Racconti Piccanti
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“Ripeti che sei una troia”

“Ripeti che sei una troia”

23 Marzo 2026·9 min di lettura

Marco era sdraiato sul letto della sua stanza, le tende tirate nonostante fosse un sabato pomeriggio d’autunno. La luce filtrava appena, tingendo di grigio le pareti spoglie e il pavimento di linoleum. Aveva 24 anni, un corpo magro ma definito, con spalle larghe e fianchi stretti. Era nudo, le gambe divaricate, il respiro corto mentre stringeva tra le mani un dildo nero, grande, lucido di lubrificante. Lo faceva scivolare dentro di sé con movimenti lenti ma decisi, il viso contratto in una smorfia di piacere e concentrazione. La stanza era silenziosa, a parte il rumore umido e ritmico del giocattolo che entrava e usciva, e i suoi gemiti soffocati. Non aveva chiuso a chiave la porta, un errore che non aveva mai commesso prima, ma quel giorno la casa sembrava vuota. O almeno, così pensava.

La porta si spalancò di colpo. Antonio, il suo fratellastro di 19 anni, entrò senza bussare, con l’aria di chi non si aspetta nulla di particolare. Era più basso di Marco, ma robusto, con capelli corti castani e un’espressione sempre un po’ strafottente. Indossava una felpa nera e jeans aderenti, e in mano teneva il telefono, come se fosse appena rientrato da una passeggiata. Si fermò di colpo sulla soglia, gli occhi sgranati, la bocca socchiusa. Marco lo vide e il cuore gli si fermò per un istante. Con un movimento istintivo, cercò di tirarsi su, lasciando cadere il dildo sul letto con un tonfo umido. “Cazzo!” urlò, mentre cercava di afferrare qualcosa, qualsiasi cosa, per coprirsi. Nella fretta, inciampò nelle lenzuola aggrovigliate e cadde a terra con un rumore sordo, finendo carponi, il culo ancora lucido di lubrificante esposto verso Antonio.

Antonio non si mosse subito. Rimase fermo, con un sopracciglio alzato, e un’espressione che passava dallo shock a qualcosa di più ambiguo, quasi un ghigno. “Ma che cazzo sto vedendo, Marco?” disse, la voce bassa ma carica di sarcasmo. Chiuse la porta dietro di sé con un calcio, senza distogliere lo sguardo. “Ti stai inculando da solo? Sul serio?”

Marco, ancora a terra, si girò di scatto, il viso rosso per la vergogna, ma anche per la rabbia. “Esci subito, stronzo! Non sono affari tuoi!” ringhiò, cercando di rialzarsi, ma le gambe gli tremavano. Sentiva il cuore battere forte, un misto di panico e umiliazione che gli stringeva lo stomaco. Non riusciva a guardare Antonio negli occhi, ma percepiva il suo sguardo che lo perforava, come se lo stesse spogliando ancora di più, anche se era già nudo.

Antonio incrociò le braccia, appoggiandosi alla porta chiusa. “Nah, non me ne vado. Questo è troppo divertente.” Fece un passo avanti, lentamente, come un predatore che sa di avere la preda in trappola. “Ti sei fatto un bel giocattolo, eh? Quanto è grosso? Sembra che ti piaccia un sacco.” Il tono era beffardo, ma c’era una sfumatura di curiosità, quasi di sfida.

Marco finalmente riuscì a tirarsi in piedi, ma non aveva nulla per coprirsi. Stava con le mani davanti all’inguine, il viso girato di lato. “Smettila, Antonio. Non sto scherzando. Vattene o ti spacco la faccia,” disse, ma la voce gli tremava, tradendo la sua insicurezza. Sapeva che non poteva fare nulla, non in quella situazione. Era esposto, vulnerabile, e Antonio lo sapeva.

Antonio rise, un suono secco e tagliente. “Spaccarmi la faccia? Tu? Guardati, sei patetico. Sei lì che ti infili roba nel culo e fai il duro con me?” Si avvicinò ancora, fermandosi a pochi passi da Marco. “Sai che c’è? Non me ne frega un cazzo di andarmene. Anzi, voglio vedere come fai. Dai, continua. Fammi vedere quanto sei bravo.”

