Racconti Piccanti
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Voglia di prenderlo nello spogliatoio

Voglia di prenderlo nello spogliatoio

10 Marzo 2026·6 min di lettura

Mi chiamo Barbara, ho 47 anni, un marito che vedo a malapena e un lavoro al tribunale che mi succhia l’anima. Ogni giorno è una lotta per non crollare, tra scartoffie, capi rompipalle e un umore che è sempre sottozero. Mi guardo allo specchio e vedo ancora un corpo decente: le curve ci sono, la palestra aiuta, ma mi manca qualcosa. Mi manca sentirmi desiderata, viva. È per questo che ho prenotato lezioni di nuoto individuali alla piscina comunale. Non me ne frega niente di imparare a nuotare meglio, lo so fare da quando ero ragazzina. Ma Samir, l’istruttore, 24 anni, un fisico che sembra scolpito e quegli occhi che ti spogliano senza dire una parola… beh, lui è il motivo per cui vengo qui due volte a settimana.

All’inizio era solo un gioco, uno sfizio. Arrivavo in costume, con il mio atteggiamento da impiegata seria, quella che comanda e non si fa mettere i piedi in testa. Samir, però, non è uno stupido. Ha capito subito che tipo sono: una donna sposata, annoiata, che cerca un brivido senza ammetterlo. Mi parlava con quel tono calmo ma provocatorio, buttava lì battute su come “mi muovo bene in acqua” o su quanto “devo stare attenta a non distrarlo”. Io facevo la dura, rispondevo secca, ma dentro sentivo il cuore che batteva più forte. Ogni lezione era un tira e molla: lui che mi sfiorava la schiena per correggermi la postura, io che facevo finta di niente ma sentivo la pelle bruciare sotto le sue mani. E ogni volta tornavo a casa con la testa piena di pensieri che non dovrei avere. Ma non riuscivo a smettere di venire.

Quel giorno, un mercoledì di fine ottobre, ero più nervosa del solito. La lezione era finita alle 13:00, il turno del mattino era quasi deserto. Mi sono cambiata nello spogliatoio delle donne, ho messo via le mie cose e ho controllato l’orologio: le 13:25. Poi ho avuto un’idea stupida, o forse geniale. Ho detto a me stessa che avevo dimenticato l’orologio in piscina, anche se sapevo benissimo di averlo al polso. Sono tornata indietro, con il cuore che mi martellava nel petto. Non so perché l’ho fatto, o forse lo so fin troppo bene. Volevo vedere se lui era ancora lì, se avrebbe detto qualcosa, se avrebbe capito.

Samir era nello spogliatoio degli uomini, con la porta socchiusa. Mi ha vista entrare e ha sorriso, un sorriso da stronzo che sa già tutto. “Hai dimenticato qualcosa, Barbara?” ha chiesto, appoggiandosi allo stipite con una calma che mi ha fatto incazzare e eccitare allo stesso tempo. Io ho balbettato qualcosa sull’orologio, ma lui ha scosso la testa. “Non hai dimenticato un cazzo. Lo sai tu e lo so io.” Mi sono sentita nuda, non per il costume che avevo ancora sotto la felpa, ma per come mi leggeva dentro. Avrei dovuto girarmi e andarmene, ma non l’ho fatto. Sono rimasta lì, con le guance che bruciavano e un nodo allo stomaco.

Lui si è avvicinato, lento, senza fretta. Mi ha sfiorato il braccio con le dita, un tocco leggero ma che mi ha fatto rabbrividire. “Se vuoi qualcosa, dillo,” ha sussurrato, guardandomi dritto negli occhi. Io non ho detto niente, ma non mi sono mossa. E quello era già un sì. Mi ha preso per i fianchi, con una sicurezza che mi ha spiazzato, e mi ha tirato verso di lui. Sentivo il suo respiro sul collo, il suo odore di cloro e sudore, e ho smesso di pensare. La mia testa urlava che era sbagliato, che ero sposata, che ero una cogliona, ma il mio corpo non ascoltava. Lo volevo, punto.

