Debora: la ragazza che non dovevo toccare
Sono in cucina, le mani ancora sporche di grasso dal lavoro, quando sento il campanello. Mi asciugo in fretta con uno straccio e vado ad aprire. È lei. Debora. La vedo e mi si secca la gola. Vent’anni, un vestitino nero aderente che le arriva appena sopra le cosce, una maglietta bianca senza reggiseno. I capezzoli spingono contro il tessuto, duri, sfacciati. I suoi occhi scuri brillano di una luce che conosco bene, una luce che non dovrebbe essere lì. Non per me. Non per suo “zio”.
“Ciao, zio Giuseppe,” dice, con quella voce un po’ roca, un sorriso che è un invito. “Posso entrare? Devo prendere dei libri vecchi per l’università.”
Annuisco, muto come un idiota. La lascio passare. Il suo profumo mi colpisce subito, dolce e caldo, ma sotto c’è già l’odore della sua pelle, un richiamo che mi fa stringere i pugni. Cammina davanti a me, il culo tondo che si muove sotto quel vestitino, sodo, perfetto. Mi obbligo a distogliere lo sguardo. Non dovrei. Non posso. Ma i miei occhi tornano lì, come calamitati.
“Sono in quel mobile, vero?” dice, indicando un armadietto basso in cucina. Si china per guardare, e il vestitino si alza appena, abbastanza da farmi vedere l’orlo delle mutandine nere. Il cuore mi batte come un martello. Sento il sangue scendere tutto laggiù, il cazzo che già tira nei pantaloni. Stringo i denti. Devo controllarmi. Sono suo zio, per la miseria. Anche se non di sangue, anche se è solo perché sua madre era la sorella della mia ex. Ma lo sono. Non posso.
“Ti aiuto,” borbotto, avvicinandomi. Mi chino accanto a lei, ma il suo fianco sfiora il mio. È caldo. Troppo caldo. Alza lo sguardo su di me, le labbra socchiuse, un’espressione che non è innocente per niente. “Grazie, zio,” sussurra, e quel “zio” mi fa un effetto che non dovrebbe. Mi fa venire voglia di spingerla contro il muro e farle capire cosa succede a provocarmi così.
“Debora, smettila,” ringhio piano, la voce già incrinata. “Non fare la stupida.”
“Stupida?” ride, una risata bassa, sporca. Si rialza, si appoggia al mobile con le mani dietro di sé, spingendo il petto in fuori. “Non sono stupida, zio. So cosa vuoi. E lo voglio anch’io.”
Quelle parole mi spezzano qualcosa dentro. Il controllo, forse. O la coscienza. Non lo so. So solo che un attimo dopo le sono addosso. Le mie mani le afferrano i fianchi, la spingo contro il mobile con una forza che non riconosco nemmeno come mia. La bacio, ma non è un bacio dolce. È rabbia, è fame. Le mordo il labbro, le infilo la lingua in bocca, e lei geme subito, un suono che mi fa impazzire. Le sue mani mi afferrano i capelli, mi tira a sé, come se volesse di più.
“Finalmente, zio,” ansima contro le mie labbra. “Scopami. Ora.”
Quelle parole sono un colpo al basso ventre. Non penso più. Le alzo il vestitino con uno strattone, scopro quel culo perfetto avvolto solo da un filo di tessuto nero. Le abbasso le mutandine, gliele lascio a metà coscia. È già bagnata, lo sento prima ancora di toccarla. Le infilo due dita dentro senza preavviso, dritto nella sua fica stretta, calda, che mi stringe come un vizio. Lei si inarca, un gemito forte, quasi un urlo. “Cazzo, zio, sì!”
“Sei bagnata come una troia da quando sei entrata,” le ringhio all’orecchio, muovendo le dita dentro di lei, sentendo i suoi succhi colarmi sulle nocche. L’odore della sua eccitazione mi riempie le narici, dolce e pungente, un odore che mi fa perdere la testa. “Lo volevi, eh? Lo sapevi che ti avrei preso così.”
“Sì, sì, lo volevo,” geme, spingendosi contro la mia mano. La sua voce trema, ma i suoi occhi sono fuoco puro. “Prendimi, zio. Fammi tua.”
Non resisto più. Mi slaccio i pantaloni con una mano, l’altra ancora dentro di lei, che la allarga, la prepara. Tiro fuori il cazzo, duro come il marmo, già bagnato sulla punta. La giro di forza, la spingo a piegarsi sul mobile. Il suo culo è lì, tondo, perfetto, che mi chiama. Le tiro i capelli con una mano, le faccio inarcare la schiena. “Apri bene, troietta,” le ordino, la voce roca, spezzata. “Adesso ti sfondo.”
Non aspetto risposta. Mi spingo dentro di lei in un solo colpo, fino in fondo. È stretta, caldissima, mi avvolge come un guanto. Sento ogni pulsazione, ogni contrazione della sua fica mentre la riempio. Lei urla, un misto di dolore e piacere, ma si spinge indietro, lo vuole tutto. “Cazzo, zio, sei grosso,” ansima, la voce rotta. “Sfondami, dai, fammi male.”
La scopo forte, senza ritegno. Ogni spinta è un colpo secco, il rumore bagnato della sua fica che mi accoglie mi rimbomba nelle orecchie, uno schiaffo umido, osceno. Il tavolo trema sotto di noi, i suoi gemiti si mescolano ai miei grugniti. Le stringo i fianchi con le mani, le unghie che le segnano la pelle. “Sei bellissima, piccola,” le sussurro, la voce che trema mentre la prendo. “Sei mia, capito? Solo mia.”
“Sì, zio, sono tua,” geme, voltandosi appena a guardarmi. Ha il viso arrossato, gli occhi lucidi, la bocca aperta in un’espressione di pura estasi. “Vieni dentro, ti prego. Riempimi.”
Non ci vuole molto. La sento stringersi attorno a me, il suo orgasmo che la fa tremare tutta, un urlo strozzato che mi manda oltre il limite. Vengo dentro di lei, un’esplosione che mi svuota, fiotti caldi che la riempiono mentre il mio cazzo pulsa ancora. Resto fermo un attimo, dentro di lei, il respiro affannoso, il sudore che mi cola lungo la schiena. L’odore di sesso, di sperma, di noi due, mi avvolge. È ovunque.
Piano, mi tiro fuori. Lei si gira, le gambe che tremano, il viso ancora stravolto dal piacere. Mi guarda, e per un attimo non so cosa dire. Mi rimprovero dentro. Cosa ho fatto? È Debora. È sbagliato. Ma non riesco a pentirmi. Non davvero.
Lei si rialza il vestitino, si sistema le mutandine senza dire una parola. Poi si avvicina, mi dà un bacio lento, dolce, sulla bocca. “Ci vediamo presto, zio,” sussurra, con un sorrisetto che mi fa rabbrividire. E se ne va, lasciandomi lì, in cucina, con l’odore di lei ancora addosso e una domanda che mi martella in testa. Cosa diavolo ho appena iniziato?
