A lezione di gola profonda nei bagni dell’università (parte 3)
Non ho dormito neanche stavolta. La gola mi bruciava ancora, un dolore sordo che mi ricordava ogni spinta di ieri, ogni centimetro che avevo provato a prendere. Ma più del dolore, c’era l’eccitazione. Quelle parole – “devi imparare a prenderlo tutto, fino alla base” – mi ronzavano in testa come un mantra ossessivo. Mi sono rigirato nel letto per ore, con le immagini di quel cazzo grosso, spesso, con le vene gonfie e la cappella larga, che mi riempivano la mente. Sapevo che oggi sarebbe stato diverso. Sapevo che avrei dovuto spingermi oltre ogni limite, e il pensiero mi terrorizzava tanto quanto mi faceva tremare di desiderio.
Alle 16:40 ero già al terzo piano, nel corridoio deserto del dipartimento di lettere. L’odore di disinfettante e umidità mi ha colpito subito mentre spingevo la porta del bagno, un misto che ormai associavo al piacere e alla tensione. Lui era lì, come ieri, appoggiato al lavandino con una calma che sembrava irreale. Indossava una maglietta grigia aderente che metteva in risalto le spalle larghe e le braccia definite, e i jeans che già mostravano il rigonfiamento evidente. Mi ha guardato con quegli occhi castani penetranti, un sorriso dolce ma fermo sulle labbra. “Puntuale, bravo,” ha detto con quella voce bassa, calma, che mi faceva rabbrividire. “Oggi lo prendi tutto, Marco. Fino alla base. Sei pronto?”
Ho annuito, anche se dentro di me sentivo un nodo di paura e voglia mescolarsi nello stomaco. Mi sono inginocchiato senza che me lo chiedesse, le piastrelle fredde contro le ginocchia, il cuore che batteva così forte da sembrare un tamburo. Lui si è avvicinato, slacciandosi i pantaloni con movimenti lenti, quasi rituali. Quando ha tirato fuori il cazzo, già duro, sono rimasto senza fiato. Era ancora più impressionante di ieri: lungo, spesso, con le vene che pulsavano sotto la pelle, la cappella larga e lucida, le palle pesanti che pendevano come una promessa. L’odore mi ha investito, un mix di sapone e maschio che mi ha fatto venire l’acquolina in bocca.
“Prima rilassati,” ha detto, posandomi una mano sulla testa con una dolcezza che contrastava con la situazione. “Bacia la cappella, piano.” Ho obbedito, sfiorandola con le labbra, sentendo il calore della pelle contro la mia bocca. Ho tirato fuori la lingua, leccando con delicatezza, assaporando il gusto salato che già mi faceva girare la testa. Lui ha emesso un piccolo gemito, appena percettibile, e mi ha accarezzato i capelli. “Bravissimo, piccolo. Ora succhia, ma senza fretta.”
Ho aperto la bocca, accogliendolo dentro. All’inizio era solo la punta, che già mi riempiva il palato, ma poi ho iniziato a prenderne di più, lasciando che scivolasse sulla lingua. La saliva mi si accumulava in bocca, e sentivo il bisogno di ingoiare, ma mi sono trattenuto, concentrandomi sul respiro. “Respira col naso, Marco,” ha detto lui, con quella voce che era un misto di ordine e incoraggiamento. “Rilassa la gola. Ce la fai.” Ho annuito appena, con la bocca piena, e ho cercato di fare come diceva, sentendo l’aria passare a fatica mentre lui iniziava a spingere, piano ma deciso.
Quando ha raggiunto l’entrata della gola, ho sentito il solito bruciore, acuto e familiare. Gli occhi mi si sono riempiti di lacrime, e un conato mi ha fatto tossire, ma lui mi ha tenuto la testa ferma, senza forzare troppo. “Rilassati,” ha ripetuto, accarezzandomi i capelli. “Apri la gola, come se stessi sbadigliando. Fidati di me.” Ho fatto un respiro profondo, tremando, e ho provato di nuovo. Stavolta, quando ha spinto, ho sentito qualcosa cedere dentro di me. La cappella è scivolata oltre l’orofaringe, una pressione intensa che mi ha fatto lacrimare copiosamente. Le lacrime mi bruciavano le guance, la saliva mi colava sul mento in rivoli appiccicosi, ma non mi sono tirato indietro. Lo volevo, disperatamente.
