Racconti Piccanti
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Il mio tirocinio… ai piedi del capo (parte 3)

Il mio tirocinio… ai piedi del capo (parte 3)

25 Marzo 2026·11 min di lettura

Non so come sono arrivato a questa ultima settimana di stage. I giorni precedenti sembrano un sogno confuso, un incubo dal quale non riesco a svegliarmi. Ogni mattina, mentre mi preparo per andare allo studio, sento il cuore battere forte, un tamburo incessante nel petto, e quel nodo allo stomaco che non se ne va mai. Non dormo più bene, non mangio come dovrei. La mia mente è un vortice di pensieri che non voglio affrontare, immagini che tornano a galla nei momenti più inopportuni: la sensazione della sua pelle sotto le dita, l’odore acre che mi riempie le narici, la vergogna che mi brucia dentro. E, peggio di tutto, quel calore che non riesco a spegnere, quella reazione del mio corpo che mi tradisce ogni volta. Mi odio per questo. Mi odio per non riuscire a dire di no, per non avere il coraggio di andarmene. Ma ormai è troppo tardi. Manca solo una settimana, mi dico. Posso resistere. Devo resistere.

Quel giorno, però, qualcosa nell’aria sembrava diverso. Forse era solo la mia immaginazione, ma mentre salivo le scale dello studio, sentivo un peso maggiore sulle spalle, un presentimento che mi stringeva la gola. L’odore di carta e caffè mi ha accolto come sempre, ma oggi sembrava quasi soffocarmi. Ho posato la borsa sulla mia scrivania, cercando di mantenere un’espressione normale, ma le mani mi tremavano mentre sistemavo le mie cose. I colleghi erano immersi nei loro progetti, indifferenti come al solito, ma io mi sentivo osservato, esposto, come se tutti potessero vedere la mia inquietudine scritta in faccia.

Non è passato molto tempo prima che la sua voce mi raggiungesse. “Luca, vieni un attimo nel mio ufficio,” ha detto Alessandro, senza alzare lo sguardo dal computer. Il tono era calmo, come sempre, ma aveva qualcosa di diverso, una nota più ferma, più decisa. Ho sentito il sangue gelarsi nelle vene. Ogni passo verso la sua stanza sembrava un conto alla rovescia verso qualcosa che non potevo prevedere, ma che sapevo mi avrebbe spezzato. Quando sono entrato, la porta si è chiusa alle mie spalle con un click che mi ha fatto sobbalzare. La stanza era la stessa di sempre: la scrivania imponente, la finestra che non si apriva mai, l’aria stagnante e il ticchettio dell’orologio che scandiva ogni secondo come una condanna. Alessandro era seduto dietro la scrivania, impeccabile come sempre, la camicia bianca perfettamente stirata, i capelli ordinati, il volto impassibile. Ma i suoi occhi… i suoi occhi erano fissi su di me, penetranti, come se potessero vedere ogni mia paura, ogni mia vergogna.

“Chiudi la porta e siediti,” ha detto, con quella voce profonda che mi faceva sempre rabbrividire. Ho obbedito, sedendomi sulla sedia scomoda davanti a lui, le mani posate sulle ginocchia, lo sguardo basso. Sentivo già il calore salire al viso, le guance che iniziavano a bruciare senza motivo. Il silenzio nella stanza era opprimente, rotto solo dal ronzio dell’aria condizionata e da quel maledetto ticchettio. Ho deglutito, cercando di prepararmi a qualsiasi cosa stesse per succedere, ma nulla avrebbe potuto prepararmi a quello che è venuto dopo.

“Fa molto caldo oggi, non trovi?” ha detto, appoggiandosi allo schienale della poltrona con un movimento lento, calcolato. Ho alzato lo sguardo, confuso. Non mi sembrava particolarmente caldo, ma il sudore mi stava già imperlando la fronte, più per il nervosismo che per la temperatura. Ho annuito, mormorando un “s-sì, un po’” che suonava patetico persino a me. Lui ha sorriso, un sorriso sottile, quasi impercettibile, che mi ha fatto stringere lo stomaco.

“Perché non ti togli tutto, allora? Così stai più comodo,” ha detto, come se fosse la cosa più normale del mondo. Ho sentito il cuore fermarsi per un istante, poi riprendere a battere così forte che temevo potesse uscirmi dal petto. Togliermi tutto? Completamente? Non poteva essere serio. Ho aperto la bocca per protestare, ma le parole mi sono morte in gola. Il suo sguardo era fermo, implacabile, e io sentivo quella pressione familiare, quella paura di deluderlo, di non essere all’altezza, di sembrare debole.

