Racconti Piccanti
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Scopata per bene dal figlio di mia cugina

Scopata per bene dal figlio di mia cugina

26 Marzo 2026·8 min di lettura

Mi chiamo Vanessa, ho 52 anni, e non avrei mai pensato di ritrovarmi in una situazione del genere. Sono una donna che ha sempre avuto il controllo, una che sa cosa vuole e come prenderselo. Vivo da sola da quando il mio ex marito se n’è andato, dieci anni fa, e da allora ho avuto qualche storia, niente di serio. Ma quello che è successo con Alberto, il figlio di mia cugina, mi ha spiazzato. Non so nemmeno come ci sono finita dentro, ma so che non riesco a smettere di pensarci.

È iniziato tutto un sabato pomeriggio di fine estate. Ero a casa di mia cugina Laura per una grigliata in famiglia, una di quelle riunioni dove si parla troppo e si mangia ancora di più. Alberto era lì, come sempre, ma stavolta l’ho guardato con occhi diversi. Ventun anni, alto, spalle larghe da nuotatore, capelli scuri un po’ spettinati. Non era più il ragazzino che vedevo crescere. Mi ha sorriso mentre passavo con un piatto di carne, e ho sentito qualcosa scaldarsi dentro, un formicolio che non provavo da anni.

“Zia Vanessa, mi dai una mano con la griglia?” mi ha chiesto, con quella voce un po’ roca che non avevo mai notato prima.

“Non sono tua zia, Alberto, lo sai,” ho risposto, secca, ma con un mezzo sorriso. “E sì, vieni, andiamo.”

Ci siamo messi a lavorare fianco a fianco, lui girava le salsicce, io sistemavo le verdure. Ogni tanto le nostre mani si sfioravano, e non so se fosse un caso o meno, ma ogni volta sentivo una scarica. Mi sono sorpresa a guardarlo di sottecchi: la maglietta aderente che mostrava i muscoli del braccio, il sudore che gli colava sulla fronte. Ho provato a ignorare quella sensazione, ma era come un prurito che non riuscivo a grattare.

“Fa caldo oggi, eh?” ha detto a un certo punto, passandosi una mano sulla nuca.

“Sì, troppo,” ho risposto, ma non stavo parlando del tempo. Mi sono accorta che mi stava fissando, i suoi occhi verdi che mi studiavano. Non era uno sguardo innocente. Ho sentito il cuore battere più forte.

Più tardi, mentre gli altri erano dentro casa a bere e chiacchierare, io ero in cucina a lavare qualche piatto. Alberto è entrato, con la scusa di prendere una birra dal frigo. Ha chiuso la porta dietro di sé, e il silenzio ci ha avvolto. Mi sono girata e l’ho trovato a due passi da me, troppo vicino.

“Che ci fai qui?” ho chiesto, con la voce che tremava appena.

“Volevo parlarti,” ha detto, appoggiandosi al bancone. “Ti ho vista come mi guardi, Vanessa. Non sono stupido.”

Ho deglutito, il sapone ancora sulle mani. “Non so di cosa parli.”

Ha riso, un suono basso, quasi un grugnito. “Sì che lo sai. E lo vuoi quanto me.”

Non ho avuto il tempo di rispondere. Si è avvicinato, e in un istante le sue labbra erano sulle mie, dure, insistenti. Ho provato a spingerlo via per un secondo, ma il calore della sua bocca, il sapore della birra che aveva bevuto, mi hanno travolto. Ho ricambiato il bacio, affondando le mani nei suoi capelli. Era sbagliato, lo sapevo, ma il mio corpo non ascoltava la testa.

“Non qui,” ho sussurrato, staccandomi appena. “Ci vedono.”

“Andiamo di sopra,” ha detto, con un tono che non ammetteva repliche. Mi ha preso per il polso e mi ha trascinato verso le scale. Il cuore mi martellava nel petto mentre salivamo, cercando di non fare rumore. Siamo entrati in una camera degli ospiti, ha chiuso la porta a chiave. Non c’era tempo per pensare, solo per agire.

Mi ha spinto contro il muro, le sue mani già sotto la mia maglietta. Sentivo la sua erezione premere contro di me attraverso i jeans, dura come il ferro. Mi ha baciato il collo, mordicchiandomi la pelle, e un gemito mi è scappato dalla gola.

“Shh, non fare rumore,” ha mormorato, la bocca vicino al mio orecchio. “Non voglio che ci sentano mentre ti scopo.”

Quelle parole mi hanno fatto tremare. Non ero abituata a sentire un ragazzo così giovane parlare in quel modo, ma mi eccitava da morire. Ho tirato via la sua maglietta, passando le mani sul suo petto liscio, sentendo i muscoli tesi sotto le dita. Aveva un odore di sudore e colonia, un mix che mi faceva girare la testa.

“Guardati,” ha detto, tirandomi su la gonna. “Sei già bagnata, vero? Lo sento da come respiri.”

“Sta’ zitto e fai qualcosa,” ho ringhiato, spingendolo verso il letto. Mi sono tolta le mutandine con un gesto rapido, lasciandole cadere a terra. Lui si è slacciato i jeans, liberando il suo cazzo. Era grosso, più di quanto mi aspettassi, con la punta già lucida. L’ho guardato per un istante, sentendo la bocca secca.

“Ti piace quello che vedi?” ha chiesto con un ghigno, accarezzandosi lentamente.

“Non fare lo stronzo, vieni qui,” ho detto, sdraiandomi sul letto e aprendo le gambe. Non avevo tempo per giochetti. Lo volevo dentro di me, subito.

