La scommessa persa al poker tra colleghi
Sono Giulia, ho 29 anni e lavoro come impiegata in un piccolo ufficio di consulenza. Non sono il tipo di persona che attira l’attenzione: porto occhiali squadrati, tengo i capelli legati in una coda stretta e indosso sempre camicie abbottonate fino al collo, per nascondere il mio corpo. Non che abbia chissà cosa da mostrare, sono snella, quasi magra, ma ho un seno pieno, troppo pieno per i miei gusti, che mi imbarazza. Lo copro, lo schiaccio con reggiseni sportivi, faccio di tutto per non farlo notare. Sono timida, perfezionista, un po’ moralista. Mi piace avere il controllo, che tutto sia in ordine, che le regole vengano rispettate. Non bevo, non fumo, non faccio nulla di azzardato. Almeno, così era fino a quella sera.
Era un venerdì, avevamo fatto straordinari per chiudere un progetto importante. Eravamo esausti, ma qualcuno – credo fosse Marco, il più chiacchierone dei colleghi – ha proposto di rilassarci con una partita a poker. “Dai, restiamo un’oretta, ci facciamo due risate.” Io non volevo, non mi piacciono i giochi d’azzardo, ma gli altri hanno insistito. Eravamo in cinque: io, Marco, Luca, Simone e Davide. Tutti uomini, tranne me. Mi sono sentita subito fuori posto, ma non volevo fare la guastafeste. Abbiamo tirato fuori un mazzo di carte, spostato i fascicoli dal tavolo delle riunioni e iniziato a giocare. Qualche birra è spuntata dalle borse, l’atmosfera si è scaldata. Io bevevo solo acqua, ma ridevo alle loro battute, anche se alcune erano un po’ pesanti.
Dopo qualche mano, Marco ha proposto di alzare la posta. “Facciamo una scommessa, chi perde questa mano deve fare qualcosa di imbarazzante.” Gli altri hanno riso, tirando fuori idee assurde: cantare in mutande, chiamare il capo e fare una battuta idiota. Poi Luca, con un sorrisetto, ha guardato me. “E se perde Giulia, deve stare nuda per il resto della serata.” Sono arrossita all’istante, il cuore mi è salito in gola. “Ma dai, non fate gli stupidi,” ho balbettato, cercando di riderci su. Ma loro hanno insistito. “È solo uno scherzo, non perderai mica!” ha detto Simone, con un tono che non mi convinceva per niente. Ho accettato, più per paura di sembrare noiosa che per altro. Ero sicura di vincere, avevo una mano discreta. Ma non è andata così.
Ho perso. Il silenzio è calato per un attimo, poi sono scoppiati a ridere. “Dai, Giulia, togliti tutto!” ha detto Marco, battendo le mani sul tavolo. Mi sono sentita morire. “Non era serio… vi prego…” ho mormorato, con la voce che tremava. Ma loro non mollavano. “Una scommessa è una scommessa,” ha detto Davide, con uno sguardo che mi ha fatto gelare. Non era più uno scherzo, lo vedevo nei loro occhi. Mi sono alzata, le mani che tremavano, e ho iniziato a sbottonare la camicia. Sentivo i loro sguardi su di me, pesanti, famelici. Ho cercato di coprirmi con le braccia mentre mi spogliavo, ma era inutile. Quando sono rimasta solo con le mutande, ho visto Luca alzare un sopracciglio. “Tutto, Giulia. Anche quelle.” Ho sentito le lacrime pizzicarmi gli occhi, ma le ho ricacciate indietro. Me le sono tolte, con un movimento rapido, e sono rimasta lì, nuda, in mezzo all’ufficio, con quattro paia di occhi che mi fissavano.
L’imbarazzo era insopportabile. Mi bruciava la pelle, volevo sparire. Ho incrociato le braccia sul petto, cercando di nascondermi, ma Marco ha riso. “Dai, non fare la timida. Ora tocca a te servire da bere, nuda.” Le lacrime mi sono scese, non sono riuscita a trattenerle. “Vi prego, basta…” ho sussurrato, ma loro non hanno ascoltato. Ho preso le birre dal frigo con mani tremanti, sentendo i loro commenti, le loro risate. “Hai un bel culo, Giulia, lo sapevi?” ha detto Simone, e io ho sentito il viso andare a fuoco. Ogni passo era un’umiliazione, ogni sguardo un peso.
Ma poi è successo qualcosa che non mi aspettavo. Davide, passandomi accanto mentre posavo una birra, mi ha sfiorato un capezzolo con la mano. Un tocco leggero, quasi casuale, ma che mi ha fatto sobbalzare. “Scusa, è stato un incidente,” ha detto, ma il suo sorriso diceva altro. Ho sussurrato un “no… fermatevi…” ma la mia voce era debole, incerta. E il mio corpo… il mio corpo mi ha tradito. Ho sentito un brivido, un calore che non volevo ammettere. Mi odiavo per quello, ma era lì, innegabile. Marco se n’è accorto. “Guardate, le piace,” ha detto a bassa voce, avvicinandosi. Mi ha messo una mano sulla spalla, poi è scesa lungo il braccio, lenta, troppo lenta. “Non è vero,” ho protestato, ma la mia voce era un bisbiglio.
