Racconti Piccanti
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Sole, sudore e sorpresa

Sole, sudore e sorpresa

28 Marzo 2026·8 min di lettura

Mattia, vent’anni e un corpo snello ma ben definito, si era scelto un angolo del parco che sembrava uscito da un film horror: isolato, con cespugli alti che nascondevano tutto e un silenzio che metteva i brividi. Ma a lui non fregava niente dei brividi, voleva solo prendere il sole senza rotture di scatole. Si era spalmato di crema solare, aveva steso un asciugamano sgualcito e si era sdraiato con addosso solo un perizoma nero, microscopico, che lasciava poco all’immaginazione. Con gli occhiali da sole abbassati e le cuffiette nelle orecchie, si sentiva il re del mondo, o almeno di quel pezzo di prato dimenticato da Dio.

Non era la prima volta che si metteva in mostra così. Mattia lo sapeva: il suo culetto tondo e sodo attirava sguardi, e a lui piaceva. Non era lì per rimorchiare, o almeno non consapevolmente, ma se qualcuno lo avesse notato, beh, non si sarebbe tirato indietro. Era un tipo diretto, senza troppi giri di testa: gli piaceva il sesso, gli piaceva sentirsi desiderato, e se c’era da prendere, lui era sempre pronto a dare il benvenuto. Sognava a occhi aperti, con il sole che gli scaldava la pelle, immaginando mani ruvide che lo afferravano, voci profonde che gli ordinavano di stare fermo. Roba che lo faceva fremere già solo a pensarci.

Non aveva notato, però, che due figure si stavano avvicinando. Due ragazzi, alti, muscolosi, con il petto nudo che luccicava di sudore sotto il sole di mezzogiorno. Indossavano jeans stretti, di quelli che sembrano dipinti addosso, e passamontagna neri che coprivano i volti, lasciando intravedere solo occhi duri e bocche che non promettevano nulla di buono. Si muovevano con passi decisi, come predatori che avevano già puntato la preda. Mattia, ignaro, continuava a canticchiare la canzone nelle cuffie, il corpo rilassato e offerto al sole.

Quando uno dei due gli strappò le cuffiette con un gesto secco, Mattia sobbalzò, spalancando gli occhi. “Che cazzo vuoi?” sbottò, ma la voce gli morì in gola quando vide i due torreggiare su di lui. Non ebbe nemmeno il tempo di alzarsi: il primo, che sembrava il più grosso, lo afferrò per un braccio e lo tirò su di peso, mentre l’altro gli dava uno spintone che lo fece quasi cadere. “Zitto, troietta,” ringhiò quello più vicino, con una voce roca che sembrava uscita da un film di serie B. “Oggi ti diverti con noi.”

Mattia cercò di protestare, ma il cuore gli batteva a mille. Non sapeva se era paura o eccitazione, o un misto dei due. “Ma che cazzo fate? Lasciatemi!” urlò, ma la sua voce si spezzò quando il secondo gli afferrò il perizoma con una mano e tirò con forza. Il tessuto si strappò come carta, lasciandolo nudo, con il sole che gli bruciava la pelle e gli occhi dei due che lo squadravano senza pudore. “Guarda qua, che bel culetto,” disse il primo, dando una pacca sonora che fece sobbalzare Mattia. “Pronto per essere aperto, vero?”

Non gli diedero il tempo di rispondere. Da una borsa che avevano buttato a terra, tirarono fuori una corda ruvida, di quelle da cantiere, e in pochi secondi gli legarono i polsi dietro la schiena. Mattia provò a divincolarsi, ma le mani di quei due erano come morse. “State calmi, cazzo, non sono una bambola!” protestò, ma il tono era più un lamento che una vera ribellione. Uno dei due, quello con la voce più profonda, gli si avvicinò all’orecchio e sussurrò: “Oh, lo sappiamo che non sei una bambola. Sei molto meglio. E ora sta’ buono, che ti facciamo gridare.”

Lo spinsero a terra, con le ginocchia che affondavano nel prato secco, e Mattia si ritrovò con il culo per aria, esposto e vulnerabile. Sentiva il sangue pulsargli nelle tempie, il respiro corto, ma sotto tutto quello c’era una voglia che non riusciva a ignorare. Quei due erano dei bestioni, e lui, legato e alla loro mercé, non poteva fare altro che aspettare. Il primo si abbassò i jeans, rivelando un cazzo già duro, grosso e minaccioso, che fece sgranare gli occhi a Mattia. “Cazzo, quello non entra, siete matti!” protestò, ma l’altro gli tappò la bocca con una mano, ridendo. “Oh, entra eccome. E tu lo vuoi, non fare il santarellino.”

Non ci fu nessuna delicatezza. Il primo si sputò sulla mano, si lubrificò appena e senza troppi complimenti iniziò a spingere. Mattia strinse i denti, un gemito soffocato gli sfuggì dalla gola mentre sentiva il bruciore, quel misto di dolore e piacere che lo faceva tremare. “Cazzo, piano, cazzo!” mugolò, ma il tipo non lo ascoltò, affondando con un colpo secco che lo fece inarcare. “Ecco, così, prendilo tutto,” grugnì l’altro, tenendolo fermo per le spalle mentre il compagno lo sbatteva senza pietà. Ogni spinta era un’esplosione, un ritmo brutale che lo faceva ansimare e imprecare, ma sotto le proteste c’era un fuoco che lo consumava. Gli piaceva, cazzo se gli piaceva.

