Racconti Piccanti
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La mamma della mia ragazza

La mamma della mia ragazza

05 Maggio 2026·8 min di lettura

Ogni volta che metto piede in quella casa, l’aria sembra carica di qualcosa che non riesco a definire. Non è solo l’odore di cibo fatto in casa o il calore del salotto sempre troppo illuminato. È lei. Carla, la madre di Giulia, con quel suo sorriso che sembra un invito e una minaccia allo stesso tempo. Ha 49 anni, ma il suo corpo è un’arma: curve che ti fanno perdere il filo del discorso, fianchi larghi che ondeggiano quando cammina, un seno che sembra sul punto di esplodere da qualsiasi maglietta indossi. E quegli occhi, sempre un po’ socchiusi, che mi fissano come se sapessero qualcosa di me che nemmeno io conosco.

La prima volta che ho notato il dettaglio, ero a cena da loro da un paio di mesi. Eravamo in cucina, io aiutavo a sparecchiare, e lei si è chinata per prendere qualcosa da un cassetto basso. La gonna si è tirata su quel tanto che bastava per mostrare un luccichio metallico tra le sue natiche. Un plug. Non un giocattolino da principiante, ma un pezzo grosso, pesante, che brillava sotto la luce fredda della lampada. Mi sono bloccato, il piatto che avevo in mano quasi mi è caduto. Lei si è rialzata lentamente, si è girata e mi ha guardato dritto negli occhi. “Ti piace quello che vedi?” ha sussurrato, con una voce che sembrava melassa. Non ho risposto, ma il calore che mi è salito al viso deve aver parlato per me. Da quel giorno, ogni cena a casa loro è diventata una tortura. Sapevo cosa portava sotto i vestiti, e lei sapeva che lo sapevo.

Quella sera, però, è stato diverso. Sono arrivato un po’ in ritardo, Giulia mi ha aperto la porta con un bacio distratto e mi ha detto di sedermi a tavola. Carla era già lì, in una camicia aderente che lasciava poco all’immaginazione e una gonna nera che sembrava dipinta sul suo corpo. Mi ha sorriso, come sempre, ma c’era qualcosa di più affilato nel suo sguardo. “Finalmente sei arrivato,” ha detto, con un tono che sembrava più un rimprovero che un benvenuto. Ho borbottato una scusa e mi sono seduto, cercando di ignorare il modo in cui si leccava le labbra mentre mi passava il vino.

La cena è andata avanti come al solito: chiacchiere banali, risate forzate, Giulia che raccontava del suo lavoro mentre io annuivo senza ascoltarla davvero. Ogni tanto incrociavo lo sguardo di Carla, e ogni volta era come ricevere una scossa. A un certo punto, si è alzata per prendere qualcosa in cucina e mi ha fatto un cenno con la testa, quasi impercettibile. Ho esitato un attimo, poi ho detto a Giulia che andavo in bagno. Lei ha annuito senza nemmeno guardarmi, troppo impegnata a sparecchiare.

Ho seguito Carla lungo il corridoio, il cuore che mi batteva come un tamburo. Quando siamo arrivati davanti al bagno, lei si è voltata di scatto, mi ha afferrato per la maglietta e mi ha tirato dentro, chiudendo la porta a chiave con un gesto rapido. “Lo sai che non riesco a toglierti gli occhi di dosso,” ha detto, la voce bassa, roca. Era così vicina che potevo sentire il calore del suo corpo, l’odore dolce e pungente del suo profumo misto a qualcos’altro, più animale. “E tu? Cosa vuoi da me?” ho chiesto, anche se la risposta la sapevo già.

Non ha risposto con le parole. Mi ha spinto contro il lavandino, le sue mani che mi stringevano i fianchi con una forza che non mi aspettavo. “Smettila di fare il timido,” ha ringhiato, mentre si inginocchiava davanti a me con una lentezza che sembrava studiata. Ha slacciato i miei jeans senza mai staccare gli occhi dai miei, il suono della zip che si abbassava era l’unico rumore oltre al mio respiro sempre più corto. Quando ha tirato giù tutto, il mio uccello era già duro, e lei ha emesso un piccolo gemito di approvazione. “Bel pezzo,” ha detto, leccandosi le labbra come se stesse per assaggiare qualcosa di delizioso.

La sua bocca era calda, bagnata, e si è chiusa intorno a me con una pressione che mi ha fatto quasi cedere le gambe. Succhiava con una forza che sembrava volermi risucchiare l’anima, la lingua che si muoveva lungo tutta la lunghezza, giocando con la punta in un modo che mi faceva vedere le stelle. Ogni tanto si fermava, solo per guardarmi con quegli occhi da predatrice e dirmi cose come: “Ti piace, vero? Lo so che ti piace.” La sua voce era un sussurro, ma ogni parola sembrava un ordine. Io riuscivo solo ad annuire, le mani aggrappate al bordo del lavandino per non cadere.

Dopo qualche minuto che sembrava un’eternità, si è rialzata, asciugandosi la bocca con il dorso della mano. “Ora tocca a me,” ha detto, girandosi e appoggiandosi al lavandino con le mani. Ha alzato la gonna, rivelando che non portava nulla sotto, solo quel plug di metallo che luccicava tra le sue natiche. Era grosso, più grosso di quanto immaginassi, almeno cinque centimetri di diametro, e il modo in cui la sua pelle si tendeva intorno sembrava quasi doloroso. “Toglilo,” mi ha ordinato, guardandomi nello specchio con un’espressione che non ammetteva rifiuti.

