Leccare i piedi in ascensore
Sono le 18:47 di un giovedì sera, e sono incastrato in questo dannato ascensore con un tizio che non conosco. Il palazzo è praticamente deserto, siamo solo noi due, bloccati tra il settimo e l’ottavo piano di un edificio di uffici grigio e senza anima. La giornata è stata un inferno, tra scadenze e capi che mi hanno fatto venir voglia di mollare tutto. Sono stanco, sudato, e le scarpe mi stringono da ore. Non ci penso due volte: me le tolgo con un calcio, lasciandole cadere con un tonfo sordo sul pavimento. Un sospiro di sollievo mi esce dalla bocca mentre muovo le dita dei piedi dentro i calzini umidi.
Di fronte a me c’è lui, un tipo sulla trentina, con una camicia bianca un po’ stropicciata e una cravatta allentata. Mi guarda, poi distoglie gli occhi, ma non prima che io noti un lampo di qualcosa nel suo sguardo. È imbarazzato, o forse no. Non so. Mi chiamo Luca, comunque, e lui mi ha detto di chiamarsi Marco. Abbiamo scambiato due parole appena il pannello di controllo ha iniziato a lampeggiare e l’ascensore si è fermato con un cigolio inquietante.
“Che palle,” dico, passandomi una mano sulla fronte. “Proprio oggi doveva succedere.”
Marco annuisce, ma non risponde subito. Sta schiacciando il pulsante di emergenza per la terza volta, senza risultato. “Niente, non funziona. Provo a chiamare qualcuno.” Tira fuori il telefono, ma il segnale è debole. Lo vedo agitarsi, spostare il peso da un piede all’altro. C’è qualcosa di strano nel modo in cui mi evita, nel modo in cui il suo sguardo continua a scivolare verso il basso, verso i miei piedi nudi.
“Che c’è?” chiedo, un po’ brusco, incrociando le braccia. “Hai qualche problema?”
“No, no, niente,” risponde troppo in fretta, con la voce che trema appena. Ma non mi sfugge il rossore che gli colora le guance, né il modo in cui si morde il labbro inferiore. Lo vedo deglutire, e poi lo capisco. Non è solo imbarazzo. È eccitazione. E io, che non sono uno che si tira indietro, decido di spingere un po’ di più.
“Non mi sembri convinto,” dico, con un sorrisetto che non riesco a trattenere. Mi appoggio alla parete dell’ascensore, lo spazio è così stretto che siamo a meno di un metro l’uno dall’altro. L’odore del mio sudore, dei miei piedi, riempie l’aria. È pungente, maschile, e vedo che lui lo respira profondamente, anche se cerca di nasconderlo. “Ti dà fastidio, vero? O è qualcos’altro?”
Marco scuote la testa, ma non riesce a guardarmi negli occhi. “Non è niente, davvero. Solo… fa caldo qui dentro.” La sua voce è un sussurro, e io rido, una risata bassa, quasi cattiva.
“Caldo, eh? Non mi pare che stai sudando per il caldo.” Faccio un passo avanti, i miei piedi nudi sul pavimento freddo, e lui indietreggia istintivamente, ma non ha spazio per muoversi. È in trappola. “Sai, non sono stupido. Ti vedo. Ti piace, vero? L’odore. Non fare il timido, tanto siamo solo noi due.”
Le sue guance diventano scarlatte, e per un attimo penso che stia per negare tutto, ma poi abbassa lo sguardo, sconfitto. “Io… non so di cosa stai parlando,” balbetta, ma la sua voce è così incerta che è quasi comico.
“Ah, non lo sai?” lo provoco, inclinando la testa. “Allora perché non riesci a togliermi gli occhi di dosso? O meglio, dai miei piedi. Forza, dimmi la verità.” Mi siedo sul pavimento, stendo le gambe davanti a me, i piedi proprio sotto il suo naso. L’odore è forte, lo so, un mix di sudore e pelle che non lascia scampo. E lui, poveretto, non riesce a nascondere il modo in cui il suo respiro si fa più veloce.
“Luca, per favore…” mormora, ma non si muove. Sta lì, paralizzato, e io capisco che ho il controllo totale. Non c’è bisogno di forzare, non davvero. Lui vuole questo, anche se non lo ammetterà mai a voce alta.
“Per favore cosa?” chiedo, alzando un sopracciglio. “Non ti sto obbligando a niente. Ma se vuoi, puoi inginocchiarti. Tanto non c’è nessuno che ci vede. Siamo solo io e te, bloccati in questa scatola di metallo. Dai, non fare lo schizzinoso.”