Il secondo non stava a guardare. Si era slacciato i jeans e ora glielo stava strofinando sulla faccia, con una mano che gli tirava i capelli per costringerlo a guardarlo. “Apri la bocca, dai, che non ti facciamo solo il culo,” ordinò, e Mattia, con il fiato corto e la testa che girava, obbedì. Non aveva scelta, o almeno così si raccontava. La verità era che quel mix di forza e umiliazione lo stava mandando fuori di testa. Prese il cazzo in bocca, sentendo il sapore salato e il peso che gli riempiva la gola, mentre l’altro continuava a martellarlo da dietro. “Cazzo, sei una troia perfetta,” ringhiò il primo, aumentando il ritmo, le mani che gli stringevano i fianchi così forte da lasciargli i segni.

Mattia non riusciva più a pensare. Era un casino di sensazioni: il dolore che si mescolava al piacere, il bruciore del sole sulla schiena, il sapore in bocca, i grugniti dei due che lo sovrastavano. Il primo gli diede un ultimo affondo, profondo e brutale, facendolo gridare intorno al cazzo dell’altro, e poi si fermò, ansimando, mentre un calore umido lo riempiva. “Cazzo, che sborrata,” rise il tipo, tirandosi indietro e dandogli un’altra pacca sul culo. “Ora tocca a te, spaccalo per bene,” disse al compagno, che non se lo fece ripetere due volte.

Il secondo lo fece girare, mettendolo di schiena sull’asciugamano, con le gambe sollevate e il culo ancora esposto. “Guardami mentre ti scopo,” ordinò, togliendosi per un attimo il passamontagna per sputare sul cazzo prima di rimetterselo. Mattia, con i polsi ancora legati e il respiro spezzato, lo fissò attraverso le palpebre socchiuse, il corpo che tremava di stanchezza e desiderio. Quando l’altro entrò, fu ancora peggio – o meglio, dipendeva dal punto di vista. Era più grosso, più duro, e ogni spinta sembrava volerlo spaccare in due. “Cazzo, cazzo, cazzo!” urlava Mattia, la voce roca, ma l’altro rideva, affondando con una lentezza crudele, godendosi ogni gemito. “Ti piace, eh? Lo so che ti piace, puttanella.”

Lo scopò così per un tempo che a Mattia sembrò infinito, alternando spinte profonde a momenti in cui si fermava solo per guardarlo contorcersi. Ogni tanto gli mollava uno schiaffo sul culo, o gli stringeva i capezzoli fino a farlo guaire. Il primo, che si era tirato su i jeans, stava lì vicino e rideva, tirando fuori il telefono per fare qualche foto. “Questa la metto come sfondo, cazzo,” sghignazzò, zoomando sul culo rosso e lucido di Mattia. “Smettila, stronzo!” protestò lui, ma la voce era debole, spezzata dai gemiti mentre il secondo lo sbatteva sempre più forte.

Quando anche il secondo finì, con un grugnito animalesco e un ultimo affondo che fece quasi svenire Mattia, i due si tirarono indietro, lasciandolo lì, legato, con il corpo che tremava e il respiro che sembrava non voler tornare normale. Mattia aveva la testa vuota, il culo che bruciava, ma sotto tutto quello c’era una soddisfazione che non riusciva a negare. Era stato usato, sbattuto come una bambola, e cazzo, gli era piaciuto da morire.

Fu allora che uno dei due si tolse il passamontagna, rivelando un viso giovane, con un ghigno stampato sopra. “Taglia! Bella scena, ragazzi!” gridò, e l’altro scoppiò a ridere, levandosi anche lui la maschera. Mattia, ancora a terra, con la corda che gli segava i polsi, li guardò con gli occhi sgranati. “Che cazzo…?” mormorò, mentre il primo gli si avvicinava per slegarlo. “Tranquillo, Matti, è tutto ok. Abbiamo fatto un figurone, vedrai il video,” disse, dandogli una pacca sulla spalla.

Mattia si tirò su, massaggiandosi i polsi, e finalmente capì. Non era un’aggressione, non era un rapimento. Era una fottuta ripresa per un porno estremo, di quelli che girano nei circuiti più hardcore. Lui lo sapeva, cazzo, aveva firmato il contratto una settimana prima, ma con tutto quel casino si era completamente dimenticato. “Siete due stronzi,” borbottò, ma non poté fare a meno di ridere, ancora con il fiatone. “Mi avete spaccato, cazzo, potevate almeno avvertirmi che iniziavamo.”

Il secondo, un tipo con i capelli rasati e un tatuaggio sul collo, gli porse una bottiglietta d’acqua. “Dai, non fare la vittima. Lo sai che ti è piaciuto. E poi, guarda qua,” disse, indicando il telefono con le foto della scena. “Sembri una pornostar di prima categoria.” Mattia gli strappò il telefono di mano e guardò, scuotendo la testa. “Cazzo, sembro proprio una troia. Va bene, tenetevele, ma non fatele girare troppo, eh.”

I tre scoppiarono a ridere, mentre Mattia si rimetteva in piedi, ancora con le gambe che tremavano. Uno dei due gli passò un asciugamano per pulirsi, e l’altro tirò fuori una birra dalla borsa. “Dai, andiamo a berci qualcosa di fresco, che te lo sei meritato,” disse, stappandola con un gesto secco. Mattia annuì, ancora un po’ frastornato, ma con un sorrisetto che non riusciva a nascondere. “Va bene, ma la prossima volta mi preparate meglio, stronzi. Non sono mica di ferro.”

Si allontanarono dal prato, ridendo e scherzando, con le birre in mano e il sole che continuava a picchiare. Dietro di loro, l’asciugamano stropicciato e i pezzi di perizoma strappato erano l’unica traccia di quello che era appena successo. O meglio, di quello che avevano appena girato.

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