Mi sono chinato, le mani che tremavano un po’ mentre afferravo la base del plug. Era freddo al tatto, ma la sua pelle era bollente. Ho tirato piano, sentendo la resistenza del suo corpo, e lei ha emesso un gemito profondo, gutturale. “Piano, ma non troppo,” ha detto, la voce spezzata dal piacere. Quando finalmente l’ho estratto, il suo buco era già aperto, dilatato, lucido di lubrificante che colava lungo le cosce. L’odore era intenso, un misto di sudore, sesso e qualcosa di chimico che non riuscivo a identificare, ma che mi faceva girare la testa.

“Scopami,” ha detto, senza mezzi termini, spingendo il culo verso di me. “Non farmi aspettare.” Non ho avuto bisogno di altre spinte. Mi sono posizionato dietro di lei, il mio uccello che scivolava contro la sua pelle calda e bagnata prima di spingere dentro. Era stretta, nonostante la dilatazione, una morsa di carne viva che mi avvolgeva con una pressione quasi insostenibile. Ho affondato piano all’inizio, sentendo ogni centimetro che entrava, il calore che mi bruciava, il suono bagnato della penetrazione che riempiva il piccolo bagno. Lei ha buttato la testa indietro, un gemito che sembrava un urlo soffocato. “Più forte, cazzo,” ha detto, le mani che stringevano il bordo del lavandino così forte che le nocche erano bianche.

Ho obbedito, spingendo con più forza, il ritmo che accelerava mentre i nostri corpi sbattevano l’uno contro l’altro. Ogni affondo era accompagnato dal suono della pelle che si scontrava, dal suo respiro ansimante, dai miei grugniti che cercavo di trattenere per non farci scoprire. Il suo buco era un paradiso, caldo, stretto, scivoloso, e ogni volta che uscivo per poi rientrare sentivo una nuova ondata di piacere che mi attraversava. “Ti piace questo culo, vero?” ha detto tra un gemito e l’altro, girandosi appena per guardarmi. “Dimmelo. Dimmi quanto ti piace.”

“Mi fai impazzire,” ho risposto, la voce roca, quasi un ringhio. “Non ho mai provato niente del genere.” Era la verità. Ogni spinta sembrava spingermi più in fondo, non solo nel suo corpo, ma in un abisso di pura sensazione. Sentivo l’odore del suo sudore, il sapore salato della sua pelle quando mi chinavo a morderle il collo, il suono dei suoi gemiti che diventavano sempre più acuti, quasi disperati.

A un certo punto, ha messo una mano tra le gambe, iniziando a toccarsi mentre io continuavo a scoparla. “Sto per venire,” ha detto, la voce tremante. “Non fermarti, cazzo, non fermarti.” Il suo corpo ha iniziato a tremare, i muscoli che si stringevano intorno a me con una forza che quasi mi ha fatto perdere il controllo. Quando è venuta, è stato come un’esplosione: un urlo soffocato, le gambe che cedevano, il suo buco che si contraeva così forte che ho dovuto rallentare per non venire anch’io subito.

“Girati,” le ho detto, tirandomi fuori per un attimo. Lei ha obbedito, sedendosi sul bordo del lavandino con le gambe spalancate. Il suo viso era rosso, i capelli appiccicati alla fronte per il sudore, ma gli occhi brillavano di una fame che non sembrava saziata. “Voglio vederti in faccia,” ho detto, rientrando in lei con una spinta decisa. Questa volta era ancora più stretta, il suo corpo che si adattava a me come un guanto. Ho afferrato i suoi fianchi, tirandola verso di me con ogni affondo, il suono dei nostri corpi che si scontravano che riecheggiava nel bagno. Lei mi ha afferrato per il collo, tirandomi a sé per baciarmi, la sua lingua che invadeva la mia bocca con un sapore aspro di vino e desiderio.

“Sto per venire anch’io,” ho detto, sentendo quella pressione crescere dentro di me, incontrollabile. “Dove lo vuoi?” Lei ha sorriso, un sorriso sporco, e ha detto: “Dentro. Riempimi.” Non ho avuto il tempo di pensarci due volte. Con un ultimo affondo, profondo, violento, ho sentito tutto esplodere: un’ondata di calore che mi ha attraversato, il mio uccello che pulsava mentre la riempivo, il suo gemito che si mescolava al mio. Siamo rimasti così per un momento, ansimanti, i corpi ancora uniti, il sudore che ci colava lungo la schiena.

Poi, con una risata bassa, si è tirata indietro, sistemandosi la gonna come se niente fosse. “Torna di là prima che Giulia si insospettisca,” ha detto, dandomi una leggera spinta verso la porta. “Ma sappi che non finisce qui.” Io ho annuito, ancora frastornato, cercando di sistemarmi i vestiti con mani che tremavano. Quando sono uscito dal bagno, il cuore mi batteva ancora all’impazzata, e il sapore di lei mi bruciava ancora sulle labbra.

Tornato in cucina, Giulia mi ha guardato con un sorriso distratto. “Tutto bene?” ha chiesto, mentre asciugava un piatto. “Sì, tutto bene,” ho risposto, cercando di sembrare normale. Ma mentre parlavo, sentivo ancora il calore del corpo di Carla, il suono dei suoi gemiti, l’odore del sesso che mi era rimasto addosso. E sapevo che, qualsiasi cosa fosse successa quella sera, non sarebbe stata l’ultima volta.

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