Una tipa gelosa punita dal fidanzato
Viola, ventitré anni, aveva sempre avuto un problema con la gelosia. Non era il tipo che faceva scenate in pubblico, ma quando era da sola con Riccardo, il suo fidanzato di ventiquattro anni, non riusciva a tenere a freno quella smania di controllo. Una sera, mentre lui dormiva, aveva preso il suo telefono e cancellato un paio di messaggi da una collega del garage dove lavorava come meccanico. Niente di compromettente, solo qualche battuta stupida, ma per lei bastava. “Non voglio nemmeno il rischio,” si era detta, come se questo giustificasse il gesto. Riccardo, però, se n’era accorto. Non aveva detto nulla subito, ma il suo silenzio pesava come un macigno. E Viola lo sentiva.
Quel sabato stavano lavorando nella mansarda di casa, un buco polveroso che stavano cercando di ristrutturare da mesi. La stanza era un caos di attrezzi sparsi, sacchi di cemento aperti e polvere che si infilava ovunque, sotto le unghie, nei capelli, nei vestiti. Riccardo era in canottiera, i muscoli delle braccia tesi mentre spostava una trave, le mani nere di grasso e terra, come sempre. Anche i piedi, infilati in un paio di scarponi da lavoro, erano un disastro: sporchi di cantiere, con la puzza di sudore che si sentiva anche a metri di distanza. Viola, in leggings e una maglietta aderente, cercava di non guardarlo troppo. Era arrabbiata con sé stessa per quella storia dei messaggi, ma allo stesso tempo si sentiva giustificata. “Se lui fosse più chiaro, non avrei bisogno di controllare,” pensava, mentre passava un martello con poca convinzione.
La tensione tra loro era palpabile. Non si parlavano da ore, se non per frasi secche tipo “Passami la chiave” o “Tieni fermo qui”. Poi, mentre cercavano di scendere per prendere dell’acqua, si accorsero che la scala a pioli era bloccata. Un pezzo di legno caduto l’aveva incastrata contro il pavimento. “Fantastico,” borbottò Riccardo, tirando un calcio inutile alla scala. “Siamo chiusi qui sopra finché non trovo un modo per spostare questa merda.” Viola alzò gli occhi al cielo, ma non disse nulla. Lui si voltò di scatto, fissandola con uno sguardo che non prometteva niente di buono. “Sai, Viola, stavo pensando a quei messaggi spariti dal mio telefono. Non è che hai qualcosa da dirmi?”
Lei sentì il cuore sprofondare. Cercò di fare la faccia innocente, ma Riccardo non era stupido. “Non so di cosa parli,” mentì, incrociando le braccia. Lui fece un passo avanti, la polvere che si sollevava dal pavimento sotto i suoi scarponi. “Ah, davvero? Perché a me sembra che hai voluto ficcare il naso dove non dovevi.” La sua voce era bassa, quasi un ringhio, ma con un tono ironico che la fece rabbrividire. Prima che potesse rispondere, lui la spinse con una mano contro il muro ruvido della mansarda, bloccandola con il peso del suo corpo. “Hai voluto fare la detective? Ora lecchi i miei piedi sporchi di cantiere finché non impari a stare al tuo posto.”
Viola spalancò gli occhi, pensando fosse uno scherzo. “Ma che cazzo dici, Ricca?” provò a ridere, ma lui non stava sorridendo. Si tolse uno scarpone con un movimento lento, deliberato, e il tanfo di sudore e sporco la colpì come un pugno. Il piede era nero di grasso e polvere, le dita callose, la pianta incrostata di terra. “Non sto scherzando,” disse, spingendola giù con una mano sulla spalla finché non fu in ginocchio. “Annusa, forza. Senti l’odore di un uomo vero, non le tue cazzate da fighetta.” Viola cercò di girare la testa, disgustata, ma lui le afferrò i capelli con una mano, costringendola a stare ferma. L’odore era pungente, acido, un misto di sudore e sporco che le faceva venire i conati. “No, ti prego,” mormorò, ma lui rise, crudele. “Ti prego un cazzo. Apri la bocca.”
La umiliazione le bruciava dentro più del disgusto. Odiava sentirsi così impotente, ma una parte di lei, quella che aveva sempre cercato di controllare tutto, si sentiva quasi… punita in modo giusto. Non che lo ammettesse, ma mentre singhiozzava piano, con le lacrime che le rigavano il viso polveroso, obbedì. La lingua toccò la pianta del piede, ruvida e sporca, e il sapore di grasso e terra le invase la bocca. “Guarda come ti sei ridotta,” ghignò Riccardo, spingendo il piede più forte contro la sua faccia. “La gelosa che lecca piedi luridi. Apri di più, cagna.” Lei gemette di disgusto, ma continuò, succhiando le dita callose, una per una, mentre lui la guardava dall’alto con un’espressione di pura soddisfazione. Ogni tanto le dava ordini, “Annusa più profondo,” o “Lecca tra le dita, non fare la schizzinosa,” e lei obbediva, con la saliva che le colava sul mento, mischiandosi alla polvere del pavimento.
La scena durò a lungo, un’agonia di umiliazione. Lui alternava i piedi, premendo prima uno e poi l’altro sulla sua lingua, costringendola a “pulirli” mentre le parlava con quel tono beffardo. “Brava, continua così. Impari in fretta quando ti metto al tuo posto.” Viola si sentiva spezzata, il viso bagnato di lacrime e saliva, le mani tremanti mentre si aggrappava alle sue caviglie per non cadere. Ogni tanto cercava di parlare, di protestare, ma lui le schiacciava il piede sulla bocca, soffocando ogni parola. “Zitta e lecca,” ordinava, e lei non aveva scelta.
Quando finalmente decise che bastava, i piedi erano ancora sporchi, ma meno incrostati. La lasciò lì, in ginocchio, coperta di polvere e saliva, il viso arrossato e gli occhi gonfi di lacrime. Riccardo si rimise gli scarponi con calma, guardandola dall’alto. “La prossima volta che tocchi il mio telefono, non saranno solo i piedi che ti faccio leccare,” disse, con un sorrisetto che era più una minaccia che una battuta. Poi si voltò, tornando a trafficare con la scala incastrata, lasciandola lì a terra, distrutta ma con una strana sensazione che non riusciva a definire. Non era rabbia, non del tutto. Era qualcosa di più confuso, un misto di vergogna e desiderio represso che non avrebbe mai ammesso ad alta voce. E mentre lo guardava di spalle, con le mani nere di grasso che armeggiavano con gli attrezzi, seppe che quella giornata non sarebbe finita lì, nel bene o nel male.
