Racconti Piccanti
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Nella casa abbandonata con mio cugino e un suo amico

Nella casa abbandonata con mio cugino e un suo amico

16 Marzo 2026·7 min di lettura

Sono Giacomo, ho vent’anni e non mi vergogno di dire che mi piace il cazzo. Lo so da sempre, anche se non lo sbandiero in giro. Vivo in un paesino di merda dove tutti sanno tutto di tutti, e se si sapesse che mi faccio inculare, sarebbe un casino. Ma non è che mi fermo per questo. Ho i miei bisogni, e li soddisfaccio come posso. Quel giorno, con mio cugino Pietro e il suo amico Marco, ho toccato il fondo. O forse il cielo, non lo so. So solo che non dimenticherò mai quella casa abbandonata e quello che ci abbiamo fatto dentro.

Era un pomeriggio afoso di agosto, il sole bruciava la pelle e non c’era un alito di vento. Io e Pietro ci siamo ritrovati dietro il vecchio bar del paese, quello mezzo chiuso dove nessuno ci rompe le palle. Lui ha ventisette anni, un fisico da lavoratore, tutto muscoli e sudore, con una faccia da strafottente che ti fa venir voglia di dargli uno schiaffo o di succhiarglielo subito. Ha tirato fuori una bottiglia di birra calda dal suo zaino e una busta piena di erba. “Ce l’ho buona oggi, Giaco. Ti va di farti un giro?” mi ha detto, con quel ghigno che già mi faceva girare la testa. Ho annuito, tanto lo sapevo che non era solo per fumare che mi voleva con sé. C’era sempre stato qualcosa fra noi, un’attrazione del cazzo che non avevamo mai ammesso a parole, ma che si vedeva in ogni sguardo, in ogni tocco “casuale”.

Abbiamo bevuto e fumato per un paio d’ore, nascosti dietro un muretto. Poi è arrivato Marco, un amico di Pietro, uno di quei tipi che sembrano usciti da una palestra di periferia, tatuaggi dappertutto e una voce rauca da fumatore incallito. “Che fate, froci?” ci ha detto ridendo, ma il tono non era di scherno. Era come se sapesse già qualcosa. Pietro gli ha passato la canna e gli ha fatto un cenno. “Andiamo in un posto più tranquillo, che qui ci beccano.” Io già sentivo il cuore battermi nel petto, un misto di paura e voglia. Sapevo dove saremmo finiti.

La casa abbandonata era a dieci minuti a piedi, un rudere in mezzo ai campi che nessuno toccava da anni. Le finestre erano sfondate, le pareti piene di muffa, e dentro c’era un odore di umido e legno marcio che ti prendeva alla gola. Ma non me ne fregava un cazzo. Ero mezzo fatto, la birra mi scaldava lo stomaco e l’erba mi faceva sentire la testa leggera. Ci siamo seduti su un vecchio materasso buttato in un angolo, pieno di polvere e macchie che non volevo sapere di cosa fossero. Pietro ha tirato fuori un’altra canna e l’ha accesa. “Allora, Giaco, oggi ci divertiamo per bene, no?” ha detto, guardandomi dritto negli occhi. Ho sentito un brivido lungo la schiena, ma ho fatto finta di niente. “Che vuoi dire?” ho chiesto, anche se lo sapevo benissimo.

Marco ha riso, una risata grassa e sporca. “Non fare il santarellino, che si vede che ti tremano le gambe. Ti va di prenderlo nel culo o no?” Le sue parole mi hanno colpito come un pugno, ma invece di offendermi mi hanno fatto eccitare. Ho sentito il sangue scendere tutto sotto, il cazzo già mezzo duro nei pantaloni. “Fottiti,” gli ho detto, ma la voce mi è uscita debole, quasi supplichevole. Pietro si è avvicinato, mi ha messo una mano sulla coscia, stringendo forte. “Smettila di fare storie. Lo vuoi, lo sappiamo tutti e tre.” Non ho risposto. Non ce n’era bisogno. La mia faccia diceva tutto.

Pietro mi ha spinto indietro sul materasso, facendomi sdraiare. Mi ha tirato giù i pantaloncini e le mutande in un colpo solo, lasciandomi con il cazzo che spuntava fuori, già duro come il marmo. “Guarda che bel giocattolino,” ha detto a Marco, ridendo. Io mi sentivo esposto, vulnerabile, ma c’era una parte di me che godeva di quella vergogna. Volevo essere usato, volevo sentirmi loro. Marco si è abbassato i pantaloni, tirando fuori un cazzo grosso, largo, con le vene gonfie che sembravano sul punto di scoppiare. “Apri quella bocca, frocio,” mi ha ordinato, e io l’ho fatto senza pensarci due volte. Gliel’ho preso in bocca, sentendo il sapore salato e il calore sulla lingua. Era pesante, mi riempiva la gola, e io succhiavo con forza, muovendo la testa avanti e indietro, mentre lui mi teneva i capelli e spingeva. “Così, bravo, succhia per bene,” grugniva, e io sentivo il respiro spezzarsi, la saliva che mi colava sul mento.

