La serata delle sorelline
Luigi aveva ventun anni, un fisico esile e una passione sfrenata per tutto ciò che luccicava, frusciava e profumava di femminilità. Non era un segreto per nessuno in famiglia, tantomeno per sua sorella Lucia, di due anni più grande, che lo aveva sempre trattato come una specie di bambola vivente da vestire e truccare. “Sei più carina di me, stronzetta,” gli diceva spesso, ridendo, mentre gli passava il rossetto sulle labbra o gli sistemava una parrucca di capelli lunghi e mossi. E Luigi, che si faceva chiamare “Gina” quando era in tiro, si guardava allo specchio e si sentiva una regina.
Quella sera, però, Lucia aveva un piano. “Ti porto a cena dal mio ragazzo, Marco,” gli aveva detto con un ghigno che puzzava di guai. “E non fare storie, ti vesti come piace a me. Voglio vedere se riesci a fare colpo.” Luigi, che non diceva mai di no a una provocazione, aveva alzato le spalle. “E che problema c’è? Mi metto un vestitino da troietta e vi faccio vedere come si fa.” Lucia aveva riso, tirandogli uno schiaffetto sul culo. “Ecco la mia sorellina. Dai, muoviti, che dobbiamo prepararci.”
Un’ora dopo, davanti allo specchio del bagno, i due sembravano davvero due sorelle. Lucia aveva un tubino nero aderente, tacchi a spillo e un trucco leggero ma da femme fatale. Luigi, o meglio Gina, sfoggiava un vestitino rosso corto, con una scollatura che lasciava intravedere il petto liscio e depilato, calze a rete nere e una parrucca castana che gli cadeva sulle spalle. Il trucco era pesante: eyeliner a coda di rondine, ciglia finte, labbra gonfie di gloss. “Sembri una che fa i video su OnlyFans,” gli aveva detto Lucia, soffocando una risata. “E tu sembri una che li guarda,” aveva ribattuto Luigi, facendole la linguaccia.
Arrivati a casa di Marco, un appartamento disordinato da scapolo con un odore di birra e pizza nell’aria, la tensione era palpabile. Marco, un trentenne robusto con una barba incolta e un sorriso da stronzo, aveva aperto la porta con una birra in mano. “Cazzo, ma siete due bombe,” aveva detto, squadrandoli dalla testa ai piedi. Dietro di lui c’era un altro tizio, un amico, tale Simone, un tipo alto e secco, con un’aria da predatore e un tatuaggio sul collo che spuntava dalla maglietta. “Lui è Simo,” aveva detto Marco, dandogli una pacca sulla spalla. “È un porco, ma tranquilli, non morde. Non subito, almeno.”
Luigi aveva sentito un brivido lungo la schiena, ma aveva mantenuto il suo ruolo da Gina, sorridendo con malizia e muovendo i fianchi mentre entrava. “Piacere, tesoro,” aveva detto a Simone, con una voce volutamente più acuta e civettuola. Simone aveva inarcato un sopracciglio, ma non aveva detto nulla, limitandosi a un ghigno che diceva tutto.
La cena era stata un disastro organizzato: pizza surgelata, vino da due euro e un sacco di battute spinte. Marco continuava a mettere la mano sulla coscia di Lucia, facendola ridere come una scema, mentre Simone sembrava più interessato a fissare Luigi, che faceva finta di niente ma sentiva gli occhi di quel tizio bruciargli addosso. “Allora, Gina, sei sempre così carina o è un’eccezione per noi?” aveva chiesto Simone a un certo punto, con un tono che era un misto tra curiosità e scherno. Luigi aveva fatto una risata forzata, bevendo un sorso di vino. “Tesoro, io sono un’eccezione per chiunque. Ma se vuoi, ti faccio vedere quanto so essere gentile.” La battuta aveva fatto ridere tutti, ma l’aria si era caricata di una tensione che puzzava di alcol e doppi sensi.