Si è messo sopra di me, sfregando la sua erezione contro la mia figa, facendomi rabbrividire. “Dimmi quanto lo vuoi,” ha sussurrato, la voce bassa e sporca. “Dimmelo, Vanessa.”

“Lo voglio,” ho ansimato, afferrandogli i fianchi per tirarlo più vicino. “Scopami, Alberto. Adesso.”

Ha spinto dentro con un colpo deciso, riempiendomi completamente. Ho trattenuto un urlo, mordendomi il labbro. Era grosso, mi allargava, e il dolore si mescolava al piacere in un modo che mi faceva impazzire. Ha iniziato a muoversi, lento all’inizio, poi più veloce, i nostri corpi che sbattevano insieme. Il letto cigolava leggermente, e speravo che nessuno sotto lo sentisse.

“Sei stretta da morire,” ha grugnito, affondando più forte. “Cazzo, non pensavo fosse così con te.”

“Chiudi quella bocca e continua,” ho detto, stringendogli le natiche per spingerlo più a fondo. Ogni spinta mi faceva vedere le stelle, il suo cazzo che colpiva quel punto dentro di me che mi faceva tremare. Sentivo il sudore scivolarmi lungo la schiena, l’odore del sesso che riempiva la stanza, il suono bagnato dei nostri corpi che si incontravano.

“Ti piace così, eh?” ha detto, rallentando un attimo per guardarmi negli occhi. “Dimmi come lo vuoi.”

“Più forte,” ho risposto senza pensarci, la voce roca. “Fammi male, cazzo.”

Ha obbedito, aumentando il ritmo, le sue mani che mi stringevano i fianchi così forte che sapevo avrei avuto i lividi. Mi ha sollevato una gamba, mettendosela sulla spalla, e la nuova angolazione mi ha fatto gemere più forte di quanto volessi. Ha messo una mano sulla mia bocca per soffocare i suoni, e quel gesto mi ha eccitato ancora di più.

“Non puoi stare zitta, vero?” ha detto, ansimando. “Vuoi che ci beccano mentre ti sfondo?”

Ho scosso la testa, ma il pensiero mi ha mandato una scarica lungo la schiena. Il rischio, il proibito, tutto questo mi stava mandando fuori di testa. Ho sentito l’orgasmo montare, caldo e inevitabile, mentre lui continuava a spingere senza sosta. Il suo respiro era pesante, i grugniti che gli uscivano dalla gola erano quasi animali.

“Sto per venire,” ho sussurrato, le unghie conficcate nella sua schiena. “Non fermarti, ti prego.”

“Neanche io resisto più,” ha detto, la voce spezzata. “Dove lo vuoi?”

“Dentro,” ho risposto senza esitare. “Riempimi.”

Ha dato un ultimo colpo, profondo, e l’ho sentito pulsare dentro di me mentre veniva, il calore del suo seme che si mescolava al mio piacere. Sono venuta anch’io, un’ondata che mi ha travolto, facendomi tremare sotto di lui. Siamo rimasti così per un attimo, ansimanti, i corpi appiccicosi di sudore.

Ma non era finita. Dopo un minuto, si è tirato fuori lentamente, guardandomi con un sorrisetto. “Non penserai che abbiamo chiuso, vero?” ha detto, girandomi di schiena con una spinta decisa. Mi ha messo a quattro zampe sul letto, le mani sui miei fianchi. Sentivo il suo cazzo, ancora mezzo duro, sfregare contro di me.

“Di nuovo?” ho chiesto, voltandomi a guardarlo. Ero sfinita, ma il desiderio non era sparito.

“Sì, di nuovo,” ha detto, dandomi una sculacciata leggera ma secca. “Non ho ancora finito con te.”

Mi ha penetrato da dietro, e stavolta era diverso, più profondo, più ruvido. Ho affondato la faccia nel cuscino per non gridare, sentendo ogni centimetro di lui che mi riempiva. Le sue mani mi stringevano, una sul fianco, l’altra che scivolava sotto per stuzzicarmi il clitoride. Ero ipersensibile dopo il primo orgasmo, e ogni tocco era come una scossa elettrica.

“Ti piace così, vero?” ha detto, la voce carica di lussuria. “Ti piace farti prendere come una troia dal figlio di tua cugina.”

Quelle parole mi hanno colpito come un pugno, ma invece di offendermi mi hanno eccitato ancora di più. “Sì,” ho ansimato, spingendomi indietro contro di lui. “Mi piace. Non fermarti.”

Ha continuato, il ritmo implacabile, il suono della sua pelle che sbatteva contro la mia che riempiva la stanza. Sentivo il suo respiro caldo sul collo, i suoi denti che mi mordevano la spalla. Il piacere era quasi troppo, un misto di dolore e estasi che mi faceva perdere il controllo. Sono venuta di nuovo, più forte di prima, le gambe che tremavano sotto di me. Lui mi ha seguito poco dopo, grugnendo mentre si svuotava dentro di me per la seconda volta.

Ci siamo accasciati sul letto, sudati, sfiniti. Il silenzio era pesante, rotto solo dal nostro respiro. Mi sono girata a guardarlo, i suoi occhi verdi che brillavano di una luce che non riuscivo a decifrare.

“Non dirlo a nessuno,” ho detto, la voce bassa, quasi un ordine.

Ha sorriso, un sorriso storto, pericoloso. “Non dirlo a nessuno,” ha ripetuto, passandosi una mano tra i capelli. “Ma non è l’ultima volta, Vanessa. Lo sai.”

E mentre lo guardavo, con il corpo ancora caldo del suo tocco, ho capito che aveva ragione. Non sarebbe finita lì. Non potevo farci niente.

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