiliata, eccitata da morire. Dopo un’ora buona – un’ora intera di leccate, succhiate, respiri affannati – Tommaso mi tirò per il guinzaglio.

«A pecora sul tavolo.»

Mi misi a quattro zampe sul tavolo basso. Lorenzo mi spalancò le chiappe, sputò sul buco, entrò con il cazzo duro. Dolore iniziale, poi piacere. Mi scopò il culo lento, profondo, mentre Tommaso mi scopava la bocca. Alternavano: uno in culo, uno in gola. Mi tenevano per i capelli, per il guinzaglio, mi insultavano piano.

«Brava cagnetta… prendi tutto…»

«Il tuo culo è nostro…»

Vennero dentro, prima Lorenzo nel culo, poi Tommaso in gola. Sperma caldo che colava dal culo, che mi riempiva la bocca. Mi lasciarono lì, ansimante, ginocchia doloranti sul tavolo, culo pulsante, guinzaglio ancora al collo.

Lorenzo mi tolse il collare, mi diede una pacca leggera sul culo.

«Brava. La promozione è confermata. E questo… è solo l’inizio.»

Tommaso mi aiutò a rivestirmi, mi accompagnò fuori. Taxi pagato.

Tornai a casa verso le due. Ginocchia rosse e doloranti, culo pieno di sborra che colava ancora quando mi sedetti in macchina. Mio marito dormiva già. Mi infilai nel letto piano, senza lavarmi. Sentivo l’odore di loro sulla pelle, dentro di me.

La mattina dopo mi svegliai con il culo dolorante, le ginocchia sbucciate, e un messaggio da Tommaso.

“Domani sera. Stesso posto. Porta il guinzaglio tu.”

Sorrisi piano, nel buio.

Sapevo che ci sarei andata.

E che avrei continuato.

Perché ormai ero la loro cagnetta leccapiedi.

E mi piaceva da morire.

Lascia un commento