Marco lo fissò, incredulo, con il respiro corto. “Sei pazzo? Non sto scherzando, esci!” Ma Antonio non si mosse. Il suo sguardo era fermo, duro, e Marco sentì un brivido correrGli lungo la schiena. Non era solo imbarazzo, c’era qualcosa di più profondo, una tensione che non riusciva a spiegare. Il silenzio tra loro si fece pesante, interrotto solo dal rumore del suo respiro irregolare.

“Dai, non fare lo stronzo timido adesso,” continuò Antonio, abbassando la voce. “Ti ho beccato, no? Quindi tanto vale che vai avanti. O vuoi che lo faccia io per te?” Fece un cenno con il mento verso il dildo sul letto, ancora lucido e abbandonato tra le lenzuola.

Marco scosse la testa, ma non riusciva a rispondere. La vergogna gli bruciava, ma c’era anche una parte di lui, nascosta, che si sentiva stuzzicata da quelle parole. Era come se Antonio stesse giocando con lui, spingendolo oltre un limite che non aveva mai pensato di superare. “Sei un malato,” mormorò, ma la sua voce non aveva più la stessa forza di prima.

Antonio si avvicinò ancora, fino a essere a pochi centimetri da lui. Marco poteva sentire il calore del suo corpo, l’odore del suo deodorante misto al sudore. “Siediti sul letto,” ordinò Antonio, la voce improvvisamente ferma, senza traccia di sarcasmo. “E prendilo in mano. Ora.”

Marco esitò, il cuore che gli martellava nel petto. Avrebbe voluto dirgli di no, di andarsene, ma qualcosa lo bloccava. Forse era la paura di come Antonio avrebbe potuto reagire, o forse era qualcosa di più oscuro, un desiderio che non voleva ammettere nemmeno a se stesso. Lentamente, si sedette sul bordo del letto, le mani tremanti. Guardò il dildo, poi Antonio, e infine lo afferrò, sentendo il silicone freddo contro il palmo.

“Bravo,” disse Antonio, con un sorriso storto. “Adesso fai quello che stavi facendo prima. E non fare il timido, tanto ti ho visto.”

Marco strinse i denti, il viso in fiamme. “Sei un bastardo,” sussurrò, ma iniziò a muovere il dildo, lentamente, sentendo il lubrificante ancora scivoloso contro la pelle. Si posizionò con una gamba piegata sul letto, l’altra a terra, e lo fece scivolare dentro di sé con un movimento cauto. Il respiro gli si mozzò in gola, e chiuse gli occhi per un attimo, cercando di ignorare Antonio che lo fissava.

“Guardami mentre lo fai,” disse Antonio, con un tono che non ammetteva repliche. Marco aprì gli occhi, riluttante, e lo trovò a guardarlo con un’intensità che lo fece rabbrividire. “Ecco, così. Non sei male, sai? Sembri proprio una troia.”

Quelle parole lo colpirono come uno schiaffo, ma allo stesso tempo sentirle gli provocò un brivido che non riuscì a ignorare. Continuò a muoversi, il dildo che entrava e usciva con un ritmo più deciso, il corpo che si tendeva a ogni spinta. Antonio si avvicinò ancora di più, fino a sedersi sul letto accanto a lui. “Dammi qua,” disse, allungando una mano.

Marco esitò, ma Antonio gli strappò il dildo dalle mani senza dargli il tempo di reagire. “Rilassati, ci penso io.” Lo guardò negli occhi, e Marco sentì il sangue gelarsi. Non c’era più spazio per protestare. Antonio si posizionò meglio, spingendo Marco a sdraiarsi sulla schiena, con le gambe divaricate. Prese il dildo e lo fece scivolare dentro di lui con una spinta decisa, facendolo gemere involontariamente.

“Cazzo, sì, così,” mormorò Antonio, osservando ogni reazione sul viso di Marco. “Ti piace, eh? Dillo. Ripeti che sei una troia.”

Marco scosse la testa, il respiro affannoso, ma Antonio spinse di nuovo, più forte, facendolo inarcare contro il materasso. “Dillo, cazzo. Ripeti che sei una troia o non mi fermo.”