Marco esita, il suo viso è un misto di vergogna e desiderio. Poi, lentamente, si abbassa. Prima un ginocchio, poi l’altro. È a terra, davanti a me, e io non posso fare a meno di sentire un brivido di eccitazione. Prendo il telefono dalla tasca, lo appoggio accanto a me e faccio finta di cercare il numero della manutenzione, ma non distolgo lo sguardo da lui.
“Bravo,” dico, con un tono che è un mix di comando e scherno. “Adesso avvicinati. Non mordo, sai.” Spingo il piede destro verso di lui, le dita leggermente piegate, la pianta ruvida per la giornata di lavoro. “Annusa. So che vuoi farlo. Non fare finta di no.”
Lui trema, ma si avvicina. Il suo naso è a pochi centimetri dal mio piede, e lo sento inspirare profondamente. Un gemito soffocato gli sfugge dalla bocca, e io rido di nuovo. “Ecco, così. Ti piace, vero? Non c’è niente di cui vergognarsi. È solo un odore. Un odore che ti fa impazzire.”
“Luca, io…” inizia a dire, ma lo interrompo.
“Shh. Non parlare. Lecca.” La mia voce è ferma, e lui obbedisce quasi subito. La sua lingua, calda e umida, tocca la pianta del mio piede, e io stringo i denti per il piacere improvviso. È una sensazione strana, intensa, che non mi aspettavo. La sua bocca è timida all’inizio, ma poi si fa più audace, lambendo tra le dita, succhiando leggermente. L’odore del mio sudore gli riempie le narici, lo vedo dal modo in cui i suoi occhi si socchiudono, dal modo in cui il suo respiro si fa irregolare.
“Non male,” dico, con un sorrisetto, mentre prendo il telefono e compongo un numero a caso, solo per fare scena. “Pronto, sì, siamo bloccati in ascensore al settimo piano. Sì, esatto. Fate in fretta, per favore.” Riattacco, o meglio, fingo di farlo, e lo guardo. È ancora lì, in ginocchio, con la bocca sul mio piede, e il suo viso è un misto di umiliazione e piacere. “Ti piace essere guardato mentre fai una cosa del genere, eh? Ti eccita sapere che potrei raccontare a chiunque cosa stai facendo.”
“Non lo faresti,” mormora, staccandosi un attimo, la voce roca. La sua lingua ha lasciato una traccia umida sul mio piede, e io lo spingo di nuovo verso di lui.
“No, non lo farei. Ma tu continua. Fammi vedere quanto ti piace.” Passo all’altro piede, alzandolo verso la sua bocca, e lui non esita. La sua lingua è più sicura ora, scivola sulla pelle, tra le dita, e io sento il calore della sua bocca, il suono leggero dei suoi gemiti soffocati. L’odore è ancora più forte, un misto di sudore e pelle che sembra drogare entrambi. Mi appoggio meglio alla parete, lasciando che il piacere mi invada, mentre lo osservo lavorare con dedizione.
“Sei proprio un bravo ragazzo,” dico, con un tono volutamente provocatorio. “Ti piace leccare i piedi di uno sconosciuto in un ascensore. Chi l’avrebbe mai detto?” Lo vedo arrossire ancora di più, ma non si ferma. La sua lingua è instancabile, e io comincio a sentire un calore crescere dentro di me, un’eccitazione che non ha niente a che fare con i piedi in sé, ma con il controllo, con il potere che ho su di lui.
Dopo qualche minuto, mi tiro indietro leggermente, giusto per vedere la sua reazione. Marco alza gli occhi, confuso, quasi disperato. “Perché ti sei fermato?” chiedo, con un ghigno. “Vuoi di più? Dimmi cosa vuoi.”
“Voglio… voglio continuare,” ammette, la voce spezzata. “Ti prego, non smettere di darmi ordini. Mi piace.”
“Ah, ecco la verità,” dico, soddisfatto. Mi alzo in piedi, torreggiando su di lui. Lo spazio nell’ascensore è così ristretto che la sua testa è praticamente all’altezza della mia cintura. “Allora alzati un attimo. Togliti la camicia. Voglio vedere quanto sei eccitato da tutto questo.”
Lui obbedisce senza protestare, slacciando i bottoni con mani tremanti. La camicia cade a terra, rivelando un torso magro ma definito, con la pelle leggermente sudata. Lo vedo respirare forte, il petto che si alza e si abbassa rapidamente. “Tocca a te darmi qualcosa,” dico, slacciandomi la cintura con un gesto lento, lasciando che il metallo faccia rumore mentre la sfilo dai passanti. “Hai fatto un buon lavoro con i piedi. Ora vediamo cosa sai fare con la bocca da un’altra parte.”
