Racconti Piccanti
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Una stupida scommessa finita male

Una stupida scommessa finita male

26 Marzo 2026·9 min di lettura

Sono Nicola, ho vent’anni e non avrei mai pensato che una serata del cavolo potesse trasformarsi in qualcosa di così assurdo. È sabato, sono a una festa in una casa piena di gente che conosco a malapena. L’odore di birra e fumo mi pizzica il naso, la musica pompa a tutto volume, e io sono già un po’ brillo dopo qualche bicchierone di troppo. Non so nemmeno come ci sono finito dentro, ma a un certo punto mi ritrovo a fare una scommessa idiota con un gruppo di ragazzi. Chi beve più shot di vodka in un minuto vince, e il perdente deve fare una penitenza. Ovvio che perdo. Non reggo l’alcol per niente, e dopo il terzo bicchierino sto già per vomitare. Ridono tutti, e uno di loro, un tipo con la faccia da strafottente, lancia la penitenza: “Ti spogli e stai nudo per tutta la sera. Dai, non fare il codardo!”

Non ho scelta. O faccio come dicono, o passo per il coglione della situazione. Mi tolgo i vestiti con le guance che mi bruciano, mentre un coro di risate e fischi mi travolge. Resto in piedi in mezzo al salotto, con le mani che istintivamente coprono il pacco, ma non basta. Qualcuno mi spinge via le braccia e mi ritrovo esposto, con la pelle d’oca e un imbarazzo che mi fa quasi tremare. E, maledizione, non so perché, ma ce l’ho mezzo duro. Non è eccitazione, è solo il casino della situazione, il sangue che mi pompa nelle vene per la vergogna. Ma lo vedono tutti, e le risate diventano ancora più forti.

Tra la folla, due tizi che non avevo notato prima si avvicinano. Hanno l’aria di essere più grandi degli altri, sui trentacinque e trentadue anni, con facce da chi ne ha viste di tutti i colori. Uno è alto, con una barba corta e un sorriso che sembra più una smorfia, l’altro è più basso, robusto, con una maglietta aderente che gli segna i muscoli. Mi guardano dall’alto in basso, e quello con la barba dice, a voce abbastanza alta perché tutti sentano: “Guarda qua, il ragazzino ce l’ha già mezzo pronto. Che ci fai con ‘sto coso, eh?”

Mi si stringe lo stomaco. Provo a rispondere qualcosa, ma mi esce solo un balbettio. L’altro, quello robusto, scoppia a ridere e aggiunge: “Dai, non fare il timido. Sembra che ti piaccia farti guardare. Vuoi che ti diamo una mano a sistemarlo?”

Non capisco se stanno scherzando o cosa, ma il tono non è amichevole. Mi sento un idiota, nudo in mezzo a una stanza piena di sconosciuti, con questi due che mi fissano come se fossi un pezzo di carne. La festa continua, la musica rimbomba, ma io sento solo il battito del mio cuore che mi martella nelle orecchie. Provo a fare un passo indietro, ma il tipo con la barba mi blocca con una mano sulla spalla. “Dove vai? Non abbiamo finito di divertirci. Vieni un attimo con noi, dai.”

Non so perché non protesto. Forse perché sono ubriaco, forse perché non voglio fare una scenata. Mi trascinano verso un corridoio, lontano dagli occhi della gente, e mi spingono dentro una camera da letto. La porta si chiude con un clic che mi fa sobbalzare. La stanza è piccola, con un letto sfatto e una luce fioca che viene da una lampada sul comodino. Odora di chiuso, di sudore vecchio. Il tipo robusto si toglie la cintura con un movimento lento, quasi teatrale, e dice: “Siediti lì, sul letto. Non fare storie, capito?”

Mi siedo, con le mani che tremano. Non ho idea di cosa abbiano in mente, ma il mio stomaco si sta contorcendo. Quello con la barba si avvicina, tirandosi fuori anche lui la cintura. “Dammi le mani, piccolo. Facciamo un gioco.” Prima che possa dire qualcosa, me le afferrano e me le legano dietro la schiena con le cinture di pelle. Stringono forte, il cuoio mi morde i polsi, e io inizio a respirare più veloce. “Che cazzo fate?” riesco a dire, ma la mia voce è un sussurro patetico.

“Shh, rilassati,” risponde il robusto, con un ghigno. “Ti facciamo vedere cosa succede quando vai in giro con quel coso mezzo duro. Non vuoi giocare con noi? Scommetto di sì.” Mi spingono indietro, facendomi cadere sul materasso. Sono nudo, legato, con il cuore che mi esplode nel petto. Il tipo con la barba si slaccia i jeans, e vedo che non sta scherzando. Il suo cazzo è già duro, grosso, con le vene che pulsano sotto la pelle. Mi guarda negli occhi e dice: “Apri bene la bocca, prima. Fammi vedere se sai fare qualcosa di utile.”

Non ho tempo di reagire. Mi afferra per i capelli e mi tira la testa verso di lui. L’odore è forte, un misto di sudore e muschio che mi riempie le narici. Provo a stringere le labbra, ma lui mi dà uno schiaffetto leggero sulla guancia. “Non fare lo stronzo. Apri.” E lo faccio, perché non so cos’altro fare. La sua carne mi riempie la bocca, calda e pesante, e il sapore salato mi fa quasi soffocare. Spinge senza ritegno, facendomi tossire, mentre l’altro tizio ride e dice: “Guarda come ci sta, il ragazzino. Sembra fatto apposta.”