Mentre ero occupato con Marco, Pietro si è messo dietro di me. Ho sentito le sue mani ruvide che mi allargavano le chiappe, e poi la sua lingua, calda e bagnata, che mi leccava il buco del culo. Ho gemuto forte, con il cazzo di Marco ancora in bocca, e ho spinto il culo verso Pietro, come per chiedergli di più. “Cazzo, sei già pronto, eh?” ha detto lui, e poi ha infilato un dito, poi due, senza lubrificante, senza niente. Ha fatto male, un dolore secco che mi ha fatto stringere i denti, ma allo stesso tempo mi ha mandato fuori di testa. Lo volevo. Lo volevo tutto. “Scopami, dai, non farmi aspettare,” gli ho detto, con la voce roca, quasi disperata. Pietro ha riso. “Tranquillo, te lo do subito.”

Si è tirato giù i pantaloni, e ho sentito la punta del suo cazzo premere contro il mio buco. Era grosso, lo sapevo, l’avevo visto altre volte di nascosto. Ha spinto piano all’inizio, ma non troppo, facendomi sentire ogni centimetro che entrava. Bruciava, cazzo, bruciava da morire, ma sotto il dolore c’era un piacere che mi faceva tremare le gambe. Ho stretto il materasso con le mani, ansimando, mentre Marco mi teneva la testa e continuava a scoparmi la bocca. “Guardalo, quanto gli piace,” ha detto Marco a Pietro, e io mi sentivo umiliato, ma quella umiliazione mi eccitava ancora di più. Volevo essere il loro giocattolo, la loro puttana.

Pietro ha iniziato a muoversi, prima lento, poi più forte, sbattendomi contro il materasso. Ogni spinta era un colpo secco, profondo, che mi faceva sentire il suo cazzo arrivare fino in fondo. Sentivo il mio buco allargarsi, adattarsi, e il dolore trasformarsi in un piacere così forte che quasi non riuscivo a respirare. “Cazzo, sei stretto,” grugniva Pietro, mentre le sue mani mi stringevano i fianchi con forza, lasciandomi i segni sulla pelle. Io gemevo, incapace di controllarmi, con la saliva di Marco che mi bagnava il viso e il sudore che mi colava lungo la schiena. “Più forte, dai, spaccami,” gli ho urlato, e lui non se l’è fatto dire due volte. Ha accelerato, un ritmo brutale, incessante, e ogni colpo era un’esplosione di calore dentro di me.

Marco si è tirato fuori dalla mia bocca, lasciandomi ansimare e tossire. “Voglio il suo culo anch’io,” ha detto, e Pietro ha rallentato, uscendo da me con un movimento lento che mi ha fatto gemere di nuovo. Mi sentivo vuoto, ma non per molto. Marco si è messo dietro di me, e senza dire una parola mi ha infilato il suo cazzo dentro, tutto in una volta. Ho urlato, un misto di dolore e piacere, perché il suo era più largo di quello di Pietro, e mi apriva in un modo che quasi non riuscivo a sopportare. “Cazzo, rilassati, frocio, o ti spacco davvero,” mi ha detto, ma non ha aspettato. Ha iniziato a scoparmi subito, con spinte violente, e io sentivo ogni movimento, ogni pulsazione del suo cazzo dentro di me. Il mio corpo tremava, il respiro era un rantolo, e sentivo il piacere montare, un’onda che saliva dal basso, sempre più forte.

Pietro si è messo davanti a me, inginocchiandosi sul materasso. “Succhiamelo mentre lui ti scopa,” mi ha ordinato, e io ho aperto la bocca, prendendolo dentro. Sapeva di sudore e di me, un sapore forte che mi faceva girare la testa. Lo succhiavo con forza, mentre Marco mi sbatteva da dietro, e sentivo il mio cazzo pulsare, duro, senza che nessuno lo toccasse. Ero al limite, lo sentivo, un calore che mi bruciava dentro, un bisogno di venire che mi faceva impazzire. “Sto per venire, cazzo,” ho detto, con la voce spezzata, ma Marco non ha rallentato. “Vieni, dai, fammi sentire quanto ti piace,” mi ha ringhiato, e con una spinta ancora più forte mi ha fatto esplodere. Ho sentito il mio cazzo schizzare, il piacere che mi travolgeva, un’ondata che mi ha fatto urlare e tremare tutto. Marco ha continuato a spingere, poi è uscito di colpo e mi ha sborrato sulla schiena, un fiotto caldo che mi è colato lungo la spina dorsale.

Pietro mi ha tirato su la testa, guardandomi negli occhi. “Non abbiamo finito, Giaco,” ha detto, con un ghigno. E io, ancora ansimante, con il corpo che tremava e il culo che bruciava, ho annuito. Lo volevo ancora. Non mi bastava. In quella casa dimenticata, in mezzo alla polvere e al marcio, mi sentivo vivo come mai prima.

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