“I-io… non penso sia…” ho balbettato, la voce tremante, ma lui mi ha interrotto con un cenno della mano. “È solo una piccola cosa, Luca. Puoi farcela. Non voglio che ti senta a disagio per il caldo,” ha detto, il tono gentile ma con quel sottotono autoritario che non lasciava spazio a obiezioni. Ho deglutito, le mani che tremavano mentre le portavo ai bordi della maglietta. Ogni fibra del mio essere urlava di fermarmi, di dire di no, ma la paura era più forte. Lentamente, con movimenti rigidi, ho tolto la maglietta, lasciandola cadere a terra. Poi i pantaloni, con mani che sembravano non appartenermi, il suono della cintura che si slacciava era assordante nel silenzio della stanza. Infine, con il viso in fiamme e il cuore che batteva all’impazzata, ho tolto anche l’intimo, rimanendo completamente nudo davanti a lui.

Mi sono sentito subito esposto, vulnerabile, come se non fossi più una persona ma un oggetto sotto il suo sguardo. Ho incrociato le braccia istintivamente, cercando di coprirmi, ma il suo sguardo era già su di me, e io non potevo fare nulla per nasconderlo. La vergogna mi bruciava dentro, un fuoco che mi consumava dall’interno. Ero nudo in un ufficio, davanti al mio capo, e non riuscivo a capire come fossi arrivato a questo punto. Ogni secondo che passava sembrava un’eternità, e il silenzio tra noi era soffocante. Ho abbassato lo sguardo, fissando il pavimento, pregando che non dicesse altro, che mi lasciasse andare.

Ma ovviamente non era finita. L’ho sentito muoversi, il rumore della sedia che scricchiolava leggermente mentre si chinava sotto la scrivania. Poi ho sentito il suono delle scarpe che venivano tolte, il cuoio che sfregava contro il pavimento, e un odore familiare ha iniziato a diffondersi nella stanza. Era lo stesso odore delle volte precedenti, quel misto di sudore e cuoio, ma oggi sembrava più forte, più intenso, come se si fosse accumulato dopo un’intera giornata di lavoro. Ho alzato lo sguardo, appena in tempo per vedere Alessandro togliersi le calze, lasciandole cadere accanto alle scarpe. I suoi piedi erano nudi ora, appoggiati sul pavimento, e io non potevo fare a meno di fissarli, anche se ogni istinto mi diceva di distogliere lo sguardo. La pelle sembrava lucida di sudore, le dita leggermente incurvate, e l’odore… Dio, l’odore era insopportabile, un mix di salato e terroso che mi riempiva le narici con ogni respiro.

“È stata una giornata lunga,” ha detto, con lo stesso tono tranquillo di sempre, come se non stesse succedendo nulla di strano. “Sai, stare in piedi per ore… i piedi mi stanno uccidendo. Vieni qui, dammi una mano come fai sempre.” Ha sollevato un piede, appoggiandolo sul bordo della sedia, e mi ha guardato, in attesa. Il cuore mi è salito in gola. Non potevo farlo. Non di nuovo. E non così, nudo, esposto in quel modo. L’idea di toccarli, di sentire quella pelle sudata sotto le dita, mi faceva rivoltare lo stomaco. Ma allo stesso tempo, sentivo quella pressione, quella paura di deludere, di dire di no e sembrare incapace di fare anche una cosa così semplice.

“I-io… non so se…” ho iniziato, la voce tremante, ma lui mi ha interrotto con un sorriso. “Non vuoi deludermi, vero?” ha detto, e quelle parole mi hanno colpito come un pugno. No, non volevo deluderlo. Non potevo. Mi sono alzato dalla sedia, le gambe che sembravano di gelatina, e mi sono inginocchiato davanti a lui, il pavimento freddo sotto le ginocchia. Ero nudo, inginocchiato in un ufficio, e stavo per toccare i piedi nudi del mio capo. La vergogna mi bruciava dentro, un fuoco che mi consumava. Il viso mi bruciava, e sapevo di essere rosso come un pomodoro, ma non potevo farci niente.

“Ecco, così,” ha detto, mentre avvicinavo le mani al suo piede. Quando le mie dita lo hanno sfiorato, ho sentito un calore umido, la pelle leggermente ruvida sotto i polpastrelli. L’odore era soffocante ora, un misto di sudore fresco e qualcosa di più profondo, più acre, che mi faceva girare la testa. Ho iniziato a premere, goffamente, cercando di non pensare a quello che stavo facendo, ma ogni movimento sembrava amplificare la sensazione, il calore, l’odore. Le sue dita si muovevano leggermente sotto le mie mani, e io cercavo di concentrarmi sul respiro, di ignorare il modo in cui il mio corpo stava reagendo. Perché, nonostante tutto, nonostante la vergogna e il disgusto, sentivo quel calore familiare nel basso ventre, quella tensione che non riuscivo a controllare. Il mio corpo mi tradiva, e io lo odiavo per questo.

