Succhia e stai zitto, architetto
Ho quarantadue anni, sono un architetto, e vivo da solo in un appartamento che ho ristrutturato con le mie mani. Tutto deve essere perfetto: le linee dritte, gli spazi calcolati, ogni cosa al suo posto. Ma ultimamente la mia vita è un casino. Colpa dei due stronzi del piano di sopra, due studenti fuorisede, vent’anni o poco più, che fanno festa ogni dannata notte. Musica a tutto volume, risate, bottiglie che si rompono. E, cazzo, a volte li sento pure scopare. Ragazze che gemono, letti che cigolano, e uno dei due – non so quale – che ci dà dentro senza pietà. Una volta mi sono segato sentendoli, immaginandomi al posto di quella tipa, sotto di lui, preso a forza. Mi sono vergognato, ma non ho potuto farci niente. Però sono anche incazzato nero, perché non riesco a dormire, e il lavoro ne risente. Sono sempre irritabile, più del solito.
È una di quelle notti, le due passate, e i bassi di una cassa fanno tremare le pareti. Non ce la faccio più. Mi alzo dal letto, incazzato, metto una maglietta e un paio di pantaloni della tuta e salgo al piano di sopra. Busso forte, quasi sfondando la porta. Sento risate dall’altra parte, poi uno dei due apre. È a petto nudo, boxer aderenti, infradito ai piedi. Ha i capelli spettinati e puzza di birra e fumo. Dietro di lui c’è l’altro, stesso abbigliamento, che mi guarda con un sorrisetto stronzo. “Che cazzo vuoi, vicino?” dice il primo, ma non in modo ostile, più come se fosse divertito. Gli dico di smetterla con ‘sta musica del cazzo, che devo dormire, che non ne posso più. Ma loro non mi ascoltano nemmeno. “Entra, dai, che c’hai da fare? Bevi una birra con noi,” mi dicono, e io, non so perché, invece di mandarli affanculo, entro. È come se qualcosa dentro di me mi spingesse a seguirli, anche se il cervello mi urla di tornare di sotto.
L’appartamento è un disastro: bottiglie vuote, posaceneri pieni, puzza di erba. La musica è ancora alta, ma ora che sono dentro non mi dà più fastidio. Mi guardano, si scambiano occhiate, e io mi sento fuori posto, ma anche eccitato. Non so spiegare perché. Sono a petto nudo, sudati, i boxer che lasciano poco all’immaginazione. E io, cazzo, non riesco a distogliere lo sguardo. Il primo, quello più alto, mi offre una birra, ma io balbetto un “no, grazie”. L’altro scoppia a ridere. “Che c’è, sei timido? O sei frocio e ti piace guardarci?” Io divento rosso, non so cosa rispondere. Continuano a punzecchiarmi, a fare battute sempre più pesanti. “Dai, ammettilo, ti piacciono i cazzi, vero?” dice uno dei due, e io vorrei sparire, ma non riesco a muovermi. Mi sento come ipnotizzato.
Poi, d’un tratto, il più alto si gira verso l’altro e dice: “Basta con ‘sta farsa, facciamolo divertire.” Il tono è cambiato, non è più scherzoso. Mi guarda dritto negli occhi e mi ordina: “Inginocchiati.” Io esito, il cuore mi batte all’impazzata, ma qualcosa dentro di me, una parte che non voglio nemmeno riconoscere, mi spinge a obbedire. Mi metto in ginocchio sul pavimento sporco, spaventato ma anche eccitato in un modo che non capisco. Loro riaccendono la musica, si girano una canna e si bevono una birra, stando in piedi davanti a me, ignorandomi per minuti che sembrano eterni. Sento il fumo che mi pizzica il naso, il gusto amaro della paura in bocca, ma non mi muovo. Poi, senza dire niente, si abbassano i boxer. I loro cazzi sono lì, davanti alla mia faccia, e uno dei due, con voce dura, mi ordina: “Succhialo, dai, che aspetti?” Io tremo, ma apro la bocca, e il primo mi spinge dentro la testa, tenendomi per i capelli. È ruvido, non c’è niente di gentile, e io lo prendo, sentendo il sapore salato, il calore, la durezza. L’altro ride, gli dice: “Cazzo, guarda come lo fa bene, è nato per questo.”
Si alternano, uno dopo l’altro, scopandomi la bocca senza darmi tregua. Sento i loro gemiti, le loro mani che mi stringono i capelli, il rumore bagnato della mia bocca che lavora. Mi insultano, mi chiamano troia, puttana, e io, cazzo, mi eccito ancora di più. Non capisco perché, ma è così. Mi spingono più a fondo, fino a farmi quasi soffocare, e io lascio che lo facciano, come se non avessi scelta. Dopo un po’, sento che stanno per venire. “Apri bene, frocio,” mi dice uno, e io lo faccio. Esplodono insieme, il loro sperma caldo mi colpisce in faccia, mi cola sul mento, sugli occhi. Mi brucia, puzza, ma non mi muovo. Sento il flash di un telefono, uno dei due ride e dice: “Questa la tengo, è troppo bella.” Mi pulisco con la manica, umiliato, ma con il cuore che batte ancora forte per l’eccitazione.
Poi mi guardano, seri, e il più alto dice: “Adesso ascoltami bene, architetto. Non romperci più i coglioni con la musica o col cazzo che vuoi dormire. Se ci provi ancora, stampiamo ‘sta foto e la mettiamo nell’androne del condominio. Chiaro?” Io annuisco, non dico niente, mi rialzo con le gambe che tremano. Mi fanno segno di andarmene, e io esco senza voltarmi indietro. Torno a casa, mi chiudo dentro, e mi siedo sul divano con la testa fra le mani. Sono sconvolto, ma cazzo, non posso negare che una parte di me è ancora eccitata al pensiero di quello che è successo. Non so cosa fare, ma una cosa è certa: non gli romperò più le palle. Non per paura, o forse sì, ma anche perché, in fondo, vorrei che succeda di nuovo.