Marco deglutisce, ma i suoi occhi brillano di desiderio. Si avvicina, ancora in ginocchio, e io abbasso i pantaloni quel tanto che basta. Il tessuto dei boxer è teso, e lui lo nota subito. “Avanti,” lo incito, con la voce bassa e roca. “Tira giù e prendilo. So che lo vuoi.”
Le sue mani esitano solo un attimo prima di abbassare l’elastico. Quando lo libera, inspira bruscamente, e io non posso fare a meno di sorridere. È grosso, lo so, e lui sembra quasi intimidito, ma anche eccitato. “Non è troppo per te, vero?” chiedo, con una punta di scherno.
“No,” risponde, determinato, e poi la sua bocca è su di me. È caldo, umido, e la sensazione mi fa stringere i denti. La sua lingua lavora con la stessa dedizione di prima, esplorando ogni centimetro, e io appoggio una mano sulla sua testa, guidandolo con movimenti lenti ma decisi. Il suono dei suoi respiri affannosi, il calore della sua bocca, l’odore del nostro sudore che riempie l’ascensore: tutto si mescola in un mix che mi manda fuori di testa.
“Così, bravo,” dico, spingendomi un po’ più a fondo. “Prendilo tutto. Non fare il timido adesso.” Lui geme, un suono basso e gutturale, e io sento il piacere montare, un’onda che cresce a ogni movimento. Il pavimento dell’ascensore è freddo sotto i miei piedi nudi, ma il calore della sua bocca è tutto ciò che conta in questo momento.
“Dio, sei proprio affamato,” mormoro, guardandolo dall’alto. “Ti piace essere usato così, vero? In un ascensore, con uno che hai appena conosciuto. Dimmi quanto ti piace.”
“Mi piace… tanto,” ansima, staccandosi un attimo per riprendere fiato. La sua voce è roca, spezzata dal desiderio. “Non smettere di parlarmi. Dimmi cosa fare.”
“Torna al lavoro, allora,” ordino, spingendolo di nuovo verso di me. La sua bocca è instancabile, e io mi abbandono alla sensazione, lasciando che il piacere mi travolga. Ogni tanto gli do un ordine, gli dico di andare più piano o più veloce, e lui esegue senza protestare. L’odore del sudore, il suono dei suoi gemiti, il calore del suo respiro sulla mia pelle: tutto contribuisce a spingermi al limite.
Dopo un po’, lo tiro via, solo per prolungare il momento. “Girati,” dico, con la voce rauca. “Metti le mani sulla parete. Voglio vedere quanto sei pronto per me.” Lui obbedisce, appoggiandosi alla parete dell’ascensore, il respiro corto. Io mi avvicino, abbassandogli i pantaloni con un gesto deciso. La sua pelle è calda sotto le mie mani, e io non perdo tempo. Mi posiziono dietro di lui, prendendolo con lentezza all’inizio, lasciandolo abituare. È stretto, ma accogliente, e il calore mi fa quasi perdere la testa.
“Piano, ti prego,” mormora, ma la sua voce è un misto di dolore e piacere. Io annuisco, anche se non può vedermi, e rallento, ma non mi fermo. Le mie mani sono sui suoi fianchi, lo tengo fermo mentre mi muovo, e il suono dei nostri corpi che si scontrano riempie lo spazio ristretto. L’odore del sudore è ovunque, mescolato al suo respiro affannoso, ai miei grugniti bassi.
“Ti piace essere preso così, eh?” dico, spingendomi più a fondo. “In un ascensore, senza poterti nascondere. Dimmi quanto ti piace.”
“Mi piace… troppo,” ansima, la voce spezzata. “Non fermarti. Ti prego, continua.”
E io continuo, aumentando il ritmo, lasciando che il piacere ci travolga entrambi. Ogni spinta è più intensa della precedente, ogni gemito più disperato. Sento il calore crescere dentro di me, un’onda che non posso più fermare, e capisco che ci sono vicino. Anche lui lo è, lo sento dal modo in cui il suo corpo trema sotto di me, dal modo in cui stringe le mani contro la parete.
“Ci sono,” mormoro, la voce tesa. “E tu?”
“Sì… sì,” risponde, quasi gridando, e poi succede. L’orgasmo mi colpisce come un fulmine, un’esplosione di piacere che mi fa stringere i denti, mentre lo sento crollare sotto di me, travolto dalla stessa ondata. Restiamo così per un attimo, ansimando, il sudore che ci cola lungo la schiena, l’odore dei nostri corpi che riempie ogni angolo dell’ascensore.
Poi, lentamente, ci tiriamo indietro. Ci rivestiamo in silenzio, evitando di guardarci negli occhi. L’ascensore è ancora fermo, ma in quel momento non importa. Quello che è appena successo è qualcosa che nessuno di noi due dimenticherà facilmente.