Ma non era ancora finita. “Più vicino,” ha detto, la voce calma ma ferma. Ho alzato lo sguardo, confuso, il cuore che batteva all’impazzata. “Voglio che tu li baci, Luca. Mostrami quanto sei utile.” Quelle parole mi hanno gelato il sangue. Baciarli? Non potevo. Era troppo. La mia mente urlava di fermarmi, di rifiutare, ma il suo sguardo era implacabile, e io sentivo quella pressione schiacciante dentro di me. Con mani tremanti, mi sono chinato, il viso sempre più vicino al suo piede. L’odore era insostenibile ora, un mix di sudore e calore che mi avvolgeva completamente. Ho chiuso gli occhi, cercando di non pensare, e ho appoggiato le labbra sulla pelle, un bacio rapido, appena sfiorato. La sensazione era disgustosa, il sapore salato sulla lingua, la ruvidità contro la mia bocca. Ho sentito lo stomaco rivoltarsi, ma allo stesso tempo quel calore nel mio corpo si è intensificato, una reazione che non potevo ignorare.

“Di più,” ha detto, la voce sempre calma, come se stesse dando un ordine banale. “E mentre lo fai, voglio sentirti dire qualcosa. Ripeti dopo di me: ‘Sono qui solo per servirti’.” Ho sentito il viso avvampare ancora di più, se possibile. Non potevo dire una cosa del genere. Era troppo umiliante. Ma il suo sguardo era fermo, in attesa, e io non avevo scelta. Con la voce tremante, a malapena udibile, ho mormorato: “S-sono qui solo per servirti,” mentre appoggiavo di nuovo le labbra sul suo piede, sentendo l’odore e il sapore invadermi. Ogni parola sembrava strapparmi un pezzo di dignità, ma non potevo fermarmi.

“Più forte,” ha detto, senza nemmeno guardarmi, concentrato sullo schermo del computer come se io fossi invisibile. “E aggiungi: ‘Il mio posto è ai tuoi piedi’.” Ho deglutito, la gola secca, il cuore che batteva così forte da farmi male. Con un filo di voce, ho ripetuto: “Sono qui solo per servirti. Il mio posto è ai tuoi piedi.” Le parole mi bruciavano in bocca, ogni sillaba un’umiliazione che mi schiacciava. Eppure, mentre le dicevo, mentre le mie labbra sfioravano ancora la sua pelle sudata, sentivo quel calore dentro di me crescere, una tensione insostenibile che mi faceva tremare. Non potevo controllarlo. Non potevo fermarlo.

Alessandro sembrava ignorarmi, continuando a lavorare come se io non fossi lì, come se fossi solo un oggetto, una cosa di poco conto ai suoi piedi. L’odore, il sapore, la vergogna, tutto si mescolava dentro di me, un vortice di sensazioni che non riuscivo a gestire. E poi è successo. Senza che lo volessi, senza che lo cercassi, ho sentito il mio corpo cedere, un’ondata di calore e tensione che si liberava, lasciandomi tremante, mortificato. Non mi ero nemmeno toccato, ma era successo, e la vergogna mi ha travolto come un’onda, più forte di qualsiasi cosa avessi mai provato. Ho abbassato lo sguardo, incapace di guardarlo, temendo cosa avrebbe detto, cosa avrebbe pensato.

Ma lui non ha reagito come mi aspettavo. Ha alzato lo sguardo dal computer, i suoi occhi che incontravano i miei per la prima volta dopo lunghi minuti. C’era un’ombra di soddisfazione in quel sguardo, un accenno di sorriso sulle sue labbra. “Vedi, Luca,” ha detto, la voce calma, quasi gentile. “Sapevo che potevi farcela.” Quelle parole mi hanno colpito come un pugno, ma non c’era scherno in esse, solo una certezza assoluta, come se avesse sempre saputo come sarebbe finita.

Mi sono rialzato, le gambe che tremavano, il viso in fiamme. Mi sentivo distrutto, svuotato, come se avessi perso una parte di me stesso in quella stanza. Ho afferrato i vestiti con mani tremanti, infilandomeli in fretta, come se potessero coprire non solo il mio corpo, ma anche la vergogna che sentivo dentro. Ma non funzionava. Sentivo ancora l’odore dei suoi piedi sulle mani, nelle narici, e quel calore nel mio corpo non se ne andava. Ero un disastro, un groviglio di emozioni che non riuscivo a districare.

“Ci vediamo domani,” ha detto, senza nemmeno guardarmi, mentre uscivo dall’ufficio con la testa bassa. La porta si è chiusa alle mie spalle con un click che mi ha fatto sobbalzare. Ero fuori, ma non mi sentivo libero. Non potevo sfuggire a quello che era successo, a quello che avevo provato. Mentre mi allontanavo, sentivo il cuore battere così forte da farmi male, e una consapevolezza mi pesava dentro: non ero più lo stesso. Qualcosa in me era cambiato, irrevocabilmente. Non so se Alessandro lo avesse fatto per un motivo preciso, o se fosse solo un gioco per lui, un modo per esercitare il suo controllo. Ma una cosa era certa: quel mese, quell’ufficio, quel ticchettio dell’orologio e quell’odore… mi avevano segnato per sempre.

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