Racconti Piccanti
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Pazza per l’amico di mio figlio

Pazza per l’amico di mio figlio

18 Marzo 2026·5 min di lettura

Non so cosa mi sia preso quel giorno. Ero su quella barca, il sole che mi bruciava la pelle, il mare che luccicava come se volesse prendermi in giro, e io, Stefania, 54 anni suonati, con i miei fianchi larghi e il seno che non sta più su come una volta, mi sentivo fuori posto. Una gita in famiglia, la mia e quella di un amico di mio figlio, tutti a ridere e scherzare, e io che cercavo di non far vedere quanto fossi nervosa. Non era il rollio della barca a farmi girare la testa, no. Era Marco. Ventidue anni, alto, spalle larghe, capelli mossi scuri che gli cadevano sulla fronte, e un sorriso che sembrava dire “so cosa vuoi, e te lo do quando mi pare”. L’amico di mio figlio. Cristo santo, che razza di pensieri mi venivano.

Eravamo in mezzo al mare, in una di quelle giornate estive che sembrano durare per sempre. La costa si vedeva appena, una linea sfumata all’orizzonte, e la barca ondeggiava piano, ancorata vicino a una spiaggetta isolata. Io ero seduta a prua, con un pareo legato in vita, cercando di non guardarlo troppo. Ma lui era lì, in costume, la pelle già abbronzata che brillava di gocce d’acqua, i muscoli del torace che si muovevano ogni volta che tirava una corda o passava una birra a qualcuno. Mi guardava, lo sapevo. Non con quegli sguardi casuali che fai per caso. No, i suoi occhi parlavano. Mi fissavano con una sfacciataggine che mi faceva sudare freddo, anche sotto il sole cocente. Ogni tanto si avvicinava, per aiutare con qualcosa, e il suo braccio sfiorava il mio. “Scusa,” diceva, con quel tono che non aveva niente di scusante. Io balbettavo un “niente, figurati,” e mi odiavo per quanto sembravo una scema.

A un certo punto, qualcuno ha proposto di fare un bagno. Io ho esitato. Non mi sentivo a mio agio con il costume, con le mie cosce piene e le rughe che non riesco più a nascondere. Ma Marco mi ha guardato, ha alzato un sopracciglio e ha detto: “Dai, Stefania, non fare la timida. L’acqua è perfetta.” La sua voce era bassa, quasi un invito, e io, come una cretina, ho annuito. Siamo scesi in mare, tutti insieme, ma lui si è avvicinato nuotando. “Andiamo verso la spiaggetta laggiù?” ha proposto, indicando un angolo di sabbia nascosto da una piccola scogliera. Gli altri erano troppo lontani, troppo presi a schizzarsi e ridere. Ho detto di sì, senza pensarci troppo. Dentro di me, una voce urlava “che cavolo stai facendo?”, ma un’altra, più profonda, più affamata, mi spingeva a seguirlo.

Abbiamo nuotato fianco a fianco. Sentivo il mio cuore battere forte, non per la fatica, ma per la sua vicinanza. Ogni tanto le nostre gambe si sfioravano sott’acqua, e io mi sentivo bruciare. Quando siamo arrivati alla spiaggetta, ci siamo sdraiati sulla sabbia umida, lontani da occhi indiscreti. La mia pelle, morbida ma segnata dal tempo, sembrava così fuori posto accanto al suo corpo giovane e teso. Lui si è appoggiato su un gomito, guardandomi con quegli occhi che non mollavano mai. “Sai che sei bellissima, vero?” ha detto, senza giri di parole. Io sono scoppiata a ridere, nervosa, scuotendo la testa. “Non dire stupidaggini, Marco. Potresti essere mio figlio.” Lui ha sorriso, un sorriso lento, pericoloso. “E allora? Non sto parlando di età. Sto parlando di quello che vedo.”

Non so come, ma la sua mano era già sulla mia coscia. Le sue dita, calde, premevano leggermente, e io non riuscivo a muovermi. Avrei voluto dirgli di smettere, ma la verità è che non volevo. Ero un fascio di nervi, un misto di paura e voglia che non riuscivo a controllare. “Marco, non dovremmo…” ho iniziato, ma lui si è avvicinato, il suo respiro sul mio collo. “Shh, non dire niente,” ha sussurrato, e la sua mano è salita, sfiorando il bordo del costume. Mi sono irrigidita, ma non l’ho fermato. Le sue dita si sono infilate sotto il tessuto, lente, sicure, e quando hanno trovato la mia carne, ho sentito un brivido che mi ha attraversato tutta. Mi sditalinava con una calma che mi faceva impazzire, i movimenti precisi, il pollice che sfregava appena nel punto giusto. Ho chiuso gli occhi, mordendomi un labbro per non fare rumore, ma un gemito mi è sfuggito lo stesso. Lui ha riso piano, vicino al mio orecchio. “Ti piace, eh?” ha detto, e poi mi ha baciato. Un bacio profondo, famelico, la sua lingua che cercava la mia senza chiedere permesso. Sapeva di sale e di sole, e io mi sono persa, lasciando che mi stringesse contro di sé.

Non so quanto tempo sia passato, ma a un certo punto ho sentito un rumore lontano, un motore. La barca. Mi sono tirata indietro di scatto, il cuore in gola. “Dobbiamo tornare,” ho detto, la voce tremante. Lui ha annuito, ma prima di alzarsi mi ha guardato un’ultima volta, un lampo di trionfo negli occhi. “Non è finita qui,” ha detto, e io ho sentito un vuoto nello stomaco.

Tornati in barca, ho cercato di fare finta di niente. Mi sono avvolta nel pareo, ho preso un bicchiere d’acqua con mani che tremavano, e ho evitato di guardarlo. Ma lui non aveva nessuna intenzione di lasciarmi in pace. Ogni tanto passava vicino a me, con la scusa di prendere qualcosa o di aiutare qualcuno. Si chinava, il suo viso a pochi centimetri dal mio orecchio, e sussurrava cose che mi facevano arrossire fino alla punta dei capelli. “Non riesci a smettere di pensarci, vero?” ha detto una volta, la voce bassa, quasi un ringhio. “Lo vedo da come stringi le gambe.” Io non rispondevo, non ci riuscivo, ma sentivo il calore che mi risaliva lungo la schiena. Un’altra volta, mentre passava con una bottiglia d’acqua, ha mormorato: “Più tardi ti faccio vedere cosa so fare davvero.” Ogni parola era una coltellata al mio autocontrollo, e io non riuscivo a pensare ad altro che a quella spiaggetta, alle sue mani, alla sua bocca.

Il sole cominciava a calare, la gita stava per finire, ma dentro di me niente si era calmato. Ero un disastro, combattuta tra la voglia di scappare da lui e quella di lasciarmi prendere, lì, davanti a tutti, senza curarmi di niente. Quando la barca ha attraccato, Marco si è voltato verso di me, un ultimo sguardo che mi ha trafitto. “Ci vediamo presto, Stefania,” ha detto, e io ho capito che non era una promessa vuota. Ero fregata, lo sapevo. E la cosa peggiore? Non vedevo l’ora di scoprire cosa sarebbe successo dopo.

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