Dopo la terza bottiglia di vino, le inibizioni erano andate a farsi benedire. Lucia e Marco avevano iniziato a pomiciare senza ritegno sul divano, con lei che gli si era praticamente seduta in braccio, mentre Luigi e Simone erano rimasti al tavolo, uno di fronte all’altro, con bicchieri pieni e sguardi che parlavano chiaro. “Sai, non sembri proprio una ragazza,” aveva detto Simone, sporgendosi verso di lui. Luigi aveva sorriso, sfacciato. “E tu non sembri proprio un gentleman. Ma possiamo lavorarci su, no?” Simone aveva riso, una risata bassa e roca. “Oh, ci puoi scommettere.”
A un certo punto, Lucia e Marco si erano alzati, barcollando. “Noi andiamo di là,” aveva detto lei, con un occhiolino a Luigi. “Non fare casino, sorellina.” E se n’erano andati, lasciandolo da solo con Simone. Luigi aveva sentito il cuore battergli forte, ma non per paura. Era eccitazione, pura e semplice. “Beh, sembra che siamo solo io e te,” aveva detto, inclinando la testa come una ragazzina che gioca a fare la seduttrice. Simone si era alzato, torreggiando su di lui. “Già. E penso che tu sappia cosa voglio, no, troietta?”
Da quel momento in poi, tutto era diventato un vortice di mani, parole sporche e odori. Simone lo aveva afferrato per un braccio, tirandolo su dalla sedia con una forza che non ammetteva repliche. “Vieni qua,” aveva ringhiato, spingendolo verso il divano. Luigi, con il vestitino che gli si era alzato sulle cosce, aveva fatto un risolino nervoso. “Piano, stallone, non sono mica di carta.” Ma Simone non aveva nessuna intenzione di andare piano. Gli aveva messo una mano sulla nuca, stringendo appena, e lo aveva spinto giù, verso le sue gambe. “Tira giù la zip e fammi vedere cosa sai fare con quella bocca da puttanella.”
Luigi aveva obbedito, le mani che tremavano un po’ mentre slacciava i jeans di Simone. Quando aveva tirato fuori il cazzo, aveva trattenuto il fiato. Era grosso, molto più di quanto si aspettasse, con una vena pulsante che correva lungo tutta la lunghezza e un odore forte, mascolino, di sudore e desiderio. “Cazzo, sei bello attrezzato,” aveva mormorato, quasi a se stesso. Simone aveva riso, tirandogli la testa più vicino. “Non parlare, succhia. E guardami negli occhi mentre lo fai, troia.”
Luigi aveva aperto la bocca, avvolgendo la punta con le labbra, sentendo il sapore salato e il calore sulla lingua. Simone aveva emesso un gemito basso, stringendo la presa sui suoi capelli finti. “Così, brava, prendilo piano. Fammi vedere quanto ti piace.” E Luigi, o meglio Gina, aveva iniziato a muoversi, succhiando lentamente, lasciando che la saliva gli colasse lungo il mento mentre cercava di prendere più che poteva. La sensazione era intensa: il cazzo duro che gli riempiva la bocca, il gusto acre che gli pizzicava il palato, l’odore che gli invadeva le narici. Ogni tanto Simone gli spingeva la testa più in basso, con una forza sadica ma controllata, costringendolo a ingoiare di più. “Dai, puttanella, lo vuoi tutto, vero? Ti piace sentirti usata, eh?” gli diceva, con un tono che era un misto di dolcezza e dominio, una carezza velenosa che faceva venire i brividi a Luigi.
Il ritmo era lento, deliberato. Simone non aveva fretta, voleva godersi ogni secondo. Gli teneva la testa ferma, guidandolo con movimenti precisi, spingendo fino a farlo quasi soffocare e poi lasciandolo respirare, solo per ricominciare. “Guarda come sei brava, Gina. Sembri nata per succhiare cazzi,” gli sussurrava, e Luigi sentiva il viso arrossarsi, non solo per lo sforzo ma per l’umiliazione che, in qualche modo, lo eccitava da morire. La sua bocca era un disastro, con il gloss spalmato ovunque, la saliva che gli gocciolava sul mento e sul petto, ma non gli importava. Era perso in quel momento, in quel mix di sottomissione e piacere.
