Il cerchio della sottomissione
Sono le nove di sera e l’odore di sudore e birra stantia mi pizzica il naso mentre entro nel magazzino. La luce al neon sopra il materassino centrale sfarfalla, come al solito, e il ronzio elettrico è l’unico rumore che rompe il silenzio prima che inizi il casino. Questo posto è una merda, un vecchio deposito abbandonato che abbiamo trasformato in una specie di palestra per le nostre sfide di lotta. Non c’è nulla di elegante qui: materassini logori che puzzano di piedi, un frigo arrugginito in un angolo pieno di birre da quattro soldi, e un paio di sedie di plastica dove ci sediamo a fine serata a prenderci per il culo. Ma è il nostro posto, e a me piace così.
Mi chiamo Marco, e qui dentro sono “il Re”. Non perché lo dico io, ma perché gli altri mi chiamano così da anni, da quando ho iniziato a spaccare tutti in ogni sfida. Sono il più grosso, il più pesante, e non c’è uno che non abbia messo a terra almeno dieci volte. Ex rugbista, muscoli che non passo inosservato, tatuaggi che coprono braccia e petto, barba incolta e capelli corti. Mi piace comandare, mi piace vincere, e mi piace far vedere che nessuno mi tocca. Quando entro, gli altri già sanno come va a finire.
Stasera ci siamo tutti. Jago, come sempre, è già vicino al materassino con il telefono in mano, pronto a filmare ogni minima cazzata per “documentare le imprese”, dice lui. Ha quella risata sguaiata che ti entra nel cervello, e non smette mai di parlare. “Oh, Re, pronto a farci vedere come si fa? O stasera ti lasci mettere sotto?” mi lancia, con un ghigno. Gli faccio il dito medio e rido, mentre mi tolgo la felpa e resto in maglietta e pantaloncini da lotta.
Ste è seduto su una delle sedie, con una birra in mano, lo sguardo tagliente come sempre. Non parla molto, ma quando apre bocca è un colpo basso. “Guarda come si scalda il campione, ma secondo me stasera trema,” dice, con un sorrisetto che mi fa venir voglia di dargli una spinta. Non rispondo, gli faccio solo un cenno con la testa e vado a scaldarmi.
Poi c’è Raul. È appoggiato al muro, le braccia incrociate, e mi fissa in silenzio. È sempre così, poche parole, un sorriso storto che non capisci mai se è una presa in giro o una minaccia. È il più tecnico di tutti, magro ma con muscoli che sembrano scolpiti col filo di ferro. Sa come muoversi, come chiuderti in una presa prima ancora che te ne accorga. Non è grosso come me, ma quando lotta è un serpente. E quel silenzio, cazzo, pesa più di qualsiasi battuta di Jago o Ste.
“Chi vuole iniziare?” urlo, battendo le mani per scaldare l’atmosfera. Ho già una birra in mano, ma la poso vicino al materassino. Mi piace partire forte, far vedere che sono io a comandare. Ste alza le spalle, Jago ride e dice: “Fai tu, Re, tanto finisci sempre sopra.” Ma è Raul che si stacca dal muro, con un passo lento, quasi pigro. “Ci sto io,” dice, la voce bassa, senza nemmeno guardarmi in faccia. Sento un nodo allo stomaco, non so perché. Con lui non è mai facile, ma non lo ammetterò mai.
“Va bene, facciamo ‘re matto’,” propongo, con un ghigno. È una delle nostre regole inventate: chi perde deve restare al centro del cerchio per un minuto di “punizione”, che di solito sono flessioni o qualche presa in giro pesante. Niente di serio, solo un modo per sfogarci. Raul annuisce, senza dire nulla, e si mette in posizione sul materassino.
Il gruppo si raduna intorno, Jago col telefono già puntato su di noi. “Forza, Re, non farci aspettare!” urla, mentre Ste sorseggia la birra e scuote la testa, come se sapesse già come andrà a finire. Mi abbasso, le ginocchia piegate, le mani pronte. Raul mi guarda, finalmente, e quel sorriso storto mi fa incazzare. “Che cazzo hai da ridere?” gli dico, ma lui non risponde. Si muove e basta.
Parto aggressivo, come sempre. Provo a prenderlo di forza, a spingerlo indietro con una carica diretta. Sono più pesante, più grosso, e di solito questo basta a mettere chiunque con le spalle a terra. Ma Raul è veloce, si sposta di lato e mi aggancia una gamba con un movimento secco, un low single che non vedo arrivare. In un attimo perdo l’equilibrio, e con un tonfo sordo finisco sul materassino, la schiena che sbatte con forza. Il gruppo scoppia a ridere, un coro di “Oh cazzo, il Re è a terra al primo round!” che mi brucia nelle orecchie. Jago zooma con il telefono, “Guarda che roba, il campione già KO!” dice, sghignazzando.
