Racconti Piccanti
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Nudo nella cabina con mio cugino

Nudo nella cabina con mio cugino

06 Marzo 2026·4 min di lettura

Sono Marco, ho ventidue anni e quest’estate la sto passando da mio cugino Alberto, che ne ha diciannove. Siamo in un paesino di mare, uno di quei posti dove non c’è un cazzo da fare se non andare in spiaggia e bere birre calde la sera. Alberto è un tipo stronzo, sempre a fare scherzi del cavolo, ma ci sto abituato. Siamo cresciuti insieme, anche se lui è più piccolo. Però, cazzo, quello che è successo oggi mi ha lasciato di stucco.

Era una giornata afosa, il sole picchiava come un martello. Eravamo stati in spiaggia tutta la mattina, a fare i cretini tra le onde e a guardare le ragazze in bikini. Verso l’ora di pranzo decido di cambiarmi nella cabina, una di quelle vecchie di legno che puzzano di muffa e salsedine. Entro, chiudo la porta, mi spoglio. Costume bagnato, asciugamano, maglietta, tutto per terra. Sto per tirare fuori i vestiti asciutti dalla borsa, quando sento un rumore. La porta si apre di colpo, vedo la mano di Alberto che afferra la mia roba e sparisce. “Cazzo fai?!” urlo, ma quello ride come un idiota e sento i suoi passi che si allontanano. Sono nudo, chiuso dentro ‘sta cabina di merda, senza un cazzo da mettermi addosso. Il panico mi sale, il cuore mi batte forte. E se qualcuno apre? E se devo uscire così, con l’uccello al vento?

Passano dieci minuti, o forse di più, non lo so. Sto sudando, incazzato nero, quando la porta si apre di nuovo. È Alberto, con un ghigno del cazzo stampato in faccia. “Che vuoi, stronzo?” gli dico, cercando di coprirmi con le mani. Lui entra, chiude la porta dietro di sé e mi guarda dall’alto in basso. “Rilassati, cugino. Ti do una mano… ma prima mi fai un favore.” Non capisco, o forse non voglio capire. Mi dice, con quel tono da bastardo: “Se vuoi i tuoi vestiti, me lo tiri un po’. Qui, ora.” Mi indica i suoi pantaloncini, già mezzo gonfi. Mi si gela il sangue. “Ma che cazzo dici? Sei scemo?” protesto, ma lui non molla. “O lo fai, o esci nudo. Scegli.”

Sono incazzato, ma anche spaventato. Non voglio che mi vedano così, non voglio fare figure di merda. E poi, cazzo, è mio cugino, non so perché ma una parte di me è curiosa. Non so, forse è l’adrenalina, forse è che sono stanco di lottare. “Va bene, ma sei uno stronzo,” gli dico, con la voce che trema. Mi metto in ginocchio sul pavimento sporco della cabina, il legno ruvido sotto le gambe. Lui si abbassa i pantaloncini, tira fuori il cazzo, già duro. Non è enorme, ma è lì, davanti a me. Mi sento un idiota, ma lo prendo in mano. È caldo, un po’ appiccicoso di sudore. Comincio a muovere la mano, lento, su e giù, senza guardarlo in faccia. Sento il suo respiro che si fa più pesante, e dentro di me c’è un casino di pensieri. Mi fa schifo? O mi piace questa cosa del controllo che ha su di me? Non lo so, cazzo, non ci capisco niente.

Continuo per un po’, il ritmo aumenta. Lui mette una mano sulla mia spalla, stringe un po’. “Così, bravo,” mormora, e mi dà fastidio ma allo stesso tempo mi sento strano, come se mi stessi spingendo oltre un limite che non sapevo di avere. Dopo qualche minuto, si toglie la maglietta, la butta per terra. Mi dice di avvicinarmi, di usare anche la bocca se voglio, ma lo mando a fanculo. “Non ci penso nemmeno,” gli dico, ma continuo con la mano, più forte. La cabina puzza di sudore, di mare, di lui. Il suo cazzo pulsa nella mia mano, lo sento che sta per venire. E infatti, dopo un paio di colpi, mi schizza in faccia. Caldo, appiccicoso, mi colpisce sulla guancia e sul mento. “Cazzo, Alberto!” urlo, pulendomi con il dorso della mano, schifato ma anche con il cuore che mi batte all’impazzata. Lui ride, si tira su i pantaloncini e mi guarda soddisfatto. “Sei stato bravo, cugino.”

Pensavo che ora mi avrebbe ridato i miei vestiti, ma il bastardo tira fuori dalla borsa un paio di slip rosa da donna, una canottiera bianca attillata e delle infradito di plastica. “Mettiti ‘sti cosi, dai, che ridi,” mi dice, buttandomeli addosso. Sono incazzato, umiliato, ma non ho scelta. Mi infilo gli slip, che mi stanno stretti e mi fanno sentire ridicolo. La canottiera mi aderisce al petto come una seconda pelle, e le infradito scricchiolano a ogni passo. Esco dalla cabina con lui che mi ride dietro, ma dentro di me c’è una strana calma. Non so se è rabbia o cos’altro, ma non mi sento in colpa. È successo, punto. E in fondo, non mi dispiace del tutto. Esco in spiaggia così, con ‘sta roba addosso, e lui mi cammina accanto, come se niente fosse. La gente ci guarda, ma me ne frego. Ho ancora il suo odore addosso, e non so perché, ma non mi dà fastidio come dovrebbe.

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