Abbiamo iniziato piano, con le mani che esploravano. Mi ha sfilato la felpa, lasciandomi in costume, e ha passato le dita lungo la mia schiena, scendendo fino al bordo del tessuto. Io gli ho messo le mani sul petto, sentendo i muscoli duri sotto la maglietta. Ogni tocco era un fuoco che si accendeva, ma non c’era fretta. Lui mi baciava il collo, mordicchiava piano, mentre con una mano mi stringeva il sedere, tirandomi contro di lui. Sentivo già quanto era eccitato, e questo mi faceva impazzire. Io gli ho tirato via la maglietta, un po’ goffa ma decisa, e ho passato le mani sulla sua pelle liscia, scendendo fino alla cintura dei pantaloncini. Lui ha riso piano, un suono profondo che mi ha fatto venire i brividi. “Non hai pazienza, eh?” ha detto, ma non mi ha fermata.

Ci siamo spostati verso una panca nello spogliatoio, con lui che mi guidava senza smettere di toccarmi. Mi ha fatto sedere sulle sue gambe, a cavalcioni, e ha iniziato a baciarmi con più forza, la lingua che cercava la mia. Le sue mani erano dappertutto: mi ha slacciato il top del costume, lasciando il seno nudo, e ha iniziato a giocarci, stringendo i capezzoli tra le dita finché non ho trattenuto un gemito. Io mi muovevo contro di lui, sentendo la pressione dei suoi pantaloncini contro di me, e ho iniziato a strofinarmi, lenta ma decisa. “Cazzo, sei già pronta,” ha mormorato, e io non ho risposto, ma avevo il fiato corto.

Poi si è alzato, tenendomi per i fianchi, e mi ha fatta sdraiare sulla panca. Mi ha tolto il resto del costume, lasciandomi completamente nuda, e si è inginocchiato tra le mie gambe. Non c’era imbarazzo, solo voglia. Ha iniziato a leccarmi, lento, con una lingua che sapeva esattamente cosa fare. Io mi aggrappavo al bordo della panca, mordendomi le labbra per non fare troppo rumore, ma qualche gemito mi sfuggiva lo stesso. “Fammi sentire,” ha detto lui, alzando lo sguardo per un attimo, e io ho lasciato andare un suono più forte, quasi un lamento. Sentivo il suo fiato caldo, la sua barba che mi graffiava appena l’interno coscia, e l’odore del cloro mischiato al sudore mi riempiva la testa.

Quando non ce l’ho più fatta, gli ho tirato i capelli per farlo alzare. “Basta, scopami,” gli ho detto, con la voce roca. Lui ha sorriso, si è tolto i pantaloncini e i boxer in un secondo, e ho visto quanto era duro. Si è messo sopra di me, con una mano mi ha sollevato una gamba, appoggiandola sulla sua spalla, e con l’altra si è guidato dentro di me, lento ma deciso. Ho sentito ogni centimetro, un bruciore che diventava piacere, e ho stretto i denti mentre lui iniziava a muoversi. “Cazzo, sei stretta,” ha grugnito, e io gli ho risposto con un “Più forte,” senza pensare.

Il ritmo è aumentato, i nostri corpi sbattevano l’uno contro l’altro con un suono umido e pesante. La panca scricchiolava sotto di noi, ma non me ne fregava niente. Lui mi teneva per i fianchi, spingendo sempre più a fondo, mentre io gli graffiavo la schiena, lasciando segni rossi sulla sua pelle. “Ti piace, eh?” mi ha chiesto, ansimando, e io ho annuito, incapace di parlare. Sentivo il sudore che ci colava addosso, l’odore forte del sesso che riempiva l’aria, e ogni spinta mi portava più vicina a perdere il controllo. Ho infilato una mano tra di noi, toccandomi mentre lui continuava, e in pochi secondi sono venuta, con un urlo che ho cercato di soffocare ma che è uscito lo stesso. Lui ha rallentato un attimo, guardandomi con un ghigno, poi ha ripreso più forte, finché non ha finito dentro di me con un gemito rauco, crollandomi addosso per un momento.

Siamo rimasti lì, ansimanti, con il fiato che si mescolava. Poi si è tirato indietro, si è rivestito senza dire molto, e mi ha guardata con quel suo sorriso da stronzo. “Ci vediamo alla prossima lezione,” ha detto, e io ho solo annuito. Mi sono rimessa il costume e la felpa con le mani che tremavano un po’, ma non c’era rimorso, non c’era niente se non la sensazione di essere finalmente viva dopo tanto tempo. Sono tornata a casa come se niente fosse, con il corpo ancora caldo e la testa leggera. E sì, ci tornerò. Non vedo l’ora.

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