Mi tengono lì per un po’, alternandosi, con le mani che mi stringono la testa e i loro movimenti che mi fanno lacrimare gli occhi. Ogni tanto si fermano per parlarsi tra loro, come se io non fossi nemmeno lì. “Lo vedi come gli piace?” dice uno. “Sì, guardalo, sta già gocciolando. Patetico,” risponde l’altro. E hanno ragione, maledizione, perché nonostante tutto ce l’ho duro come una roccia, e non capisco nemmeno perché. Il calore del loro tocco, la ruvidità delle loro mani, il suono dei loro respiri pesanti mi stanno mandando fuori di testa.

Dopo un po’, quello con la barba si tira indietro, con il fiato corto. “Basta con la bocca. Giralo, voglio il suo culo.” Mi fanno voltare a faccia in giù, con le ginocchia che affondano nel materasso. Sento le loro mani che mi spalancano le cosce, e un brivido gelido mi corre lungo la schiena. “Rilassati, piccolo,” dice il robusto, mentre sento qualcosa di freddo e scivoloso che mi tocca lì dietro. Dev’essere una specie di lubrificante, ma non ho il tempo di pensarci. La pressione arriva subito dopo, un dito, poi due, che mi aprono senza troppi complimenti. Stringo i denti, il dolore è acuto, ma c’è anche qualcos’altro, una sensazione che non riesco a spiegare.

“Pronto o no, ci divertiamo lo stesso,” dice quello con la barba, e lo sento posizionarsi dietro di me. La sua punta preme contro di me, grossa e insistente, e quando spinge dentro non riesco a trattenere un urlo. Fa male, un male cane, come se mi stessero spaccando in due. “Cazzo, piano!” grido, ma lui non si ferma. “Piano un cazzo, prendilo e basta,” risponde, con la voce roca, mentre affonda sempre di più. Ogni spinta è un’esplosione di dolore e qualcosa di più profondo, un calore che mi fa stringere i muscoli e ansimare senza controllo. La sua pelle sbatte contro la mia, un rumore secco e ritmico che riempie la stanza, e l’odore del nostro sudore mi soffoca.

L’altro tizio si mette davanti a me, con il cazzo in mano, e mi ordina di succhiare mentre il suo amico continua a scoparmi da dietro. “Dai, lavora con quella bocca, non startene lì a fare niente,” dice, e io obbedisco, con la testa che gira e il corpo che trema. La sensazione di essere preso da entrambi i lati è travolgente, un misto di umiliazione e un piacere che non voglio nemmeno ammettere. Sento il loro respiro che si fa più pesante, le loro mani che mi stringono, e il mio stesso cazzo che pulsa senza essere toccato. È come se fossi fuori da me stesso, ridotto a un groviglio di carne e istinto.

“Guardalo, sta per venire senza nemmeno sfiorarsi,” dice il robusto, con una risata bassa. “Che troietta che sei, eh? Ti piace così tanto?” Non riesco a rispondere, ho la bocca piena e la mente annebbiata. Quello dietro di me accelera, le sue spinte diventano più violente, e ogni colpo mi fa urlare, un suono soffocato che mi esce dalla gola senza che possa controllarlo. “Sì, urla pure, tanto fuori non ti sente nessuno con questa musica,” dice, e ha ragione. La festa continua, i bassi della musica vibrano attraverso le pareti, mentre io sono qui, legato e usato come un giocattolo.

Sento il calore crescere dentro di me, una pressione che non riesco a fermare. Il tipo con la barba mi afferra per i fianchi, affondando con una forza che mi fa vedere le stelle, e grugnisce: “Cazzo, sto per riempirti. Prendilo tutto.” E lo fa, con un ultimo colpo che mi fa tremare, mentre sento il suo calore esplodere dentro di me. Quasi nello stesso momento, l’altro si tira fuori dalla mia bocca e mi schizza sul viso, un liquido caldo e appiccicoso che mi cola lungo le guance. L’odore è pungente, il sapore amaro mi resta in gola, ma non è niente rispetto alla sensazione che mi travolge subito dopo.

Senza che nessuno mi tocchi, senza che io possa fare niente, vengo. Un orgasmo che mi spacca in due, che mi fa contrarre ogni muscolo del corpo mentre urlo, con la voce spezzata. Il mio cazzo pulsa, schizzando sul materasso sotto di me, e il piacere è così intenso che per un attimo non vedo più nulla, non sento più nulla, solo il battito del mio cuore e il calore che mi brucia dentro. È come se il mio corpo non fosse più mio, come se fossi solo un ammasso di sensazioni che esplodono una dietro l’altra.

Resto lì, ansimando, con il corpo madido di sudore e il fiato che non riesco a riprendere. Loro si tirano indietro, ridendo piano tra loro, mentre si rivestono senza fretta. “Non male per un ragazzino,” dice uno, dandomi una pacca sul culo che mi fa sobbalzare. “La prossima volta magari ti slegiamo, se fai il bravo,” aggiunge l’altro, con un tono che non capisco se sia serio o no. Mi lasciano lì, legato, con le cinture che mi mordono ancora i polsi, mentre escono dalla stanza chiudendosi la porta alle spalle.

Riesco a liberarmi solo dopo qualche minuto di fatica, con i muscoli che mi fanno male e la testa che mi gira. Mi rivesto in fretta, con le mani che tremano, e torno in salotto come se niente fosse. La festa va avanti, la musica è ancora alta, e nessuno sembra aver notato niente. Ma io lo sento ancora tutto, il dolore, il calore, l’odore della loro pelle sulla mia. E, maledizione, non so nemmeno cosa pensare di quello che è appena successo.

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