Lo stagista leccapiedi
Paolo varcò la soglia dello studio legale con la stessa grazia di un agnello che entra al macello. Venticinque anni, occhiali sottili che scivolavano sul naso, capelli spettinati come se ci avesse dormito sopra, e un’aria da bravo ragazzo che urlava “umiliatemi, vi prego”. Era il suo primo giorno di stage, e il povero cristo già sudava nelle mutande solo al pensiero di trovarsi in un posto pieno di donne con tailleur e tacchi alti. Non che fosse un pervertito da strapazzo, eh, no. Paolo aveva un’ossessione precisa, una di quelle che ti fanno arrossire pure quando sei da solo davanti allo specchio: i piedi. Piedi di donne mature, per essere precisi. Unghie smaltate di rosso scuro, décolleté che dondolano, piante sudate dopo una giornata di lavoro. Roba da fargli venire duro solo a pensarci, e infatti ci pensava spesso, troppo spesso, con le mani sotto le lenzuola e lo schermo del telefono pieno di foto scaricate da chissà dove.
Il corridoio dello studio era un tripudio di neon e moquette grigia, un posto che puzzava di formalità e caffè da macchinetta. Paolo stringeva la sua cartellette contro il petto come uno scudo, quando una voce lo inchiodò sul posto. “Tu. Nuovo stagista. Vieni qui.” Fredda, tagliente, ma con un sottofondo che sembrava una risata trattenuta. Apparteneva a Rebecca, avvocatessa senior, quarantasei anni portati come una regina che sa di poter decapitare chiunque con uno sguardo. Era seduta dietro la sua scrivania, in un ufficio con vetrate che gridavano “potere”, capelli castani tirati in uno chignon severo, tailleur grigio perla che aderiva al suo corpo curato come un guanto. Seno prosperoso, fianchi larghi, gambe lunghe che terminavano in un paio di décolleté nere, tacchi da dodici centimetri che potevano spaccare un cranio. E, Cristo santo, le stava dondolando una scarpa dal piede, facendola oscillare con un movimento lento, ipnotico, come se sapesse esattamente cosa stava facendo al povero Paolo.
Lui entrò, le gambe molli come gelatina, e si fermò davanti alla scrivania. “S-sì, signora?” balbettò, gli occhi che già tradivano il suo sporco segreto. Non guardava lei, no. Guardava quel piede, quel dannato piede che giocava con la scarpa, lasciando intravedere un arco perfetto coperto da un collant nero velato. Rebecca lo fissò, un sorriso gelido che le increspava le labbra. “Signora? Oh, no, caro. Chiamami Rebecca. Tanto, siamo già intimi, no?” La sua voce era un sussurro, ma pesava come un macigno. Paolo arrossì fino alla radice dei capelli, il cuore che gli martellava nel petto. Intimi? Che diavolo voleva dire? Ma non ebbe il tempo di pensarci troppo, perché lei accavallò le gambe con una lentezza calcolata, e la scarpa cadde sul pavimento con un piccolo tonfo. Il piede rimase lì, sospeso per un attimo, prima di posarsi sul bordo della scrivania. Proprio davanti a lui.
Paolo deglutì così forte che sembrava avesse ingoiato un sasso. La pianta del piede era lì, a pochi centimetri dal suo naso. Il collant nero era leggermente umido, segno di una giornata lunga, e l’odore – un misto di pelle calda e sudore leggero – lo colpì come un pugno. Le unghie, smaltate di un rosso sangue che sembrava urlare “sottomettiti”, spuntavano appena sotto il tessuto. E lui, il povero idiota, era già duro come una mazza nei pantaloni, una di quelle erezioni dolorose che non puoi nascondere nemmeno con un’enciclopedia in grembo. Rebecca inclinò la testa, come una predatrice che studia la preda. “Hai caldo, Paolo? Sembri agitato.” La sua voce era pura seta, ma con lame nascoste dentro. Lui aprì la bocca per rispondere, ma uscì solo un verso patetico, un misto tra un gemito e un colpo di tosse. “N-no, sto… sto bene,” farfugliò, gli occhi incollati a quel piede come se fosse l’unica cosa al mondo.
Lei rise piano, un suono che sembrava uno schiaffo. “Oh, non mentire. Lo vedo, sai, come mi guardi. O meglio… come guardi loro.” E con “loro” intendeva i suoi piedi, ovviamente. Fece scivolare il piede ancora più vicino, quasi sfiorandogli il viso, e Paolo sentì l’odore intensificarsi, un mix di sudore e quel profumo acre, inebriante, che lo faceva tremare. “Togliti la giacca, su,” ordinò lei, e lui obbedì senza nemmeno pensarci, come un burattino con i fili tagliati. La giacca finì sulla sedia, e lui rimase lì, in camicia, con il colletto che gli stringeva il collo come una garrota. Rebecca sorrise di nuovo, un sorriso che diceva “sei già mio”. “E già che ci sei… annusa.”
Paolo sbatté le palpebre, convinto di aver sentito male. “C-cosa?” biascicò, ma il suo corpo si stava già muovendo, come se il cervello fosse andato in corto circuito. Si chinò leggermente, il naso a pochi millimetri dalla pianta del piede, e inspirò. Profondo. L’odore lo travolse, un’ondata di calore e umidità che gli fece girare la testa. Era salato, pungente, ma per lui era ambrosia, il profumo di una dea che lo stava distruggendo con un solo gesto. La sua erezione pulsava nei pantaloni, e il narratore, beh, quasi si dispiace per lui. Quasi. Perché, diciamocelo, guardarlo sprofondare così, a venticinque anni, con la lingua che già fremeva per toccare quella pianta sudata, era uno spettacolo tragicomico. Un povero cristo che avrebbe potuto avere una vita normale, e invece eccolo qua, pronto a leccare i piedi di una che potrebbe essere sua madre. Che vita, eh?
Rebecca lo osservava, gli occhi che brillavano di un divertimento sadico. “Bravo ragazzo,” sussurrò, e quelle due parole gli esplosero nel cervello come un fuoco d’artificio. “Da domani sei il mio segretario. E il mio segretario… sai stare al tuo posto, vero?” Lui annuì, incapace di parlare, il viso ancora a un soffio da quel piede che lo aveva già incatenato. Lei ritirò il piede con un movimento lento, quasi crudele, rimettendosi la scarpa con una grazia che sembrava una tortura. “Ora vai. E non dire a nessuno del nostro piccolo… accordo. Non ancora.” Lo congedò con un cenno della mano, come si scaccia un cane, e Paolo uscì dall’ufficio con le gambe che tremavano, il cazzo ancora duro e la testa piena di immagini che non sarebbero mai svanite.
Quella sera, a casa, non ci fu bisogno di foto o video. Si sdraiò sul letto, i pantaloni abbassati in tempo record, e si masturbò furiosamente pensando a quel piede, a quell’odore, a quel rosso sangue delle unghie che lo aveva marchiato. Venne in meno di due minuti, un disastro di gemiti e vergogna, con il nome di Rebecca che gli sfuggiva dalle labbra come una preghiera profana. E mentre si puliva, con il fiato corto e il cuore che ancora gli martellava nel petto, capì una cosa: era fregato. Completamente, irrimediabilmente fregato. Ma il peggio, oh, il peggio doveva ancora arrivare. Perché Rebecca non aveva nemmeno iniziato a giocare sul serio.