Mi girano le palle, ma cerco di non darlo a vedere. Provo a rialzarmi, a spingere con le braccia, ma Raul è già su di me. Si siede sul mio petto, in full mount, le ginocchia che mi bloccano le braccia, il peso che mi schiaccia. Non è pesante come me, ma sa come tenermi fermo. Mi guarda negli occhi, e quel silenzio mi fa più male di qualsiasi colpo. “Che fai, Re? Ti arrendi già?” dice finalmente, la voce calma, quasi un sussurro. Sento il sangue salirmi alla testa, ma non riesco a muovermi.
Provo a spingere con le gambe, a levarmelo di dosso, ma lui mi blocca i polsi sopra la testa con una mano, stringendo forte. Non è solo la forza, è il modo in cui lo fa, lento, controllato, come se sapesse esattamente cosa sta facendo. E poi succede qualcosa che non mi aspetto. Sento la sua altra mano scendere, infilarsi sotto i miei pantaloncini da lotta. Mi irrigidisco, il cuore che batte all’impazzata. “Che cazzo fai?” ringhio, ma la voce mi esce meno sicura di quanto vorrei.
Raul non risponde. Mi guarda, sempre con quel sorriso storto, e la sua mano mi afferra. Sono mezzo duro, non so nemmeno perché, forse l’adrenalina, forse la lotta, ma sentirlo lì mi manda in tilt. Inizia a muovere la mano, lento, senza fretta, e io non so come reagire. Jago, dall’esterno, scoppia a ridere e zooma ancora di più. “Guarda che bel Re, già bagnato dopo un takedown!” urla, mentre Ste aggiunge, con quella voce tagliente: “Pensavo fossi tu quello che incula, non quello che si fa inculare.” Le loro parole mi colpiscono come schiaffi, ma non riesco a concentrarmi su di loro. La mano di Raul è ancora lì, e io sto cercando di non perdere la testa.
Rido, nervoso, e provo a spingere via, a liberarmi, ma lui non molla. Anzi, aumenta la presa sui miei polsi, e con l’altra mano fa qualcosa che mi lascia senza fiato. Sento due dita, lubrificate con qualcosa di freddo – forse il gel da palestra che teniamo vicino al materassino – spingersi dentro di me, lente ma decise. Il bruciore iniziale si mischia a una sensazione che non capisco, un misto di imbarazzo e qualcosa che non voglio ammettere. “Cazzo, Raul, smettila,” dico, ma la mia voce è un casino, trema, e lui non mi ascolta. Continua a pompare, piano, guardandomi negli occhi come se volesse leggermi dentro.
Non ci vuole molto. Pochi secondi, e sento tutto il corpo tendersi, un’ondata che non riesco a fermare. Vengo, schizzi caldi sul mio stesso addome, mentre il gruppo intorno esplode in un urlo: “Primo punto per il Re caduto!” Jago sta praticamente piangendo dal ridere, il telefono che trema nella sua mano. Ste scuote la testa, un ghigno sadico sul volto. “Che caduta di stile, campione,” dice, sorseggiando la birra.
Raul finalmente si alza, si pulisce la mano sulla mia coscia con un gesto lento, quasi sprezzante, e mi guarda dall’alto. “Tocca a te stare sotto stasera,” dice, la voce sempre calma, senza alcuna emozione. Mi rialzo, rosso in faccia, il respiro pesante. Mi tiro su i pantaloncini, cercando di ignorare il casino appiccicoso sul mio stomaco. Rido, perché non so cos’altro fare. “Cazzo, è stato strano… ma va bene, prossima volta vi spacco,” dico, cercando di riprendere il controllo, di far vedere che non mi hanno spezzato.
Ma mentre prendo una birra dal frigo e mi siedo su una delle sedie di plastica, sento gli occhi di Raul ancora su di me. Non dice nulla, è tornato al muro, con le braccia incrociate, ma quel silenzio mi sta uccidendo. Jago continua a riguardare il video sul telefono, ridendo con Ste, e io mi chiedo cosa cazzo è appena successo. Non so se sono più incazzato o confuso, ma una cosa è certa: qualcosa è cambiato. E non so se sono pronto a scoprirlo.