Non so come sia successo, ma in pochi minuti l’atmosfera è cambiata. L’alcol, le battute, la tensione: tutto è esploso. Marco mi ha preso per i fianchi e mi ha fatto sedere sul tavolo delle riunioni. Ho cercato di oppormi, ma le sue mani erano ferme. “Rilassati, Giulia, ci divertiamo un po’,” ha detto, e prima che potessi rispondere, ha iniziato a baciarmi il collo. Ho chiuso gli occhi, il cuore che batteva all’impazzata. Non volevo, ma il suo respiro caldo sulla pelle mi faceva tremare. Luca si è avvicinato dall’altro lato, le sue mani sui miei seni, stringendo forte. “Cazzo, sono ancora meglio di come immaginavo,” ha detto, e io ho sentito un misto di vergogna e… desiderio. Simone e Davide guardavano, ma non per molto. Presto anche loro erano intorno a me, le loro mani ovunque, esplorando, toccando.
Mi hanno fatta sdraiare sul tavolo, le gambe che penzolavano dal bordo. Marco mi ha aperto le cosce con un movimento deciso. “Guarda qua, è già bagnata,” ha detto, e io ho voluto sprofondare. Ma non potevo negarlo, il mio corpo rispondeva, anche se la mia testa urlava di fermarsi. Ha abbassato la testa tra le mie gambe, e ho sentito la sua lingua, calda, che mi leccava piano. Ho emesso un gemito, senza volerlo, e loro hanno riso. “Lo sapevamo che eri una troietta sotto quelle camicie da suora,” ha detto Luca, e io ho stretto i pugni, ma non ho risposto. Davide mi ha preso una mano e l’ha guidata verso i suoi pantaloni. Ho sentito la sua erezione sotto la stoffa, e lui mi ha guardato. “Tocca, dai, non fare la timida.” Ho esitato, ma poi ho aperto la zip, quasi senza pensarci, e l’ho preso in mano. Era duro, caldo, e lui ha grugnito di piacere mentre iniziavo a muovere la mano su e giù.
Intanto Marco continuava tra le mie gambe, la sua lingua che si muoveva più veloce, più profonda. Simone si è messo vicino alla mia testa, tirandosi fuori anche lui. “Succhiamelo, Giulia,” ha detto, senza giri di parole. Ho aperto la bocca, incerta, e l’ho preso dentro. Il sapore era strano, salato, ma il suo gemito mi ha fatto andare avanti. Luca, dall’altro lato, mi stringeva i capezzoli, tirandoli appena, facendomi sobbalzare. “Cazzo, sei proprio una porca,” ha detto, e io ho sentito un’ondata di calore. Non ero più io, non quella Giulia che conoscevo. Ero qualcos’altro, qualcosa che non volevo riconoscere ma che non potevo fermare.
Dopo un po’, Marco si è alzato e si è slacciato i pantaloni. “Ora ci divertiamo sul serio,” ha detto, posizionandosi tra le mie gambe. Ho sentito la punta del suo sesso premere contro di me, e ho trattenuto il fiato. “Piano…” ho sussurrato, ma lui ha sorriso. “Tranquilla, ti piacerà.” È entrato lentamente, centimetro dopo centimetro, e io ho stretto i denti per il mix di dolore e piacere. Era grosso, mi allargava, e quando ha iniziato a muoversi ho sentito ogni spinta, ogni movimento. “Cazzo, sei stretta,” ha grugnito, aumentando il ritmo. Io non riuscivo a parlare, solo a gemere, con Simone ancora in bocca e Luca che mi toccava ovunque.
Poi Davide ha detto qualcosa che mi ha fatto gelare. “Facciamo di più. Girati, Giulia.” Non capivo, ma Marco è uscito da me e mi hanno fatta mettere a quattro zampe sul tavolo. Ero esposta, vulnerabile, e lo sapevano. Marco è rientrato davanti, spingendo di nuovo dentro di me con forza, mentre Davide si è posizionato dietro. Ho sentito le sue mani sul mio culo, uno schiaffo forte che mi ha fatto sobbalzare. “Rilassati,” ha detto, e poi ho capito. Ho sentito la pressione, il dolore acuto mentre cercava di entrare lì dietro. “No, basta… è troppo…” ho detto, con la voce spezzata, ma lui non si è fermato. “Respira, ci riesci,” ha detto, e piano piano è entrato. Urlavo, non so se di dolore o di altro, ma loro continuavano. Marco davanti, Davide dietro, un ritmo alternato che mi faceva impazzire. “Scopatemi tutti… non fermatevi più!” ho urlato a un certo punto, senza riconoscermi. Non ero io a parlare, era qualcos’altro dentro di me.
Luca e Simone non stavano fermi. Ogni tanto uno prendeva il posto di Marco, l’altro si faceva succhiare o toccare. Ero circondata, usata, e in qualche modo… mi piaceva. Gli schiaffi sul culo, le spinte, i loro grugniti, l’odore di sudore e sesso nell’aria: tutto mi travolgeva. Non so quanto è durato, forse minuti, forse ore. Alla fine, uno dopo l’altro, hanno finito, lasciandomi tremante sul tavolo, il corpo dolorante ma ancora eccitato. Mi sono accasciata, ansimando, sentendo il loro sperma sulla pelle, dentro di me. Nessuno parlava, solo respiri pesanti riempivano la stanza.
La mattina dopo, in ufficio, evitavo i loro sguardi. Mi ero messa una camicia ancora più chiusa del solito, gli occhiali abbassati sul naso, cercando di nascondermi. Ma sentivo i loro occhi su di me, lo stesso peso della sera prima. Non abbiamo parlato di quello che era successo, ma a metà mattina il mio telefono ha vibrato. Era Marco. Un messaggio breve: “Replay?” Ho fissato lo schermo per un minuto, il cuore che batteva forte. Poi, con le dita che tremavano, ho risposto con un pollice alzato e due parole: “Stasera da me.”