Marco chiuse gli occhi per un momento, il viso contratto, poi li riaprì, fissando il soffitto. “Sono una troia,” sussurrò, la voce rotta, ma Antonio non era soddisfatto. “Più forte, non ti sento.”

“Sono una troia!” gridò Marco, il viso rosso, un misto di vergogna e piacere che gli faceva tremare le gambe. Antonio sorrise, continuando a muovere il dildo con ritmo costante, guardandolo contorcersi sotto di lui. “Ecco, bravo. Lo sei davvero.”

Continuò così per diversi minuti, un gioco di controllo e sottomissione che sembrava non avere fine. Marco sentiva il corpo teso, il piacere che cresceva nonostante tutto, mentre Antonio lo dominava con quel giocattolo, spingendolo al limite. La stanza era piena di rumori: i gemiti di Marco, il suono umido del silicone contro la sua pelle, il respiro pesante di Antonio.

A un certo punto, Antonio si fermò, estraendo il dildo con un movimento lento. Marco lo guardò, confuso, il corpo ancora fremente. “Perché ti sei fermato?” chiese, la voce rauca.

Antonio non rispose subito. Si slacciò i jeans, lasciandoli cadere insieme ai boxer, rivelando il suo membro già duro, pulsante. Era più spesso di quanto Marco si aspettasse, con vene marcate e la punta lucida. “Basta giocattoli,” disse, con un tono basso, quasi ringhiante. “Adesso ti scopo come si deve.”

Marco non ebbe il tempo di reagire. Antonio lo afferrò per i fianchi, girandolo di forza sullo stomaco. “Mettiti a quattro zampe,” ordinò, e Marco obbedì, le mani e le ginocchia che tremavano contro il materasso. Sentì le mani di Antonio sui fianchi, poi sui capelli, tirandoli indietro con forza. “Ti scopo come una puttana, capito?” disse, posizionandosi dietro di lui.

Marco sentì la punta del membro di Antonio contro di sé, e poi una spinta decisa che lo fece gemere forte. “Cazzo!” urlò, stringendo le lenzuola tra le mani. Antonio non si fermò, iniziando a muoversi con un ritmo selvaggio, tenendolo per i capelli come se fosse un oggetto. Ogni spinta era profonda, dura, e Marco sentiva il corpo bruciare, un misto di dolore e piacere che gli toglieva il fiato.

“Ti piace, eh? Dillo, cazzo!” ringhiò Antonio, tirandogli i capelli con più forza.

“Sì, cazzo, mi piace!” rispose Marco, la voce spezzata, mentre il letto cigolava sotto i loro movimenti. La stanza puzzava di sudore e lubrificante, i loro respiri pesanti si mescolavano ai suoni dei loro corpi che si scontravano. Antonio lo teneva fermo, dominandolo completamente, spingendo sempre più forte, come se volesse spaccarlo in due.

Marco sentiva il piacere crescere, un’onda che lo travolgeva, e Antonio sembrava accorgersene. “Vieni, dai, troia, fammi vedere quanto ti piace,” gli sussurrò all’orecchio, senza rallentare. Marco non resistette più, il corpo si tese e un gemito gutturale gli sfuggì dalla gola mentre raggiungeva l’orgasmo, tremando sotto di lui.

Antonio continuò ancora per qualche istante, poi con un grugnito profondo si fermò, svuotandosi dentro di lui con spinte finali lente e profonde. Rimase fermo per un momento, ansimando, poi si tirò indietro, lasciandosi cadere seduto sul letto. Marco rimase a quattro zampe, il respiro irregolare, il corpo ancora scosso.

Nessuno dei due parlò subito. Antonio si passò una mano tra i capelli, guardando Marco con un’espressione indefinibile. “Cazzo, sei proprio un casino,” disse infine, con un mezzo sorriso. Marco non rispose, ma si lasciò cadere sul letto, esausto, il corpo ancora caldo e sudato.

Non c’era bisogno di dire altro. La tensione era svanita, sostituita da una strana calma, un’intimità che nessuno dei due avrebbe mai ammesso ad alta voce. Rimasero così, in silenzio, lasciando che il momento si dissolvesse da solo.

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