Racconti Piccanti
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Sborrato in faccia dal bastardo rumeno

Sborrato in faccia dal bastardo rumeno

06 Marzo 2026·5 min di lettura

Sono Giacomo, ho 29 anni, e non sono mai stato uno tosto. Sempre stato timido, insicuro, uno che abbassa la testa e sta zitto. Con Sara, la mia ragazza da tre anni, pensavo di aver trovato un po’ di pace. Lei è solare, estroversa, tutto quello che io non sono. Ma ultimamente qualcosa non andava. Spariva per ore, risposte vaghe, sorrisetti strani. Ieri sera ho deciso di fare qualcosa che non faccio mai: agire d’istinto. Sono andato a casa sua senza avvisare.

Abita in un appartamento al secondo piano, in una zona tranquilla. Arrivo sotto casa sua alle nove di sera, le luci sono accese. Salgo le scale con il cuore che mi batte forte, non so nemmeno perché sono così agitato. Giro la chiave nella toppa – ce l’ho da quando ci siamo messi insieme – e apro la porta senza fare rumore. Sento subito dei gemiti. Non ci credo, ma li riconosco. È lei. Vengo avanti piano, il cuore mi esplode nel petto. La porta della camera da letto è socchiusa. Mi fermo, non respiro. Poi guardo dentro.

Sara è lì, nuda, a quattro zampe sul letto, con un tizio sopra di lei che la sbatte come un animale. Lui è giovane, avrà vent’anni e qualcosa, capelli scuri, fisico scolpito, tatuaggi sulle braccia. La tiene per i fianchi e la spinge con forza, lei geme forte, quasi urla. Mi blocco, le gambe mi tremano. Vorrei gridare, spaccare tutto, ma non faccio niente. Sto lì come un idiota a guardarli. Poi lui si gira e mi vede. Sorride, un sorriso da stronzo, e non si ferma. Continua a scoparla, guardandomi dritto negli occhi.

“Ehi, coglione, che ci fai lì? Ti piace guardare?” dice con un accento dell’Est, probabilmente rumeno. La sua voce è arrogante, sprezzante. Sara si gira di scatto, sconvolta, e cerca di coprirsi con le mani. “Giacomo, no, aspetta, ti spiego…” balbetta, ma il tizio la interrompe. “Zitta, troia, lasciami parlare.” Lei tace subito, e io resto fermo, incapace di muovermi. Dentro di me c’è un casino: sono incazzato, ferito, ma cazzo, ho anche il cazzo duro. Non capisco perché.

Lui scende dal letto, completamente nudo, il cazzo ancora dritto e lucido. Si avvicina a me, io indietreggio, ma lui mi afferra per il collo della maglietta. “Non andare via, frocio. Ti piace, eh? Lo vedo.” Mi guarda i pantaloni, dove si nota il rigonfiamento. Mi vergogno da morire, ma non riesco a negarlo. “Togliti i pantaloni,” ordina. Io scuoto la testa, ma lui stringe di più la maglietta. “Fallo, o ti spacco la faccia.” La sua voce non lascia spazio a discussioni. Con le mani che tremano, mi slaccio la cintura e faccio cadere i pantaloni. Poi, esitando, tiro giù anche le mutande. Sono lì, in maglietta, con il cazzo mezzo duro, e mi sento un verme.

“Bravo. Ora in ginocchio. Guarda bene come scopo la tua puttana,” dice, spingendomi giù con una mano sulla spalla. Mi ritrovo a terra, a un metro dal letto. Sara mi guarda, gli occhi pieni di vergogna, ma non dice niente. Lui le si mette dietro di nuovo, le alza il culo e la penetra con un colpo secco. Lei geme, un suono che mi trafigge. Lui inizia a muoversi, dentro e fuori, con un ritmo lento ma deciso, i suoi fianchi che sbattono contro di lei. Vedo tutto, ogni dettaglio: il suo cazzo che entra e esce, lucido dei suoi umori, le mani di lei che stringono le lenzuola. Mi sento umiliato, ma non riesco a distogliere lo sguardo. Lui ride, una risata gutturale. “Ti piace, vero, coglione? Guarda come si gode la tua donna.”

Non so quanto tempo passo lì, in ginocchio, a fissarli. Lui accelera, i gemiti di Sara diventano più acuti. Poi rallenta, le accarezza il culo, le dà uno schiaffo leggero. “Girati, troia, voglio guardarti in faccia,” le dice. Lei si volta, si sdraia sulla schiena, le gambe spalancate. Lui si mette sopra di lei, le solleva le cosce e la penetra di nuovo, stavolta guardandola negli occhi. Ogni tanto si volta verso di me, con quel ghigno da bastardo. “Impara, frocio. È così che si scopa una donna.” Io sto zitto, il cuore mi martella, il cazzo mi pulsa nonostante tutto. Mi odio per questo, ma non riesco a smettere di guardare.

Passano minuti, forse un’eternità. Lui cambia posizione, la mette di fianco, con una gamba sollevata, e continua a pomparla con calma, come se volesse godersi ogni istante. Le bacia il collo, le morde un orecchio, e lei si lascia andare, chiudendo gli occhi. Io sono lì, un pezzo di merda in ginocchio, e sento l’odore del loro sesso che mi arriva dritto in faccia. Sudore, umori, un misto che mi fa girare la testa. Ogni tanto lui grugnisce, lei ansima, e il rumore dei loro corpi che sbattono è l’unica cosa che sento.

A un certo punto, lui si tira fuori, il cazzo lucido e gonfio. Si alza dal letto e viene verso di me. “Apri la bocca, frocio,” dice, afferrandosi il cazzo con una mano. Io scuoto la testa, terrorizzato, ma lui mi afferra i capelli e mi tira la testa indietro. “Non fare il difficile.” Non ho scelta. Apro la bocca, ma lui non me lo mette dentro. Inizia a segarsi davanti alla mia faccia, veloce, con movimenti decisi. Lo vedo, a pochi centimetri da me, la cappella rossa e bagnata. Grugnisce, il respiro pesante. “Cazzo, ci sono,” ringhia, e un secondo dopo mi schizza in faccia. Sento il calore, il liquido denso che mi colpisce sulla guancia, sul naso, un po’ sulle labbra. L’odore è forte, acre. Chiudo gli occhi, umiliato fino al midollo.

Ride, una risata cattiva, e mi molla i capelli. “Alzati, coglione. Fuori da casa mia,” dice. Non è nemmeno casa sua, è di Sara, ma non discuto. Mi alzo, barcollando, con la sua sborra che mi cola sulla faccia. Non mi lascia nemmeno prendere i pantaloni. Mi spinge verso la porta, io in maglietta e basta, il cazzo ancora mezzo duro, e mi sbatte fuori. Sento la porta chiudersi con un tonfo alle mie spalle. Sono sul pianerottolo, mezzo nudo, con la faccia sporca, e non so che cazzo fare. Le scale sono silenziose, ma ho paura che qualcuno mi veda. Mi pulisco con la manica della maglietta, ma l’odore non se ne va. Rimango lì, fermo, con il cuore che mi scoppia e un misto di vergogna e adrenalina che mi brucia dentro. Non so se tornare a bussare, se scappare, o cosa. Sono solo un povero stronzo, e non so nemmeno cosa succederà dopo.

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