“Ecco, così,” ha detto lui, con un tono di approvazione che mi ha fatto tremare. Ha spinto ancora, lento, controllato, e io ho sentito ogni centimetro che avanzava, allargandomi la gola in un modo che sembrava impossibile. Il bruciore era insopportabile, ma allo stesso tempo era un piacere disperato, un soffocamento controllato che mi faceva gemere soffocato, versi gutturali che sembravano quasi femminili. Quando ho sentito il suo pube contro il naso, e le sue palle pesanti sfiorarmi il mento, ho capito che ce l’avevo fatta. Era tutto dentro, fino alla base. La gola mi pulsava, tesa al limite, ma ero pieno, completamente pieno di lui.
“Bravissimo, Marco,” ha detto, restando fermo per un momento, lasciandomi abituare alla sensazione. “Tutto dentro. Sei incredibile.” La sua voce era un balsamo, anche se non riuscivo quasi a respirare, con il naso premuto contro la sua pelle e la gola così stretta che sembrava sul punto di cedere. Poi ha iniziato a muoversi, ritirandosi appena e spingendo di nuovo, un ritmo lento ma deciso. Ogni spinta era un’esplosione di sensazioni: il cazzo che scivolava dentro e fuori, le vene che sfregavano contro le pareti della gola, il sapore salato che mi inondava la bocca, i gorgoglii umidi che facevo ogni volta che entrava. La saliva mi colava in fontane, bagnandomi il petto nudo – aveva slacciato la mia camicia senza che me ne accorgessi – e le lacrime mi rigavano il viso, mischiandosi al sudore.
“Respira col naso, piccolo,” mi diceva ogni tanto, asciugandomi le lacrime con il pollice senza smettere di spingere. “Sei bravissimo. Guarda come lo prendi bene.” Io gorgogliavo, gemendo soffocato, con la testa che girava per la mancanza d’aria e il piacere che mi travolgeva. Sembravo una troia totale, una pornostar da quattro soldi, e mi piaceva da morire. Ogni spinta mi faceva sentire usato, posseduto, e godo così tanto che non riuscivo a pensare ad altro. Lui ha accelerato, il ritmo più deciso ma mai brutale, le palle che sbattevano contro il mio mento a ogni affondo, il suo respiro che si faceva più pesante.
“Brava cagna, prendilo tutto,” ha detto a un certo punto, con un tono che era un misto di dominio e ammirazione. “Sei nata per questo.” Quelle parole mi hanno mandato in estasi, facendomi gemere ancora più forte, anche se i suoni erano soffocati dal cazzo che mi riempiva la gola. Ha spinto più veloce, il suo cazzo che pulsava dentro di me, e poi, con un gemito profondo, è venuto. Getti caldi, potenti, che mi hanno riempito la gola, scendendo direttamente nello stomaco senza che potessi fare altro che ingoiare. Non respiravo, non ci riuscivo, ma non mi importava. Quando si è tirato fuori piano, lasciandomi tossire e riprendere fiato, ho sentito la gola dolorante, tesa, ma appagata come non mai.
Mi ha guardato dall’alto, con un sorriso dolce ma soddisfatto, e mi ha baciato la fronte, un gesto così tenero che mi ha spiazzato. “Hai imparato, Marco,” ha detto, con quella voce bassa che sembrava avvolgermi. “Ora sei la mia gola preferita del campus.” Io ero ancora in ginocchio, sfatto, con la bocca gonfia, la gola che bruciava, le lacrime e la saliva che mi coprivano il viso. Ma ho sorriso, tra un respiro affannoso e l’altro, con una felicità che non riuscivo a contenere. “Grazie,” ho mormorato, la voce roca e spezzata. “Voglio rifarlo domani.”
Lui ha riso piano, una risata calda, e mi ha aiutato ad alzarmi, sostenendomi con una mano mentre barcollavo un po’. “Vedremo, piccolo,” ha detto, con un tono che lasciava intendere che non era una domanda, ma una certezza. Mi ha pulito il viso con la manica della sua maglietta, un gesto semplice ma che mi ha fatto sentire… speciale, in un modo che non riuscivo a spiegare. Mentre usciva dal bagno, dopo avermi dato un ultimo sguardo, ho capito una cosa: non ero più il distributore di pompini del campus. Ero la sua gola, e lo sarei stato ancora, giorno dopo giorno, finché lui lo avesse voluto. E io lo volevo, disperatamente.
Mi sono guardato allo specchio appannato, con le labbra rosse e gonfie, il viso ancora bagnato, e ho sorriso tra me e me. La gola mi faceva male, ma era un dolore che portavo con orgoglio. Ero pronto per domani, o per qualsiasi altro giorno lui avesse deciso. Perché ora lo sapevo: con Francesco, avevo trovato quello che cercavo da sempre.