Ogni tanto Simone gli dava un colpetto sulla guancia, non forte, ma abbastanza da farlo trasalire. “Non ti fermare, troietta. Succhialo come si deve, o ti faccio vedere io come si fa.” E Luigi obbediva, gemendo piano mentre la sua lingua lavorava intorno all’asta, sentendo ogni dettaglio, ogni vena, ogni pulsazione. Il cazzo di Simone era duro come acciaio, e ogni volta che gli sfiorava la gola, Luigi sentiva un misto di disagio e godimento che lo faceva tremare. “Cazzo, sei troppo brava,” aveva grugnito Simone a un certo punto, con la voce roca. “Ti piace, eh? Ti piace essere la mia puttana.”
Luigi non poteva rispondere, con la bocca piena, ma il suo sguardo, umido e arrossato, diceva tutto. Simone aveva accelerato un po’, spingendogli la testa con più forza, e Luigi aveva sentito il suo respiro farsi più corto, i gemiti più profondi. “Sto per venire, troietta. Prendilo tutto, non sprecare una goccia,” aveva ringhiato, e un secondo dopo un fiotto caldo gli aveva riempito la gola, così forte e abbondante che Luigi aveva quasi tossito, ma Simone gli aveva tenuto la testa ferma, costringendolo a ingoiare. Il sapore era amaro, pungente, ma lui lo aveva mandato giù, sentendosi usato e, in qualche modo, soddisfatto.
Quando finalmente Simone lo aveva lasciato andare, Luigi si era tirato indietro, ansimando, con la faccia un disastro. Il trucco era colato, gli occhi rossi e lucidi, la bocca ancora bagnata di saliva e sperma. Si era passato una mano sul viso, cercando di pulirsi, ma era inutile. Sembrava una che aveva appena girato un film hard. Simone, con un sorrisetto soddisfatto, gli aveva dato una carezza sulla testa. “Brava, Gina. Sei stata perfetta. Ora vai a darti una ripulita, sembri una che è appena uscita da un bordello.”
Luigi si era alzato, barcollando un po’ sui tacchi, e si era diretto verso il bagno, ma prima che potesse arrivarci, la porta della stanza di Marco si era aperta. Lucia e il suo ragazzo erano usciti, con i vestiti sgualciti e l’aria di chi aveva appena fatto un bel giro di giostra. Quando avevano visto Luigi, con la faccia sbavata e gli occhi da cerbiatta traumatizzata, avevano trattenuto a stento una risata. “Cazzo, Gina, ma che hai combinato?” aveva detto Marco, con un tono che era più divertito che sorpreso. Lucia, con un sorrisetto malefico, aveva incrociato le braccia. “Sorellina, sembri una che ha preso una lezione di vita. Tutto bene?”
Luigi aveva aperto la bocca per rispondere, ma non aveva trovato le parole. Si era limitato a un sorriso stanco, imbarazzato, mentre si passava una mano tra i capelli della parrucca. Simone, sdraiato sul divano con i pantaloni ancora slacciati, aveva alzato una mano come per dire “tutto a posto” prima di chiudere gli occhi e appisolarsi. Nessuno aveva detto nulla di esplicito, ma l’aria era carica di una complicità sporca, di quelle che non hanno bisogno di parole.
Lucia si era avvicinata a Luigi, dandogli una leggera spinta sulla spalla. “Dai, vai a darti una sistemata. Non vorrai mica tornare a casa con quella faccia da porno star fallita, no?” Marco aveva riso, scuotendo la testa. “Ragazzi, siete un casino. Ma che serata, eh?” Luigi non aveva replicato, limitandosi a un grugnito mentre si dirigeva verso il bagno, con le gambe che gli tremavano ancora un po’.
Mentre si guardava allo specchio, con il trucco disfatto e le labbra ancora gonfie, aveva sentito una strana mescolanza di emozioni. Era stato usato, umiliato, ma in qualche modo gli era piaciuto. E mentre si puliva il viso con una salvietta, non poté fare a meno di sorridere. “Beh, Gina,” si disse sottovoce, “almeno hai fatto colpo.” E con quel pensiero, si era messo a ridere da solo, sapendo che quella serata sarebbe rimasta impressa nella sua memoria per un bel po’.
